In piedi, sdraiati!

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Lo scritto di Andrea Bagni Gli sdraiati ci salveranno è ampiamente condivisibile. Solo su un punto non mi trovo d’accordo, sulla constatazione del fatto, giudicato ormai irreversibile, che non vi possa essere rapporto tra movimenti e iniziative dal basso e livello istituzionale. A parer mio, questo significa accettare una visione della politica istituzionale, divenuta ormai senso comune, che la individua come affare riservato agli/alle addetti/e ai lavori, inquinabile con clientele e corruzione (la politica come “cosa sporca”, da cui tenersi lontani).

Abbiamo esempi del passato che dimostrano come le lotte e i movimenti abbiano portato, nel tempo, a risultati importanti proprio a livello politico/istituzionale e che quindi questo passaggio, del rapporto con le istituzioni, sia importante e irrinunciabile, Le mobilitazioni del ’68 e del ’69 (che ricordo da “sessantottino” non pentito) portarono, nel decennio successivo, alle più importanti riforme che il nostro Paese abbia avuto – lo “Statuto dei lavoratori”, la riforma del diritto di famiglia, la riforma sanitaria (che ha prodotto, sulla carta, uno dei sistemi sanitari più avanzati del mondo) –, oggi in parte cancellate o disattese o messe in crisi dalla mancanza di finanziamenti. Allora dovremmo riporre al centro della nostra attenzione il ruolo ed il senso della politica, da intendere – così veniva affermato in Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana (un punto di riferimento per molti di noi “sessantottini”) –, come la possibilità, e la capacità, di affrontare, e risolvere, tutti/e insieme, attraverso il confronto tra posizioni diverse, i problemi che man mano si pongono.

Risulta centrale, a questo punto, la questione della “partecipazione”, che è stata fondamentale, negli anni ’60 e ’70, per lo sviluppo delle lotte e dei movimenti (tanto è vero che ciò ha comportato anche un ampliamento degli strumenti partecipativi a disposizione delle istituzioni: la realizzazione dei Consigli di quartiere nelle medie e grandi città, le assemblee pubbliche in cui discutere i bilanci, le scelte urbanistiche, i progetti sociali e per l’ambiente, le Commissioni consiliari, comunali e di quartiere aperte ai contributi dei rappresentanti della società civile attiva (realtà dell’associazionismo e del volontariato). Tutto questo si è progressivamente ridotto, fino a scomparire completamente, nell’arco degli anni ‘90, quando è invece divenuta centrale l’idea che bisognava, prima di tutto, garantire la governabilità – l’efficienza del governare – a cui la partecipazione poteva essere d’intralcio. Un ritorno alla partecipazione, ampia e diffusa, si è avuta nella stagione dei “social forum” sul finire del secolo scorso e all’inizio dell’attuale (con le drammatiche giornate di Genova nel 2001 e l’esaltante esperienza del Social Forum Europeo del 2002 a Firenze). Il “bilancio partecipativo”, fiore all’occhiello, allora, dell’amministrazione locale di Porto Alegre in Brasile, divenne un modello da imitare (anche se quasi nessuno riuscì a farlo davvero). Ma è stato un breve intervallo. Poi si è tornati alla normalità della separazione netta tra governanti, a ogni livello (dai quartieri ai Comuni alla Regione allo Stato), e governati.

Un campo d’intervento degli enti locali, in cui, con l’ingresso nel nuovo millennio, vi è stato un deciso cambiamento di rotta, è sicuramente quello dell’accoglienza e dell’inclusione dei/delle migranti. A partire dalla fine degli anni ‘70, quando l’immigrazione in Italia aumenta notevolmente, si rilevano numerose esperienze di impegno degli enti locali nei confronti di immigrati/e, spesso su sollecitazione di realtà come la Rete Antirazzista, che aprono vertenze in stretto contatto con le associazioni che rappresentano gli stranieri/le straniere, da considerarsi cittadini/e, anche se non ancora riconosciuti ufficialmente come tali. È degli anni ‘80 la “Carta d’intenti” degli amministratori locali nei confronti, appunto, dei/delle migranti, che prevede, fra l’altro, che si proceda all’elezione, da parte degli stranieri e delle straniere che non possono partecipare alle elezioni in quanto manca loro il requisito della cittadinanza, di rappresentanti, detti “consiglieri stranieri aggiunti” (anche al Comune di Firenze fu fatto un Consiglio degli Stranieri che esprimeva una persona con il diritto di parola nelle riunioni del Consiglio comunale). Molti Comuni danno vita a Uffici Immigrati, che non sono solo sportelli informativi, com’è attualmente, dove ancora esistono, ma organismi con un ruolo politico, che promuovono iniziative e attività per sostenere i diritti dei/delle migranti e l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) della Toscana mette in piedi una Consulta Regionale dell’Immigrazione, in cui sono presenti rappresentanti degli enti locali, delle associazioni dei/delle migranti, delle organizzazioni sindacali e di volontariato impegnate sul terreno dell’accoglienza e dell’inclusione degli stranieri e delle straniere che giungono in Italia. Nel 1989, quando viene ammazzato a Villa Literno Jerry Masslo, un rifugiato sudafricano, a Roma vi è la più grande manifestazione antirazzista che si sia mai avuta nel nostro Paese (un milione di persone in piazza). Oggi muoiono quotidianamente decine di uomini, donne e bambini nel Mediterraneo, ma non si hanno reazioni di quel tipo. Ci siamo un po’ abituati a queste tragedie. Certo, c’è ancora chi si mobilita e chi cerca di operare in mare per salvare chi naufraga, sebbene ostacolato del Governo, ma risposte così ampie, diffuse, coinvolgenti non si sono più avute.

È sul finire del secolo che diventa centrale, accanto a quello della governabilità, il tema della sicurezza e dell’ordine pubblico, a destra, com’è naturale che sia, ma purtroppo anche a sinistra. Invece di individuare nuovi canali per l’ingresso nel nostro Paese delle persone straniere e per la regolarizzazione di quelle già presenti (al riguardo vi sono proposte precise dell’ASGI – Associazione dei Giuristi per l’Immigrazione), comincia la caccia al cosiddetto “clandestino”, colpevole di un’irregolarità amministrativa – la mancanza del permesso di soggiorno – che viene rinchiuso nelle prigioni chiamate CPA o CPR (Centri di Prima Accoglienza o Centri per il Rimpatrio). In questo la legge Turco-Napolitano sull’immigrazione, frutto del centro-sinistra, non si differenzia granché dalla Bossi-Fini emanata dalla destra una volta andata al potere. E oggi il Governo italiano e, più in generale, l’Europa, decidono di realizzare i CPR in Paesi terzi, calpestando i più elementari diritti di coloro – uomini, donne, bambini – che sono privi/e del permesso di soggiorno. È divenuto anche di moda parlare di “remigrazione”, prospettando di fare in Italia quello che Trump sta già facendo negli Stati Uniti.

Ho fatto un po’ di storia, non solo per ricordare quello che è accaduto appena ieri (anche se rinfrescare la memoria fa sempre bene, specie se si denunciano fatti che non si dovrebbero più ripetere e se si ricordano avvenimenti positivi, che potrebbero tornare in campo: il fatto che siano avvenuti dimostra che erano, e sarebbero di nuovo, possibili), ma più che altro per incitare gli “sdraiati”, quelli che Andrea sostiene che ci salveranno e che indubbiamente hanno il merito di essersi mobilitati su alcuni temi oggi centrali – il genocidio a Gaza, innanzitutto, ma anche la questione ambientale e quella sociale – ad “alzarsi in piedi” ed affrontare il nodo di fondo del rapporto con la politica istituzionale, perché è attraverso di essa che si potranno davvero imboccare strade diverse, individuando nuovi spazi e nuove modalità per gestire tale rapporto, ridando senso alla parola “comunità”, ripartendo dal basso per ricostruire una vita democratica sulla base di quello che dice la Costituzione, unendo razionalità e sentimenti, per avviare nuovi progetti, recuperando l’utopia come meta verso cui continuare ad avanzare (la meta utopica non la raggiungeremo mai, ma, come afferma lo scrittore sudamericano Eduardo Galeano, è essenziale al fine di continuare a procedere per un futuro diverso senza rassegnarsi all’esistente). In piedi, quindi, “sdraiati”! Per incidere sulle istituzioni, per recuperare la politica come strumento in mano a tutte le persone, per camminare verso l’utopia!

In homepage Renato Guttuso, Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949; olio su tavola),
Dresda, Gemäldegalerie

Gli autori

Moreno Biagioni

Moreno Biagioni, impegnato dal secolo scorso nel movimento antirazzista, antifascista e pacifista fiorentino, fa parte della Rete Antirazzista, del Comitato "Fermiamo la guerra", della Rete Antifascista di San Jacopino-Puccini-Porta al Prato.

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One Comment on “In piedi, sdraiati!”

  1. ho creduto che fosse possibile intromettersi nelle istituzioni e quindi convincerle a prendere strade nuove. alle iniziative, culturali o anche di altro genere, che fanno riferimento ad ideali dei tempi andati, non vedo nessuna partecipazione di giovani. evidentemente hanno altri canali. ma dove li posso trovare? non conosco come arrivare a sdraiarmi con qualcun altro e poi invitarlo ad alzarsi.

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