Europa: liberarsi dal ricatto del debito

Con l’euro l’Italia è entrata in stagnazione: la causa sta nei vincoli imposti dall’euro, in particolare in punto interessi sul debito. Continuando su questa strada è condannata a un progressivo declino. Per liberare risorse è necessario rifiutare il ricatto del debito. Lo si può fare con misure appropriate come la trasformazione dei titoli del debito pubblico in titoli a lunghissima scadenza e la loro indicizzazione all’inflazione.

Modeste proposte per un resettaggio del campo progressista

Il confronto politico tra le forze di opposizione all’attuale Governo è in stallo. Per uscirne occorre abbandonare i luoghi comuni che hanno snaturato la sinistra e liberarsi degli slogan. In concreto è necessario puntare al ritorno al voto dei disillusi (grazie a una ritrovata credibilità), individuare 5 o 6 punti qualificanti su cui stipulare un’alleanza con gli elettori, non avere paura delle primarie e ritrovare la passione per la politica.

Guardare la luna con i piedi per terra

La drammaticità della fase non lascia alternative: non basta limitare gli effetti negativi del sistema dominante ma bisogna contrastarne le cause profonde, individuando il nemico da battere nel capitalismo tecno-finanziario. A partire da qui va costruita un’alleanza tra le forze e i movimenti politici autenticamente di sinistra e individuata una tattica capace di sparigliare sul campo, modificando gli schemi usuali e prevedibili.

Non solo elezioni, bisogna anche guardare oltre

Le elezioni del 2027 saranno importanti, ma non segneranno la fine della storia. Ciascuno, a sinistra, sceglierà il meno peggio tra una testimonianza irrilevante e un voto teso a evitare, se non altro, l’incubo della riconferma di Meloni. Ma, intanto, bisogna porre le basi per non ritrovarsi allo stesso punto fra cinque anni. Certo, non si possono resuscitare i vecchi partiti ma non si può prescindere da una forza politica strutturata.

«Bandiera rossa, ridiventa straccio»: perché i “poveri” non votano sinistra

Si è affermato, nella sinistra, un curioso paradosso in forza del quale la perdita di consenso nei ceti popolari viene attribuita a colpa degli elettori che non capiscono… Non è ovviamente così, e neppure si tratta di trovare parole più semplici per spiegare ai poveri le ragioni per cui dovrebbero votare a sinistra. Il punto è ricostruire le condizioni perché essi possano riconoscere in quel voto uno strumento utile alla propria vita.

Per non soccombere: mettere al centro la crisi climatica

La crisi climatica non è meno grave di quella pandemica. Se non viene affrontata con lo stesso impegno è perché le sue vittime stanno soprattutto nelle frange sociali più deboli e nei paesi alla periferia del mondo capitalista. Ciò evidenzia l’indissolubile connessione tra la giustizia sociale e quella ambientale. Per questo, se non cambia registro e non affronta di petto la questione del clima, non c’è futuro per la sinistra.

Comunità, lotta, partecipazione: valorizzare le esperienze

Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non è una monade ma un luogo di relazioni potenzialmente estensibili. Le esperienze di questo tipo non mancano nel nostro paese, dall’occupazione abitativa dello Spin Time a Roma, al movimento no Tav in Val Susa, all’esperienza della ex Gkn di Campi Bisenzio. Sono la base di un orizzonte comune capace di coniugare conflitto e partecipazione.

Il “sistema guerra” e la necessaria reazione dal basso

La guerra è la veste che assume, oggi, il conflitto sociale. La nuova ristretta “aristocrazia del denaro” si esprime, infatti, attraverso il potere politico, finanziario e mediatico e il “complesso militare-industriale”. Non sarà il liberalismo, che nei momenti difficili rivela la sua inettitudine, a invertire la tendenza ma solo una politica dal basso che recuperi un disegno di liberazione coerente con le esigenze delle classi popolari.

In piedi, sdraiati!

È vero, l’epoca delle forti appartenenze è finita e le ragazze e i ragazzi che incontriamo sono disincantati rispetto alla dimensione tradizionale della politica. Ma dobbiamo, per questo, considerare irreversibile il venir meno del rapporto tra movimenti e iniziative dal basso e livello istituzionale? Non lo credo. Quel rapporto è stato, in altri periodi, intenso e fecondo. Forse si può riprovare. In piedi, quindi, “sdraiati”!

La crisi non è solo politica e l’alternativa deve essere radicale

La crisi che stiamo vivendo non è solo della sinistra. È la crisi di un’intera forma di civiltà politica. Per questo l’alternativa non può limitarsi a cambiare il governo delle cose, ma deve interrogarsi sull’ordine che le produce e sulla possibilità di trasformarlo e tornare a praticare l’inchiesta sociale, a ricostruire legami nei territori, a produrre luoghi di elaborazione e di confronto, a connettere esperienze oggi disperse e frammentate.