Noi preferiamo di NO

Tra poco si vota. Come nel 2006 e nel 2016, sulla struttura della Costituzione, che gli artefici delle riforma sottoposta a referendum vorrebbero stravolta e piegata alle “nuove” esigenze di governabilità e di controllo. Oggi tocca alla giustizia, burocratizzata e intimidita. Una lesione grave in sé, ma non solo questo. Anche una tessera fondamentale del progetto autoritario in corso. Per questo voteremo No.

Le molte ragioni del NO: per riaprire la questione delle garanzie

C’è, tra i giuristi progressisti (soprattutto avvocati), chi sostiene che la riforma costituzionale sottoposta a referendum potrà essere, grazie alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, un veicolo di crescita delle garanzie. È una posizione infondata: non per ragioni di principio ma per le caratteristiche di “questa” separazione, che affievolisce l’autonomia dei giudici e tende a riportarli nell’orbita del Governo.

Le molte ragioni del NO: contro il paradigma Meloni

Il referendum del 22-23 marzo non riguarda solo la magistratura, ma il paradigma di governo perseguito senza interruzione da Giorgia Meloni che aspetta di essere completato con il premierato e con una riforma elettorale ancora più maggioritaria. Tocca a noi decidere – il 22 e 23 marzo – se favorire la centralizzazione, le gerarchie e la privatizzazione dello Stato oppure difendere la democrazia, l’uguaglianza, il pubblico.

La bufala dell’irresponsabilità dei magistrati

È affermazione diffusa tra i fautori del Sì nel referendum che i magistrati non vengono mai puniti per gli illeciti commessi. I dati dicono il contrario. Ogni anno vengono avviati circa 90 procedimenti disciplinari (di cui solo il 30% dal ministro della giustizia) che si concludono con condanne nella metà dei casi. Delle assoluzioni, poi, solo il 5% è impugnato dal ministro (che, evidentemente, ne considera giusto il 95%)…

Per un no sociale

Il referendum sulla giustizia non è una questione tecnica. Riguarda la possibilità che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa prendere parola, difendersi, dissentire, organizzarsi. Dire No non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito è il conflitto democratico.

Referendum: il non-voto dei fuori sede

La democrazia italiana è sommersa da una grave crisi di partecipazione. Il numero dei votanti diminuisce in ogni elezione. Cosa fanno, a fronte di questa emergenza, il Governo e la maggioranza parlamentare? Escludono dal voto referendario i cosiddetti “fuori sede”, pur ammessi, con provvedimenti ad hoc, nelle ultime elezioni. Difficile pensare che non si tratti di un calcolo di (ritenuta) convenienza politica.