È difficile aggiungere qualcosa – sia in punto dati e informazioni sui contesti economici, politici, giuridici sia in termini di commenti – ai contributi di Marco Revelli e Livio Pepino sull’opposizione alla linea ferroviaria Torino-Lione pubblicati nei giorni scorsi su queste pagine. Forse basterebbe sottolineare il fatto che a fronte del clamore scomposto della politica e della stampa nel fare dell’ormai tradizionale festival della comunità resistente della Val di Susa un evento dirompente per la sicurezza e l’economia del paese non si sia sentita una voce da parte dei diversi poteri interessati per rispondere alle accuse precise, circostanziate, gravissime formulate in quegli articoli.
Ormai più di dieci anni fa – era il 2014 – una sentenza estremamente documentata del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) aveva – con dati aggiornati a quel tempo – indicato nel ‘caso’ Tav e relativa opposizione non un conflitto tra una minoranza locale e un potere statale, ma il modello esemplare di uno scenario globale: un progetto ambientale, con rischi evidenti e assenza di benefici di qualsiasi tipo (salvo quelli degli attori privati e dei loro alleati-conniventi) era gestito con la ‘cancellazione’ dei diritti fondamentali individuali e collettivi delle persone reali, semplicemente ignorandole, come inesistenti, di non-competenza. In un contesto istituzionale dove i diritti fondamentali erano proclamati anche in una Costituzione che si continuava a proclamare esemplare, una comunità che chiamava con il suo nome quanto succedeva alla sua vita era retrocessa al ruolo assegnato negli anni ‘70 alle lotte del movimento operaio: ribelle-avversario-pericoloso, fuori dalla realtà concreta dell’economia e del progresso, perché pretendeva che la Costituzione valesse come obbligo nelle questioni che toccano la dignità e l’autonomia della vita, dove ambiente, cultura, scelte personali e collettive costituiscono un continuum.
Il giudizio del TPP sulla piena legittimità della resistenza del popolo della Val di Susa era formulato non da attivisti, ma da una giuria di magistrati ed esperti internazionali. E divenne di riferimento per altre sentenze e ‘pareri’ su situazioni dove, sempre più chiaramente, la gestione dell’ambiente, dei territori, delle risorse era (come tuttora è) all’incrocio di interessi, diritti, poteri che che impongono di verificare se ai vantaggi dichiarati da una parte non corrisponda la trasformazione in vittime di un’altra parte. Il TPP diceva in un certo senso l’ovvio segnalando che il tipo di rapporti applicato ‘normalmente’ in paesi o in contesti regionali ‘colonizzati’ (termine che sembra evocare una situazione passata ma coincide in realtà con l’attuale geopolitica delle diseguaglianze) si stava realizzando in un paese ‘sviluppato’, europeo, di riferimento culturale. E soprattutto si stava realizzando “legalmente”, attraverso la sistematica cancellazione, in tutti i passaggi dei processi decisionali, della vita delle persone reali.
Il contributo di Revelli aggiorna in modo impressionante la struttura di menzogna e di corruzione che permette di mantenere in piedi la banalità di uno scandalo troppo grande ed esemplare per essere dichiarato. Uno dei tanti, come il Ponte sullo Stretto, con la variante di una comunità che esercita fino in fondo e in modo organizzato il suo diritto di parola. L’esemplarità della Val di Susa coincide con molte altre esaminate dal TPP nella sua storia: le responsabilità del democratico Canada nella gestione delle miniere a livello internazionale (legale economicamente e criminale nelle conseguenze sui tanti e diversi popoli coinvolti); la ‘negazione’ del diritto all’esistenza delle minoranze indigene del Western Papua (è di questi giorni, accuratamente ignorata, la ‘rivelazione’ della politica coloniale, con alleanza di Stati e transnazionali, dell’Indonesia); le politiche di fracking; il genocidio dei popoli dei Tamil o dei Rohingyas, definiti terroristi per mascherare la mescolanza del tentativo di cancellare miniranze etniche e di strategie globali di accaparramento di ‘vie della seta’, di rotte commerciali, di terre rare o di sicurezza militare (in cui sono presenti tutti i grandi poteri e servizi segreti, dagli USA al Regno Unito, a Israele all’India e alla Cina).
L’‘esemplarità’ del popolo della Val di Susa è ancor più chiara e didattica proprio per quanto successo negli ultimi anni al termine “terrorismo” (evocato più o meno ‘per caso’ anche recentemente, con una programmata incompetenza e un’esplicita disonestà): usato e percepito in modo da farlo corrispondere a una situazione ben definita, e soprattutto accettata e più ancora applicata e applicabile, mentre la realtà è esattamente all’opposto. Non si dice nulla di nuovo nel dire che nel diritto internazionale il termine non esiste, se non come veicolo internazionalmente ‘valido’ (=arbitrariamente applicabile) per affermare l’autonomo potere di definire amici o nemici, scartabili o meno, con qualsiasi mezzo. I rapporti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il termine non corrisponde a nessuna definizione. Utilizzato per qualificare (in assenza d’altro) l’attacco alle Torri Gemelle, per giustificare la legittimità di qualsiasi risposta, si è trasformato in un nome comune che non importa quale Stato può utilizzare per giustificare, senza prove e senza implicazioni predefinite, qualunque misura di sicurezza. È purtroppo fin troppo facile e triste constatare che gli spazi di libertà, di legittimità di resistenza, di orizzonti di riconoscimento-restituzione di diritti per la realtà riassunta nel termine ‘popolo’ (concreta nella variabilità delle sue visibilità e dei suoi diritti di ‘nuda vita’ tanto quanto manipolata nel linguaggio e nelle prassi politiche) sono profondamente peggiorati. Il popolo di Gaza, il popolo dei migranti, i popoli originari, i popoli dei ‘diversi’, tutti coloro che coincidono con la non obbedienza rassegnata alla ripetitività di modelli più o meno artificialmente intelligenti non hanno in questi tempi un diritto acquisito di cittadinanza. Ancor meno di fruizione dei diritti universali e costituzionali di uguaglianza.
La storia-utopia concreta del popolo della Val di Susa e del suo festival che guarda a un futuro da condividere, è parte integrante della storia che le sentenze del TPP (quelle recenti sul Rojava, sulle donne Afghane, quella in corso sui popoli originari del Canada…) continuano a pensare che sia la sola che possa aver senso.
