Gianni Tognoni, medico, esperto di epidemiologia clinica e comunitaria, è stato direttore del Consorzio Negri Sud. E' Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
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Il brutale sterminio dei kurdi ad Aleppo e in tutta la Siria, attuato con la complicità dell’Occidente, attrae a malapena qualche riga tra le cronache della geopolitica. Eppure alla sua ferocia si affianca la speranza di una politica nuova fondata sul superamento degli Stati nazionali. È anche questo che l’Occidente non tollera.
Oggi in Afghanistan – denuncia il Tribunale Permanente dei Popoli – è la stessa “umanità” delle donne a essere negata. Eppure, prima del ritorno dei talebani, esse erano presenti e attive in tutte le articolazioni della società. Il loro protagonismo si sarebbe potuto consolidare se fosse stato sostenuto dalla comunità internazionale.
Il rapporto della International Association of Genocide Scholars, fondato sull’analisi dei fatti e su rigorosi argomenti giuridici, conferma il giudizio politico: a Gaza è in atto un genocidio spaventoso. Al documento fanno eco le piazze di tutto il mondo che dicono e ripetono che il diritto alla vita e alla dignità di Gaza coincide con il loro diritto.
A Gaza il genocidio è l’unico pane quotidiano. E di fronte ad esso misuriamo la nostra impotenza e l’apparente inutilità di analisi, denunce, appelli. Eppure sono proprio i movimenti che in tutto il mondo si sono identificati con Gaza a rendere evidente che la sua indicibile tragedia è l’altra faccia della impunità dei poteri forti (economici e politici) che sono il vero nemico da combattere.
Eliminazione sistematica e scientifica della popolazione civile, tortura di massa per fame e sete, distruzione di ogni presidio sanitario, “pulizia del territorio” con i bulldozer. Il tutto nella più perfetta impunità e nell’irrilevanza di ogni regola internazionale. Questo accade a Gaza nel silenzio complice dell’Occidente. Insieme al genocidio si consuma la fine delle democrazie, ridotte a opzione flessibile e, dunque, facoltative.
Il Tribunale Permanente dei Popoli ha riconosciuto la Turchia colpevole di genocidio del popolo kurdo. L’importanza della sentenza va oltre quel, pur fondamentale, accertamento. Essa, infatti, è anche un atto d’accusa contro le complicità della comunità internazionale nel massacro di minoranze sopravvissute grazie a una cultura di pace e accoglienza e capaci di prefigurare un mondo diverso.
Il Tribunale permanente dei popoli lo ha documentato in modo inoppugnabile: la Turchia e il suo presidente hanno commesso, in Rojava, terribili crimini contro l’umanità. Non solo bombardamenti, omicidi mirati, arresti arbitrari, torture, femminicidi, stupri, ma anche il tentativo sistematico di sradicare il popolo curdo dalla propria terra accompagnato da una politica di vera e propria sostituzione etnica.
Giorgia Meloni conferisce la cittadinanza italiana al presidente argentino Milei per ricambiare il dono del modellino di una motosega, simbolo delle sue politiche sociali. Non sono coincidenze, ma segnali di un progetto comune. L’obiettivo è la “democrazia zero” che ha come stelle polari la disuguaglianza e il dominio incontrastato del più forte.
Non ha senso fare gli indovini su cosa succederà in Siria, in una situazione che sta rimescolando i profondi disequilibri già esistenti. Ma è chiaro il pericolo che corre l’esperienza civile e democratica di Rojava e del popolo kurdo, sotto attacco da parte delle milizie filoturche e della stessa Turchia. Spetta anche alla comunità internazionale, oggi in preoccupante silenzio, preservarla e salvaguardarla
Distribuire qualifiche di terroristi a destra e a manca è un vecchio gioco per giustificare le pratiche più fuorvianti e consentire di evocare la “sicurezza” a giustificazione di ogni guerra. Grazie a questo “gioco”, le aggressioni più brutali e sanguinose sono chiamate legittima difesa ed è proibito chiamare con il suo nome ciò che succede in Palestina (come ieri in Iraq o in Afghanistan).