Contro l’afasia del presente: il pensiero di Elvio Fassone

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Dominato il coinvolgimento emotivo, è arrivato il tempo di parlare di Elvio Fassone. Il dolore individuale e collettivo per la sua scomparsa (intervenuta lo scorso 21 giugno) comincia man mano a sedimentarsi e, pur nell’inalterato permanere di un senso di vuoto, la memoria può provare a oltrepassare la soglia del lutto per cimentarsi nella riattivazione di un pensiero politico necessario e attuale.

In tutti i territori che ha attraversato – la giurisdizione, la politica, la cultura –, costruendo ogni volta un’esperienza di contaminazione (una di quelle terre di mezzo più feconde per la riflessione), Elvio Fassone ha coltivato un legame fondativo con la Costituzione, destinato a orientare l’intero suo percorso; non si è limitato a officiare una liturgia costituzionale (quante se ne sentono, a sinistra, di giaculatorie tradite nei fatti!): ha assorbito la Carta come criterio di intelligenza del Paese e della sua vita sociale e politica.

Mi sono rimaste scolpite nella mente, in proposito, le parole dell’introduzione di Una Costituzione amica (2012) riguardo al breve periodo di piena vitalità della Carta, temporalmente compreso tra l’attuazione delle Regioni nel 1970 e l’istituzione, nel 1983, della prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (la c.d. Commissione Bozzi). Sono andato a ripescarle: «Tirando le somme, la nostra Carta fondamentale ha vissuto oltre vent’anni nell’attesa che venissero realizzati quantomeno gli organismi istituzionali previsti e quasi trenta sotto la crescente pressione per riformarla. Ciò significa che di una Costituzione in buona salute, liberata da attese di attuazione e immune da ansie di cambiamento, abbiamo goduto per poco più di un decennio, a malapena un sesto della sua esistenza». A quel decennio di «buona salute» corrispose una stagione di conflitto sociale, di parlamentarismo non consociativo, di partecipazione diffusa a tutti i livelli: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni rappresentative locali e regionali. La Costituzione vi appariva non come un simulacro da custodire, ma come un programma da portare dentro la materia viva dei rapporti sociali. Ed era da lì che, sosteneva Fassone, occorreva ripartire: non dalla nostalgia di un passato irripetibile, ma da quella idea esigente della Carta come campo di lotta democratica e di trasformazione possibile. Aveva già intravisto, in quel libro, due fattori, allo stesso tempo di rischio e di opportunità, per dare nuovo impulso al progetto costituzionale: il gigantesco processo di riequilibrio planetario, con la perdita da parte dell’Occidente euro-americano di quella posizione di privilegio resa possibile da politiche colonialiste e di drenaggio delle risorse dei popoli del Sud del mondo; la questione centrale della fine della società del lavoro, da contrastare attraverso l’incessante lotta politica e costituzionale per connettere «due realtà che assurdamente incombono e non si congiungono: quella di un’immensa quantità di lavori che attendono di essere svolti per migliorare la qualità di vita di tutti (per intenderci: i lavori di benessere sociale, ambientale, culturale e simili) e quella di una altrettanto immensa quantità di lavoratori che attendono di essere impiegati».

A quasi tre lustri da quel testo, invece, la sinistra sembra essersi infilata nelle declinazioni della post-democrazia, rinunciando a ragionare sul lavoro come fondamento della liberazione della persona e consegnandosi a un europeismo tanto necessario nella sua ispirazione originaria – unico fattore possibile di pace, cooperazione e progresso – quanto rimasto, nella pratica storica, privo di una direzione politica capace di ordinarne il senso. Un progetto che avrebbe potuto costituire un argine alla scomposizione del mondo finisce oggi per trasformarsi nel suo contrario: un mito incapace di mettere ordine nei conflitti del presente e troppo spesso esposto alla riaffermazione, sotto nuove forme, della superiorità occidentale; basti pensare al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, nel quale la promessa di solidarietà tra Stati membri convive con il rafforzamento delle frontiere esterne, delle procedure accelerate e della logica del rimpatrio: esattamente il contrario di quanto scritto in quelle carte sovranazionali e costituzionali che, per Elvio Fassone, dovevano essere amiche prima di tutto dei senza patria, dei migranti, di quanti stanno fuori dai recinti protetti della cittadinanza piena.

E fuori della cittadinanza piena continuano a rimanere anche i detenuti; continua a restare il carcere, altro polo attorno al quale ha ruotato la riflessione di Fassone. Per lui, il pensiero sulla pena non è mai stato separabile dal pensiero sulla qualità della democrazia: misurarsi con il carcere significava, dunque, provare ad applicare per intero la Costituzione nel luogo più duro, più opaco, più esposto alla tentazione della rimozione. Ci si è ormai abituati a ricordare l’ultima, celebre meditazione di Fassone sul carcere, affidata a Fine pena: ora (2015), e la sua lunga lotta contro l’ergastolo ostativo: una pena destinata, in concreto, a non conoscere fine se non attraverso la collaborazione con la giustizia. Ed è giusto che l’attenzione si soffermi su quel testo, che è stato una pietra miliare culturale e, insieme, un libro di battaglia nel cammino che ha condotto la Corte costituzionale, nel 2019, ad aprire una breccia significativa nel muro dell’ergastolo ostativo. Sarebbe però necessario allargare quella battaglia alla lotta contro l’ergastolo in quanto tale, se non vogliamo ridurre Fine pena: ora a un oggetto di imbalsamazione celebrativa, un libro da commemorare anziché da continuare a far passare di mano in mano come una domanda ancora aperta sulla pena perpetua, sulla speranza e sul limite costituzionale del punire.

È bene ricordare, tuttavia, che il confronto di Fassone con il carcere comincia molto prima, con un testo fondamentale quale Carcere e criminalità. Il cittadino interroga le prigioni (1976): ispirato manualetto di intelligenza concreta del carcere come approdo finale di un processo di esclusione sociale, «ultimo anello di un continuum di risposte negative ed escludenti ai problemi dell’esistenza». Quelle parole sull’estrema visibilità dei poveri, e dunque sull’alto tasso di repressione che finisce per abbattersi su di loro, trovano oggi un riscontro ulteriore nell’epoca della sorveglianza diffusa: il controllo non si arresta più alle mura del carcere, ma si estende fuori di esse, inseguendo le classi marginali nei territori, nei servizi, nei dispositivi amministrativi e nelle nuove forme di governo della povertà. E il carcere, oggi, è ancora questo: il punto di caduta di politiche penali che, attraverso pacchetti sicurezza, inasprimenti sanzionatori per i reati dei marginali e nuove figure di criminalizzazione del conflitto sociale, continuano a riempire le prigioni di poveri e di persone percepite come minaccia non tanto per la sicurezza dei diritti, quanto per l’ordine gerarchico del mondo. Anche su questo si misura una crisi di pensiero: l’incapacità di riconoscere nel carcere uno dei luoghi in cui la democrazia rivela la matrice del suo decadimento e le proprie zone d’ombra più profonde.

Gran parte di questa crisi deriva proprio dall’incapacità di pensare in concreto i rapporti sociali e di classe, e di misurare le categorie della politica e del diritto sui bisogni delle persone in carne e ossa, sulle vite materiali che quelle categorie pretendono di ordinare. Torno un attimo a Fine pena: ora, dalle cui pagine affiorava un’immagine spietata della routine giudiziaria quotidiana, dove troppo spesso l’imputato è «presente al giudice quale semplice entità metafisica, una sorta di contrappunto concettuale e anonimo alla nozione della contumacia». Ecco, credo che questo valga, oltre che per la giustizia, anche per la politica e la cultura del penitenziario. In un’epoca terribile di sovraffollamento, in cui un giudice penale arriva a sequestrare l’intero carcere di Sollicciano, a Firenze, per le condizioni di vita disumane dei detenuti, abbiamo assunto – ahimè, anche a sinistra – il vizio di ragionare per categorie astratte e credere che sia commendevole guardare ai detenuti ora come tossicodipendenti (senza comprendere bene la realtà dei consumi), ora come pazienti psichiatrici (senza comprendere bene il mondo della sofferenza mentale). Così pensiamo che il passare da un’etichetta all’altra e da una categoria all’altra possa attenuare la durezza del carcere, aprire spazi di umanità. Invece, si producono nuovi stigmi, nuove chiusure, nuove forme di separazione che mutano nome senza intaccare la sostanza dell’esclusione, sulla quale abbiamo smesso di interrogarci sia per quanto riguarda il carcere sia in riferimento al mondo di fuori.

A conclusione di questa breve riflessione, volta a ricordare i meriti culturali che Fassone ha avuto e continua a far fruttificare nel risveglio delle coscienze, mi piace affidarmi ancora una volta alle sue parole. Scriveva, nel testo sul carcere e la criminalità, che ci sono parole stanche e persone stanche di aspettare che alle parole seguano i fatti. E, tuttavia, coltivava la convinzione che da certe parole possano, talora, nascere dei fatti (le parole sono importanti, gridava Michele Apicella alias Nanni Moretti…). Ecco, c’è da auspicare che il pensiero di Fassone ci aiuti ad abbandonare l’afasia di parole e passioni in cui siamo caduti e a riprendere in mano il progetto di un mondo finalmente misurato sulla Costituzione nata dalla Liberazione.

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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