Il 18 aprile si terrà a Torino l’assemblea annuale di Volere la Luna. Per ragioni di trasparenza e perché i nostri lettori siano informati e coinvolti nella vita dell’associazione pubblichiamo di seguito la relazione introduttiva predisposta dal presidente. (la redazione)
Sono all’8ª relazione introduttiva dell’assemblea di Volere la Luna (la 9ª se contiamo anche quella straordinaria del 24 novembre 2024). Comincio, questa volta, con un’annotazione che non avrei mai voluto fare e che riguarda un’assenza: quella di Robi Patrucco, sempre presente alle nostre assemblee e che ci ha lasciati dopo una breve (ma insieme lunghissima) malattia pochi giorni prima dello scorso Natale. Non è un richiamo rituale. È un pezzo di noi – di un gruppo in cui i rapporti personali sono componente fondamentale – che se ne è andato, lasciandoci più soli in un momento difficile. Più soli, ma non meno motivati e impegnati in un rinnovamento che sta cominciando a delinearsi.
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Comincio con alcuni necessari aggiornamenti sullo stato dell’associazione:
– i soci in regola con il pagamento della quota sono stati 300 nel 2025 (dopo che erano stati 325 nel 2024) e sono al 31 marzo di quest’anno 140. Nel corso degli anni sono ruotati complessivamente 900 soci. Di essi, facendo riferimento al periodo 2024-25, 201 (pari al 54%) risiedono in Piemonte; seguono, ma con numeri piuttosto bassi, la Toscana (30), la Lombardia (24), l’Emilia (20), la Sicilia (18, con un gruppo locale costituito anche in modo formale a Catania);
– il sito nazionale, principale strumento di diffusione delle nostre analisi e delle nostre proposte, ha confermato, nel corso del 2025, l’andamento degli anni precedenti. La serie storica degli accessi è univoca. A partire dal 1 gennaio 2019, essi sono stati complessivamente quasi 6 milioni: 634.939 nel 2019; 986.279 nel 2020; 824.470 nel 2021; 821.274 nel 2022; 883.076 nel 2023; 869.244 nel 2024; 880.058 nel 2025. Nei primi tre mesi del 2025, poi, abbiamo collezionato 205.929 accessi. Le visualizzazioni giornaliere si aggirano, mediamente, intorno alle 2.600 (con punte fino a 10.000). Inseriamo 15 articoli la settimana (3 al giorno esclusi sabato e domenica) e inviamo ogni venerdì una newsletter che li segnala. I collaboratori continuano a crescere: siamo arrivati, conteggiando solo le persone fisiche, al numero incredibile di 1.000, di cui 200 stabili;
– la sede di Torino, finiti (o quasi) i lavori di ristrutturazione in via Trivero, sta dispiegando appieno le sue attività, che sono sempre più rilevanti sia qualitativamente che quantitativamente. Mi limito a ricordare le principali, che saranno riprese più avanti e illustrate nel dettaglio nel corso dell’assemblea: a1) sul versante culturale abbiamo allestito 4 mostre e organizzato dibattiti, presentazioni di libri, approfondimenti politici con una media di 2 incontri settimanali, risistemato in modo razionale la biblioteca (che presto potrà essere accessibile al pubblico) e aperto un’aula studio (che è una risorsa importante anche se stenta a decollare); a2) tra le attività di carattere sociale spiccano la mensa popolare gratuita (che è partita a metà gennaio, è aperta a pranzo il lunedì, il mercoledì e il venerdì e che ha rapidamente raggiunto il numero di 50 ospiti) e gli sportelli informativi (legale, sanitario, sull’immigrazione e di consulenza pensionistica), gestiti da volontari e professionisti, aperti, in presenza, il mercoledì pomeriggio e dotati di un numero telefonico sempre attivo, che nel 2024 hanno prestato un centinaio di consulenze (prevalentemente di carattere giuridico e sul tema casa); a3) abbiamo messo a disposizione la sala polifunzionale per molte realtà del territorio per iniziative interne o pubbliche arrivando a un’apertura della sede pressoché quotidiana; a4) abbiamo ristrutturato il sito di via Trivero, autonomizzandolo da quello nazionale, e avviato una presenza continuativa sui social, aumentando così la conoscenza e la diffusione delle nostre iniziative; a5) abbiamo incrementato la nostra presenza politica sul territorio cittadino con la partecipazione attiva alle principali mobilitazioni (a cominciare da quelle contro la guerra e in favore della Palestina), concorrendo in maniera significativa all’attività del Coordinamento antifascista, impegnandoci nella campagna referendaria, promuovendo e ospitando importanti momenti di confronto sulla repressione, coinvolgendo – nella prospettiva di costruzione di una rete – altre realtà associative nelle nostre iniziative;
– la sede di Catania si è, nel 2025 e nei primi mesi del 2026, significativamente consolidata. Gli aderenti sono saliti a 20 e il gruppo è stato molto attivo: sia nella campagna referendaria, sia organizzando una pluralità di incontri soprattutto sul governo del territorio cittadino (documentati anche in alcuni articoli pubblicati sul sito) e diventando così un punto significativo di riferimento per l’associazionismo locale;
– la situazione economica è riassunta nei bilanci che saranno illustrati dalla tesoriera. Mi limito, dunque, a sottolineare alcuni dati generali: b1) dedotte le spese straordinarie per lavori (che, con quest’anno dovrebbero finire) le nostre uscite annue ordinarie si sono attestate stabilmente sui 35.000 euro (con le voci principali per il canone di locazione della sede e per la struttura e la gestione del sito) pari a poco meno di 3.000 euro al mese; b2) a fronte di tali uscite, le entrate ordinarie (dedotte cioè i contributi ad hoc e/o ottenuti attraverso bandi per i lavori) oscillano intorno ai 40.000 euro annui (per quote e donazioni); b3) ciò ci ha consentito di chiudere gli ultimi anni il bilancio con un attivo, sia pur modesto; b4) a partire dal 2026 la situazione sarà più delicata per le spese della mensa (in particolare la retribuzione del cuoco), che abbiamo quantificato tra i 10.000 e i 15.000 euro annui, a cui abbiamo previsto di far fronte con contributi ad hoc, con il sostegno – già attivo – di associazioni amiche (come Magistratura democratica, Giuristi democratici e Prospettive Comuni) e con le piccole donazioni di chi, sia pure in numero ridotto, partecipa ai pranzi (nella prospettiva, sociale prima che economica, di evitare forme di ghettizzazione).
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Dopo i (doverosi) cenni informativi, si apre il tema – oggetto principale dell’assemblea – del presente e delle prospettive. Ciò impone qualche considerazione sulla situazione politica generale (internazionale e nazionale) in cui siamo immersi: senza alcuna pretesa di completezza ma con l’esclusiva finalità di individuare i riferimenti principali del nostro progetto politico. Sarò volutamente molto schematico.
1. La guerra, comunque vadano a finire gli attuali conflitti, ha sovvertito il mondo in cui la nostra generazione (anche quella dei più anziani) ha vissuto. È un cambiamento epocale, fino a qualche decennio fa impensabile. Non siamo di fronte a un semplice cambio di egemonia o di rapporti di forza o all’affacciarsi di nuovi soggetti potenzialmente egemoni. Sono saltate le regole minime della convivenza a cui eravamo abituati: a1) il “mai più” genocidio pronunciato al termine del secondo conflitto mondiale di fronte ai campi di sterminio è stato cancellato non solo dalla dimensione dell’essere (in cui non era mai totalmente scomparso) ma anche da quella del dover essere (in cui era, almeno a parole, un dato acquisito); di più, il genocidio è diventato uno strumento ordinario di governo, praticato in maniera scientifica e sistematica, proiettato sugli schermi di tutto il mondo, rivendicato senza vergogna né umanità; a2) per la prima volta, dopo Hiroshima, è caduto il tabù dell’uso di armi nucleari: più volte minacciato durante la guerra fredda è diventato una possibilità reale, scongiurata (per ora) solo all’ultimo momento nella guerra contro l’Iran e – a detta di molti osservatori – solo per l’opposizione dei comandi militari degli Stati Uniti (consapevoli delle reazioni incontrollabili che essa avrebbe innescato). Fino a ieri l’obiettivo dichiarato della comunità internazionale era impedire il possesso di tali armi da parte di stati considerati “canaglia”; oggi il problema, per il mondo, è il loro possesso da parte dei due paesi (gli Stati Uniti e Israele) che più di ogni altro possono fregiarsi di tale definizione; a3) le spese militari assorbono gran parte dei bilanci degli Stati: primi tra tutti gli Stati Uniti e l’Europa. In maniera irreversibile, almeno nei tempi brevi, ché esse sono diventate il principale volano dell’economia di gran parte del mondo; a4) il diritto internazionale, strumento (pur precario) di governo delle relazioni internazionali, inventato nella modernità per sostituire il puro esercizio della forza, non esiste più. L’Onu è stata privata di ogni autorevolezza; i Tribunali internazionali sono quotidianamente irrisi; l’unica legge riconosciuta è, di nuovo, la forza. Anche qui in modo palese e rivendicato. Per giustificare la programmata annessione agli Stati Uniti della Groenlandia, Trump non ha addotto ragioni storiche o geografiche ma si è limitato a un lapidario “ci serve”, la stessa formula usata da Israele a sostegno della prosecuzione degli insediamenti illegittimi in Cisgiordania. Parallelamente, l’omicidio di uomini di governo e leader di paesi “nemici” è considerato, praticato e rivendicato come strumento ordinario di azione politica. E anche le regole “umanitarie” dettate per contenere la violenza nei conflitti sono totalmente disattese: la popolazione civile è diventata il bersaglio privilegiato; non sono risparmiate – e sono anzi colpite per prime – le strutture sanitarie e scolastiche; la privazione di cibo e di acqua è usata come arma; i territori e le popolazioni diventano “bottino di guerra” con un ritorno a pratiche abbandonate da secoli; a5) la cultura e il linguaggio subiscono una regressione analoga. Mai nella modernità, nemmeno durante il nazismo e lo stalinismo, un capo di Stato ha detto del capo religioso di un altro Paese “lo uccideremo”, si è spinto a definire “bastardi” i suoi governati e a preannunciare la distruzione di un popolo e l’annientamento di una civiltà millenaria.
2. Tutto ciò avviene mentre è in corso, e ne è nel contempo detonatore, il declino irreversibile (economico, culturale, etico e politico) dei due imperi – quello americano e quello russo – che hanno dominato il mondo negli ultimi 80 anni. Ne abbiamo parlato ripetutamente ed è, dunque, sufficiente rinviare alle ripetute analisi svolte nel nostro sito, limitandoci qui a sottolineare i fattori che lo accompagnano: l’assenza (almeno attuale) di altri soggetti egemoni sulla scena mondiale e l’avvenuta “morte cerebrale” – come l’ha definita qualche tempo fa Lucio Caracciolo – dell’Europa. La leadership del vecchio continente, la peggiore di sempre – ha scritto qualche tempo fa Marco Revelli con riferimento alla guerra tra Russia e Ucraina ma con parole che ben si adattano agli altri ancor più devastanti conflitti in atto –, «non è stata nemmeno capace di cogliere la sfida esistenziale che questa orribile guerra rappresenta per la sua sopravvivenza come entità terza nel confronto tra due potenze imperiali declinanti (e per questo tanto più pericolose). Non ha mosso un dito per impedire che scoppiasse (ed era possibile e doveroso tentare). E in tre anni di massacro crescente non ha preso un’iniziativa, non una sola, per affermare l’intelligenza dell’azione diplomatica contro l’inerzia ottusa dello strepito delle armi. Nell’illusione – rivelatasi falsa – che la potenza dell’impero (declinante) americano avrebbe garantito la vittoria sull’impero (declinato) russo, e magari la possibilità di appropriarsi delle risorse di questo». Un’Europa che proclama anche sul piano teorico la necessità della guerra, che investe in modo abnorme in armi (poco importa se per “una difesa comune” o per velleità da grande potenza di alcuni), che pratica allegramente una doppia verità in Ucraina e a Gaza, che distrugge lo Stato sociale, che abbandona i valori di accoglienza e di tolleranza su cui è (almeno a parole) nata non è né un’alternativa né una risorsa ma un pericolo. È questo il dato colpevolmente ignorato dalle sinistre che sono, al contrario, complici dell’attuale derive (con limitate eccezioni, come quella spagnola, amplificata, a ben guardare oltre misura: forse perché unica o forse – più probabilmente – per disperazione…). Oggi in Europa soffia un’aria di destra estrema, di sovranismi, di nazionalismi che lascia intravedere scenari distopici; ma non è questo l’unico dato negativo. Può darsi che la direzione del vento cambi (e le elezioni in Polonia prima e, mentre scrivo, in Ungheria sono un segnale in questo senso) ma anche se questo accadrà – ed è sperabile che accade – questa Europa resterà ancorata al peggior liberismo e preda di pulsioni autoritarie in cui scompare la stessa rappresentazione della sinistra (come, appunto, accade in Ungheria, liberata dall’incubo Orban ma in cui lo stesso termine “sinistra” scompare dalla scena istituzionale).
3. Parallelamente le democrazia che abbiamo conosciuto nella seconda metà del Novecento come modello di organizzazione della società è anch’essa in crisi irreversibile. Ormai non si tratta più soltanto del suo inevitabile carattere tendenziale, della fuga dal voto, del peso decisivo del denaro nelle competizioni elettorali, della formalizzazione (anche grazie a sistemi elettorali truffaldini) del “governo dei meno”. Gli Epstein files hanno messo a nudo un sistema di governo delle società e del mondo fondato su rapporti indicibili tra un numero limitato di potenti, al di là delle appartenenze politiche e ideologiche. È una realtà già descritta una quindicina di anni fa da G. Zagrebelsky con parole che in quei files trovano oggi una conferma addirittura letterale: «Una delle grandi divisione della nostra società è forse proprio quella tra chi ha giro e chi non ce l’ha: divisione profonda, fatta di carriere, status personali, invidie e risentimenti che avvelenano i rapporti e corrompono i legami sociali ma che, finché dura, è una vera e propria struttura costituzionale materiale. Nei “giri” si scambiano protezione e favori con fedeltà e servizi. Ciò ha bisogno di una materia da scambiare. Occorre cioè, da una parte, disporre di risorse da distribuire come favori, per esempio denaro o impieghi oppure carriere e promozioni, immunità e privilegi. E occorre, dall’altra parte, qualche cosa da offrire in restituzione: il piccolo voto (il voto di scambio); l’organizzazione di centinaia o migliaia di voti controllati per ragioni di corporazione, di corruzione, di criminalità; la disponibilità a corrispondere al favore ricevuto con controprestazioni personali o per interposta persona, oggi soprattutto per sesso interposto. L’asettico “giro” in realtà è una cloaca, e questo è il materiale infetto che trasporta. Quando nello scambio entrano anche organizzazioni criminali non è esclusa nemmeno la violenza per tenere insieme il giro. […] E dove si alimenta la forza che muove i giri? Si alimenta nella disuguaglianza e nell’illegalità. I giri, tanto più si diffondono quanto maggiori sono le disuguaglianze sociali e quanto meno le stesse leggi valgono in modo uguale per tutti. Tanta più insicurezza e ingiustizia sociale, tanto più richieste di protezione e cioè di patronato. […] La democrazia, mancando uguaglianza e legalità, diventa copertura e dissimulazione di sistemi di poteri gerarchici, basati sullo scambio ineguale di favori tra potenti e impotenti, e sulla generalizzata illegalità a favore di chi appartiene ad oligarchie. […] Questa struttura del potere mai come oggi è stata estesa, capillare, omnipervasiva. Se solo per un momento potessimo sollevare il velo e avere una veduta di insieme resteremmo sbalorditi di fronte alla realtà nascosta dietro la rappresentazione della democrazia. Catene verticali di potere, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia, della finanza, dell’università, della cultura, dello spettacolo, nell’innumerevole pletora di enti, consigli, centri, fondazioni che, secondo i propri princìpi, dovrebbero essere reciprocamente indipendenti e sono, invece, attratti negli stessi mulinelli del potere corruttivi di ruoli, competenze e responsabilità» (Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini, Laterza/la Repubblica, 2014, pp. 39-42). Difficile contestare la fondatezza – e, insieme, la drammaticità – di questa analisi.
4. La situazione descritta si attaglia in modo esemplare, per quanto riguarda gli aspetti istituzionali, all’Italia. Mi limito – per ragioni di tempo – ad alcuni titoli: la trasformazione del Paese in imbarazzante vassallo di Trump (finanche proposto dalla presidente del Consiglio – non dimentichiamolo – per il premio Nobel per la pace), il trionfo del militarismo e del bellicismo (buoni per qualunque guerra), la riproposizione dei principali miti del fascismo (la nazione, la famiglia e – addirittura – la razza) veicolati da un riscrittura della storia e delle basi stesse della scuola e della cultura, la negazione (almeno di fatto) della crisi climatica, l’irrigidimento autoritario delle istituzioni con abbandono di alcuni cardini dello Stato di diritto, la teorizzazione della disuguaglianza e la distruzione di quel che resta dello Stato sociale, l’organizzazione dello Stato in base a cordate parentali e amicali (sino a grottesche pratiche da basso impero) e via seguitando. A fronte di ciò – come andiamo denunciando da tempo, e abbiamo ampiamente analizzato nell’assemblea del novembre 2024 – le forze democratiche e la sinistra scompaiono (sono scomparse) o si rivelano impotenti, inadeguate e perdenti: l’accettazione della guerra – con maggiore o minore entusiasmo – è pressoché unanime nella sinistra parlamentare e nel suo entourage culturale e di fronte alle peggiori efferatezze e al genocidio palestinese si arriva, al più, a flebili parole di condanna; il riarmo e l’appiattimento su questa Europa sono un fatto conclamato; il modello di sviluppo economico in atto – fondato su una impossibile crescita infinita – non viene minimamente messo in dubbio, limitandosi a proporre alcuni correttivi. Parallelamente la sinistra cosiddetta alternativa è da tempo perdente sul piano culturale, su quello della capacità di aggregazione e su quello dei risultati elettorali: inutile soffermarcisi su, tanto la cosa è evidente. Di più, mancano, a sinistra, modelli concreti di riferimento alternativi e c’è un evidente distacco dal Paese reale, prodotto da una frequente incoerenza tra quanto affermato e quanto praticato.
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Questa breve, incompleta e impietosa carrellata non deriva da una vocazione all’autoflagellazione (posto che di questo mondo e di questa sinistra siamo anche noi parte) ma serve a definire realisticamente il quadro di riferimento della nostra azione politica.
1. C’è un dato positivo – almeno uno – da cui partire. La contrapposizione tra istituzioni e società è spesso artificiosa e infondata, ma oggi è evidente che agli interessi e agli egoismi del sistema di potere e delle sue espressioni politiche (causa della situazione sin qui descritta) si accompagnano, nella società e nei movimenti che la attraversano, significativi segnali in controtendenza. Mi limito a tre flash sulla situazione italiana: Ne indico, limitandomi alla situazione italiana, tre: b1) l’irruzione sulla scena, nell’autunno scorso, di imponenti manifestazioni pro Palestina, veri e propri movimenti tellurici in un Paese apparentemente anestetizzato, con pochi analoghi precedenti nella storia nazionale. Di esse molto si è detto e la loro idoneità ad aprire una nuova stagione politica è tutta da verificare ma si tratta, in ogni caso, di un fatto nuovo, suscettibile di ulteriori significativi sviluppi; b2) la bocciatura del Governo e della maggioranza parlamentare, al di là delle più rosee previsioni, nella competizione referendaria del 22-23 marzo scorso. Quel referendum non era una scadenza qualunque. Era l’occasione scelta dal Governo, siccome ritenuta più facile e più propizia, per ottenere quell’investitura diretta da tempo cercata e destinata, nelle aspettative, a consentirgli di governare indisturbato, senza intralci e senza il fastidio delle regole. Era una tessera fondamentale del mosaico di un assetto istituzionale autoritario, comprensivo del premierato assoluto, dell’autonomia differenziata (pur dimezzata dalla Corte costituzionale), della trasformazione dello Stato di diritto in Stato di polizia (da tempo in atto). Era lo strappo per affermare una (auspicata) egemonia culturale tesa a riscrivere la storia del Paese. Era il viatico per inserirsi nel filone delle democrature che si stanno affermano nel mondo e che annoverano ormai a pieno titolo anche gli Stati Uniti d’America. Era la spallata definitiva al diritto e alle regole come quadro cogente della vita democratica e del confronto politico. Ebbene l’affluenza al voto e la vittoria del no hanno dimostrato l’esistenza di uno scarto enorme tra il sentire dei cittadini e quello della loro rappresentanza parlamentare: se non è un miracolo e, incontestabilmente, un segnale di primaria importanza; b3) il risveglio delle piazze, anche oltre le manifestazioni pro Palestina, e il crescere delle iniziative politiche e culturali nei territori (che abbiamo anche noi toccato con mano), accompagnate dal parziale superamento della conflittualità che da sempre ha caratterizzato la galassia della sinistra. Non è un ribaltamento del quadro, ma è un dato importante da cui partire.
2. Tutto ciò conferma alcune nostre opzioni risalenti, enunciate fin dalla premessa del nostro statuto e ribadite nel corso degli anni, che ripropongo in estrema sintesi: c1) la gravità della situazione non consente scorciatoie né aspettative di cambiamenti profondi nell’assetto sociale e nel governo del Paese, anche nel caso di smottamenti della destra a livello internazionale o di vittoria del centro sinistra nelle nostre prossime elezioni politiche del nostro Paese (eventualità remota, ma non impossibile alla luce della instabilità politica che caratterizza il nuovo millennio e dai più recenti esiti elettorali); c2) non ci sfuggono le diversità tra la destra e la sinistra parlamentare ma è del tutto evidente che tali diversità non investono i pilastri del sistema: il modello economico e le macroscopiche disuguaglianze da esso prodotte, l’accettazione della guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali, la corsa agli armamenti, il quadro delle alleanze internazionali, lo smantellamento del welfare e via seguitando; c3) nella situazione descritta non ci sono, allo stato, le condizioni né per la costruzione di un nuovo soggetto politico attivo sul versante istituzionale né la pratica di forme di entrismo in alcuna delle forze politiche esistenti; c4) un cambiamento degli assetti politici e sociali del Paese non è dietro l’angolo e per prepararlo – in tempi che non è dato prevedere – occorre una mobilitazione dal basso di grandi proporzioni, continuativa e capace di coinvolgimento che, a sua volta, richiede, una rivoluzione politica ed etica, pratiche sociali egualitarie e mutualistiche, l’elaborazione di una cultura non subalterna a quella della destra sui terreni dell’economia, dello sviluppo, delle migrazioni, della sicurezza etc., l’aggregazione delle molteplici realtà ed esperienze di movimento al di fuori di logiche e prospettive istituzionali (pur con un occhio attento alle dinamiche che in tale dimensione si agitano). È – ne siamo ben consapevoli – una prospettiva di lungo periodo ma è l’unica praticabile.
3. È la direzione nella quale ci siamo mossi, pur nei limiti delle nostre forze, anche nell’ultimo anno e in questi primi mesi del 2026. Ne indico alcune tappe: d1) la realizzazione della mensa popolare: non semplice intervento assistenziale (cosa, peraltro, non trascurabile) ma operazione squisitamente politica finalizzata a praticare inclusione e solidarietà in una prospettiva mutualistica, che sta creando interesse e convergenze ben superiori alle previsioni; d2) la trasformazione in atto della sede di via Trivero in una moderna casa del popolo, con molteplici iniziative culturali proprie e con crescente apertura al quartiere e a una pluralità di soggetti associativi; d3) la presenza attiva nel Coordinamento antifascista torinese, che si sta dimostrando una delle realtà più vivaci della realtà cittadina, in grado di tenere miracolosamente insieme quasi 50 associazioni (dai Giovani Democratici sino ad Askatasuna), di mantenere aperto un confronto sulle modalità di lotta politica sul territorio e di interloquire efficacemente con le istituzioni; d4) l’aggregazione (non da soli ma spesso con un ruolo trainante) di realtà di base su numerosi obiettivi specifici, a Torino come a Catania. Nella realtà torinese segnalo in particolare la promozione del Comitato per il No nel referendum sulla giustizia, la costruzione di una rete di quasi 100 realtà associative a sostegno dello spazio sociale Neruda (a rischio sgombero, dopo 10 anni di vita, per ragioni puramente politiche), l’organizzazione di momenti di confronto pubblico sul progetto di trasformazione di Torino in città leader dell’industria militare, la presenza nelle diverse mobilitazioni cittadine (a cominciare da quelle contro il genocidio a Gaza); d5) la promozione e il mantenimento nel tempo di un confronto sulla deriva autoritaria in atto e sulle forme di reazione possibile (in cui si è inserita anche la costante attenzione e un confronto non rituale sullo sgombero, a Torino, del centro sociale Askatasuna e i suoi seguiti); d6) il potenziamento del sito che, anche grazie all’ampiezza e alla tempestività dei contributi, è ormai riconosciuto come una voce autorevole, nel panorama della sinistra.
4. Siamo riusciti in questa impresa grazie anche a una significativa trasformazione organizzativa, iniziata con l’assemblea del 12 aprile dello scorso anno, che ha prodotto una ripartizione di compiti, un ampliamento del gruppo dirigente e un cambiamento di pelle dell’associazione (sempre più aperta e frequentata anche da persone nuove e per attività specifiche). Non è stata una trasformazione facile. Ci sono state incomprensioni e anche distacchi dolorosi (seppur numericamente limitati) ma è stata una scelta salutare e che ha indicato la strada in cui dobbiamo muoverci nei prossimi anni. In forza di tali cambiamenti Volere la Luna ha oggi tre settori di intervento, dotati di un’organizzazione autonoma, fermo il raccordo assicurato dal direttivo nazionale. Tali settori sono: l’attività politica nazionale, il sito (e le attività culturali connesse) e le sedi territoriali (in particolare, per le sue dimensioni e caratteristiche, quella torinese ma senza dimenticare quella catanese). Questa struttura organizzativa articolata è veicolo di maggior democrazia interna e, insieme, di un rinnovamento e di un ricambio che sono assolutamente necessari.
5. Spetta, a questo punto, all’assemblea valutare l’adeguatezza della linea politica adottata, delle iniziative assunte e dell’attuale formula organizzativa. Alla valutazione dovrà seguire, ovviamente, l’indicazione delle linee che dovranno guidare la nostra azione nei prossimi mesi. Per sollecitare la discussione indico alcuni filoni di attività possibili e necessari:
– un maggior attivismo sulla scena nazionale attraverso il potenziamento dei rapporti con realtà affini, la trasformazione di alcune iniziative culturali organizzate in via Trivero in eventi online di rilevanza nazionale, il lancio di alcune campagne (come quella, in corso di definizione, su alcuni interventi immediati per una giustizia garantista, tesa anche a risostruire una rete di rapporti parzialmente incrinati dalla diversità di posizioni nel referendum del 22-23 marzo);
– un ammodernamento del sito accompagnato da una sua gestione più collegiale. A questo fine sarebbe utile un incontro nazionale (in presenza e online) dei collaboratori stabili. Ineludibile, a fianco del sito, è la definizione di un più efficace sistema di presenza sui social;
– il potenziamento organizzativo della sede torinese, con la conferma e una prossima integrazione del gruppo di coordinamento. Ciò è imposto da una pluralità di esigenze. Su tutte: la gestione della mensa (che dovrà verosimilmente prevedere nei prossimi mesi un’apertura più ampia di quella attuale), una maggior presenza sul territorio, la moltiplicazione delle iniziative culturali e l’ulteriore sviluppo del sito, che deve diventare di diventare un punto di riferimento per l’intera città. A queste iniziative sarebbe auspicabile affiancare l’avvio (almeno a titolo sperimentale) della “scuola di politica” di cui abbiamo più volte parlato;
– l’apertura, oltre a quella di Catania, di un paio di altre sedi territoriali: compito non facile ma indispensabile in una prospettiva di crescita e a cui dovrà dedicarsi il direttivo (liberato dalle incombenze organizzative per il funzionamento di via Trivero).
