
Il Referendum costituzionale ci ha regalato un miracolo. Perché è un vero e proprio miracolo questa vittoria del NO tanto netta quanto imprevedibile (fino a due mesi fa). E come tutti i miracoli, anche questo ha i suoi numi protettori, due in particolare: Santa Carta e Santa Gioventù. La Carta, perché la molla principale che ha spinto così tante e tanti ai seggi e a votare NO è stato il motto unanime: ”giù le mani dalla Costituzione”. La volontà di impedire che quel documento fondativo scritto ottant’anni fa dalla parte migliore della nostra cultura giuridica e politica fosse manomesso oggi dalla parte peggiore. E poi i giovani, perché sono stati loro il valore aggiunto che ha contribuito a fare impennare gli indici della partecipazione e a far pendere la bilancia verso il NO, trasferendo dalle piazze strapiene contro il genocidio di Gaza e la guerra la loro passione fin dentro le urne. Queste sono state le prime osservazioni a caldo, mentre lunedì pomeriggio osservavo sospeso tra speranza e paura, i dati scorrere sul video.
Se poi, dalle sensazioni da spettatore televisivo, vogliamo passare all’esercizio del mio mestiere – che è quello di politologo. e quindi dell’osservazione dei dati -, posso aggiungere qualche elemento per favorire una riflessione più meditata su quanto è accaduto: un parallelo storico, un dato generale, e tre possibili chiavi di lettura. Il parallelo storico riguarda il primo referendum fondativo della nostra democrazia: quello del 2 giugno del 1946 tra Monarchia e Repubblica. Allora la Repubblica vinse con un distacco di 2 milioni di voti: 12.718.641 voti contro 10.718.502. Esattamente come oggi il NO prevale sul SI per 14.462.068 voti contro 12.447.767. E’ vero che allora votò quasi il 90% degli aventi diritto, e ora quasi il 60% (a misurare il lungo processo di corrosione della nostra democrazia), ma l’assonanza tra quei due numeri, e quella costante dei 2 milioni di scarto, può comunque alimentare la suggestione (solo una suggestione, non certo una regola scientifica), che nei momenti-chiave della nostra vita collettiva, quando sono in gioco i fondamenti della Repubblica, qualcosa scatta nel profondo del Paese a proteggere le conquiste dei nostri padri.
Il dato generale riguarda invece la composizione del voto per genere: tra le donne il NO ha prevalso al 56%, nell’elettorato maschile si è fermato al 51,5. Questo vuol dire che questo Referendum l’hanno vinto le donne. Porta il loro segno. Senza quella forte spinta da loro impressa ci si sarebbe fermati a un quasi-pareggio. Non dimentichiamolo mai. Quanto alle chiavi di lettura, scavando nella massa imponente di dati ormai a disposizione, posso provare a suggerirne tre: una chiave “territoriale” (chiamiamola così); una chiave “anagrafica” (strutturata prevalentemente sulle classi d’età); e una chiave “culturale” (definita dai livelli d’istruzione).
Dal punto di vista territoriale, una prima rappresentazione è offerta dalla mappa cromatica per Regioni, che ci mostra un paese nella stragrande maggioranza monocromo, nel senso che il rosso, colore con cui è rappresentata la prevalenza del NO, traccia un’unica “landslide”, ovvero una strisciata, per tutto lo sviluppo dello stivale. Solo nella parte settentrionale, sul versante centro-orientale, compare una larga macchia blu, costituita dal lombardo-veneto e dal Friuli-Venezia Giulia. Lì, e solo lì, il SI ha superato il 50% nella media regionale: in Lombardia con il 53,5%, in Veneto con il 58,4, in Friuli con il 54,4. Possiamo chiederci: cos’ha di particolare quella parte di Paese, per muoversi così in controtendenza con il resto? E’ la più potente dal punto di vista produttivo e finanziario, certo: tutte e tre insieme quelle regioni fanno quasi il 44% del Pil italiano (490 miliardi la Lombardia, 210 il Veneto, una cinquantina il Friuli). E’ anche la più ricca: la Lombardia ha un reddito disponibile pro capite superiore del 23% alla media italiana, il Veneto del 19% circa… Ma soprattutto questa è l’area dove, nell’ultimo trentennio, con maggior pienezza e intensità si è radicato il paradigma iper-liberista. O, se si preferisce usare il termine coniato dal nostro grande sociologo, Luciano Gallino, dove il Finanzcapitalismo ha lavorato più a fondo. Tanto a fondo da farsi antropologia. Da plasmare cioè costume, carattere personale, sistema di relazioni, colonizzando i mondi vitali della popolazione. Trasformando – secondo appunto la sua natura – gli individui in frammenti di “capitale”, atomi competitivi le cui caratteristiche personali sono riconfigurate in forma di “asset”, dotati di valore solo se investibili sul mercato. Iper-individualismo e competitività vissuta come condizione esistenziale.
In questo bio-universo dominato dalla dimensione del produrre per competere, è vissuto con fastidio ogni limite che faccia da ostacolo ai propri animal insticts, al libero dispiegarsi della propria volontà di espansione (“di potenza”, direbbe Nietzsche, che però in molti casi è solo “di sopravvivenza”), dal più piccolo atomo sociale al più alto livello del potere, dal “casannone” (neo- termine coniato da Aldo Bonomi per rappresentare la simbiosi tra “Casa” e “Capannone” delle unità produttive famigliari del Nord-est) annidato nella Marca trevigiana fino alla grande Finanziaria insediata nella cuspide dei grattacieli milanesi di Piazza Gae Aulenti, tutti animati dalla stessa ossessione di libertà dai vincoli, siano essi quelli del Fisco o dell’Ecologia, della morale altruistica o del semplice buonsenso. Insomma, il capitalismo di ultima generazione, che qui si è concentrato a tal punto da occupare ogni spazio, vitale e mentale. Il suo segmento che sta in alto, così ben descritto da Sergio Bologna nel suo recentissimo commento al Referendum su Officina Primo Maggio: “Quello che sopravvive solo se può praticare sistematicamente l’illegalità degli appalti, quello che si circonda di schiere di professionisti che lo aiutano a evadere il fisco, a evadere le regole sul lavoro, a evadere le norme ambientali e urbanistiche. Quello che ha aiutato la mafia a traslocare dal Sud al Nord, da Corleone a piazza San Babila. Quello che si sente in parte, ma solo in parte, rappresentato da Confindustria o da Confcommercio o dagli innumerevoli ‘corpi intermedi’, ridotti più a spettri che a corpi. Perché è un capitalismo senza bandiere, può spostarsi tranquillamente nel mondo”. Ma anche il capitalismo che sta in basso, che è penetrato nelle anime e nel cuore di chi apparteneva fino a una trentina di anni fa al mondo del lavoro ma che ora si considera anche lui un “portatore di asset”, sia pur molecolare, quello che fa la fortuna dei commercialisti e ne è a sua volta da quelli formato nell’arte dell’evasione, degli avvocaticchi di paese per difendersi dalle invasioni di campo dei poteri pubblici, e che custodisce con cura il suo piccolo tesoretto di “nero”, che briga e s’arrangia per ripulirlo in qualche modo, con la pletora di micro-intermediari, tutori e protettori di terzo livello, faccendieri e maestri di furbizia, comunque sempre guardando con diffidenza e ostilità a tutto quanto odora di “pubblico”, ma che al contrario dei primi è inchiodato a terra (dal mutuo, dall’ipoteca, dalla banchetta che gi sta addosso) come un anacronistico servo della gleba. E’ tutta la “varia umanità” che abita il territorio di questo “capitalismo feudale ultramoderno”, nel quale le catene di subalternità e asservimento sono innervate in un impasto sociale che non distingue più classi e ruoli perché tutti – quelli che nuotano nell’oro e quelli che arrancano per non affogare – sono unificati dalla comune qualificazione di “competitor di mercato”, micro o macro-imprenditore che sia, e tutti condividono il medesimo ethos che ripete il mantra unico dell’ “enrichissez vous”. Si può ben comprendere come in questo ambiente, colonizzato così a fondo, i temi della campagna per il SI, per sgangherata che fosse – anzi, forse proprio perché sgangherata a tal punto da lasciar intravvedere dietro il muro di balle ammannite ai creduli, il nocciolo duro della riforma – suonassero come musica per le orecchie di chi non aspettava altro che sentirsi dire finalmente di “liberarsi dai giudici”, mettere al loro posto quei “plotoni di esecuzione” che rovinano gli affari, e poi magari sistemare anche quelli della Corte dei Conti, delle Sovrintendenze varie, delle Commissioni urbanistiche, e perché no?, magari anche quei rompicoglioni delle opposizioni che disturbano i manovratori, quelli grossi, che guidano i governi nazionali e locali, ma anche chiunque abbia qualcosa da manovrare. Liberi tutti, finalmente, da qualsiasi cosa abbia anche solo l’odore di una qualche forma di “controllo”.
Ma il fattore territoriale ci dice anche altro. Se anziché la mappa del voto per Regione si prende, per esempio, quella del voto per province, si noterà che la compattezza cromatica si stempera, il quadro si fa più frammentato, compaiono macchie blu anche nel Nord-ovest (le province piemontesi), al Centro, un po’ meno al Sud dove l’unica smagliatura si registra in Calabria sulla punta dello stivale, nella Locride (ma su questo torneremo più avanti). E se si ravvicina ulteriormente il focus, passando alle mappe del voto per Comune, la dissipazione cromatica è ancora più evidente, con sfumature dal rosso al blu ampie. La ragione è evidente: le medie regionali sono trainate dal voto massiccio dei capoluoghi, dove, ovunque, ha vinto il NO (20 su 20), ma man mano che si scende nelle dimensioni dei comuni il SI ricupera: è ancora debole nei Capoluoghi di Provincia, ma nei comuni piccoli e nei “comuni-polvere” è tendenzialmente maggioritario. Insomma, la dimensione territoriale è una chiave molto significativa, per certi versi decisiva.
Tutte le metropoli (intorno al milione di abitanti) hanno votato massicciamente per il NO. Così Roma (60,33%), Milano (58,33), Napoli, naturalmente, col suo record del 75,49%, Torino (64,76%). Altrettanto hanno fatto tutte le “grandi città” (sopra i 100.000 abitanti, tranne Verona e Reggio Calabria): Genova (64,02), Bologna (68,33), Firenze (66,57), Palermo (68,94), Bari (57,14), Catania (63,47), Venezia (55,13), Messina (58,85). Può essere interessante dare uno sguardo più ravvicinato alle mappe delle metropoli, che registrano i risultati seggio per seggio (in rosso quelli con maggioranza NO, in blu quelli per il SI). Si potrà notare l’estensione quasi completa del rosso, con solo alcune macchie circoscritte di blu, in una rappresentazione topografica che – in alcuni casi – rovescia lo schema della ZTL, che nelle precedenti elezioni, politiche e amministrative, voleva il PD e più in generale il centro-sinistra asserragliato nei quartieri del centro o comunque benestanti e il centro destra accampato nelle semi-periferie, nelle periferie, nelle barriere o comunque nei quartieri più indigenti. Qui sono invece le zone centrali e residenziali le sole in cui il SI ha prevalso. Così ad esempio a Torino, dove un pallido azzurro compare solo nei seggi intorno all’asse centralissimo di Via Roma. Oppure a Milano, dove una consistente macchia blu si concentra entro l’ottagono che contiene le zone Duomo e Castello sforzesco (quelle in cui è localizzato il Finanzcapitalismo), mentre il resto è rosa o rosso con accentuazioni a Conchetta, Loreto, Portello, Barona. A Roma, invece, la mappa ci restituisce un’estensione vastissima colorata di rosso, comprendente quasi tutti i municipi, con risultati oscillanti intorno al 60% (con punte massime del 67% al Municipio VII, e basse al Municipio VI col 53%. Unica eccezione il Municipio XV dove il SI prevale per un pelo: 50,72%. Mentre Napoli è assolutamente omogenea, con l’unica variazione tra le sfumature di Rosso (rosa quelle poco sopra il 50%, porpora intenso oltre il 60%), come pure Palermo.
All’opposto i comuni piccoli o piccolissimi, dove il SI si è affermato più diffusamente, soprattutto nelle aree vallive del centro-nord, e con dimensioni spesso elevate, in particolare nei cosiddetti “comuni-polvere”, con l’eccezione delle aree in cui si siano manifestati negli ultimi anni significativi movimenti di protesta con radicamento territoriale, dove invece il NO rialza la testa. Un esempio del primo tipo che, come si può immaginare, conosco bene è costituito dalle valli del cuneese, quelle la cui etnografia è descritta nel Mondo dei vinti, che sono state desertificate dallo spopolamento nell’epoca del boom economico e che da allora non si sono più riprese, quantomeno dal punto di vista demografico. In Valle Stura, per esempio, dove ormai da tempo si vota a destra, nonostante sia stata protagonista della lotta partigiana, disseminata di comuni dalle dimensioni minime (50, 100 abitanti quando va bene) il SI ha prevalso in misura massiccia, tanto più grande quanto più ci si allontana dal capoluogo (si veda la striscia qui sotto i risultati di Rittana, Argentera, Bellino, Vinadio e Pietraporzio).

All’opposto la media e bassa Val di Susa, da vent’anni protagonista della battaglia contro il TAV. Qui, in comuni dalle dimensioni non molto diverse (Venaus, Borgone, Bussoleno, Chianocco, Monpantero), si registrano risultati opposti, con una forte o fortissima prevalenza del NO.

E visto che ci siamo, apriamo una piccola finestra su un gruppetto di piccoli comuni di un altro territorio “sensibile”, quella macchia blu sulla mappa della Calabria, proprio sulla punta dello stivale, che corrisponde alla Locride San Luca, San Procopio, Platì, Africo, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Careri, Sant’Ilario dello Jonio). Una raffica di risultati bulgari per il SI, in comuni che hanno tutti al proprio attivo al minimo uno scioglimento per infiltrazione mafiose, a conferma di quelle sacrosante parole del Procuratore Gratteri, che per quella ragione è stato crocifisso dai pasdaran di SI:

Sulle ragioni di questa brutale asimmetria dimensionale, che spinge le micro-comunità territoriali a scegliere massicciamente la destra, e in questo caso ad accodarsi alla più impresentabile delle riforme, occorrerebbe aprire una riflessione approfondita. Anche perché è fenomeno non solo italiano ma trans-nazionale: sono state loro, le piccole contee della provincia profonda americana, la chiave del successo di Donald Trump e del trumpismo; loro all’origine del successo della Brexit; ancora loro a colorare di bruno – colore del Ressemblement National – le mappe elettorali francesi. Cosa ne alimenta le “passioni tristi”? Un senso di profondo risentimento e di rivalsa per il proprio isolamento? La conversione di antiche “comunità operose” del tempo della relativa lentezza e della materialità del fare che dava senso ai tradizionali mestieri, in “comunità del rancore” ora che tutto diventa fluido e sembra sgretolare persone e cose? La sensazione di sentirsi minacciati nella propria identità (peraltro già ampiamente perduta) a causa dell’accelerazione del mondo “esterno”? Un bisogno di chiusura verso un ignoto che non si riesce a decifrare, sia esso l’immigrato o il controllore governativo o lo sradicato giramondo metropolitano? Per i comuni polvere che conosco, un ruolo di rilievo ha avuto, finora, la vocazione a scambiare fedeltà con protezione nei confronti del governo di turno, unita ossimoricamente però con una non sopprimibile carica di diffidenza e tentazione della trasgressione, due sentimenti opposti resi compatibili, nel caso del Referendum di Nordio e Meloni, dalla voglia di compiacere il Governo e dall’occasione di bastonare i Giudici… Ma la cosa è più ampia e profonda, e bisognerà tornarci sopra.

L’altro fattore rilevante, come si diceva, è di carattere anagrafico. Se si analizza la composizione del voto per classi di età, non può non sfuggire che il NO si afferma con proporzioni inverse al crescere dell’età degli elettori. Nell’aggregazione piuttosto sommaria delle prime analisi dei flussi gli elettori compresi tra i 18 e i 34 anni facevano risultare una percentuale di NO del 61%, quelli delle classi intermedie, tra i 35 e i 64 anni, stavano nella media generale del 53% mentre sopra i 55 anni il NO scendeva, sia pur di pochissimo, sotto il 50% (con un 49,3%). Se però ricorriamo a successive, più precise valutazioni, con letture a maglie più strette, scopriamo che in realtà, fermo restando il fondamentale contributo dei giovani e dei giovanissimi, i 35-49enni non se la sono cavata affatto male (57,6%) e nemmeno gli ultra-settantenni (56,6%), mentre il vero buco nero è costituito dai 50-64enni. E bisognerebbe interrogarsi su cosa sia accaduto, nel processo di formazione politica (e umana) di quella generazione, composta dai nati tra il 1962 e il 1976, quelli che avevano vent’anni tra l’ ’82 e il ’96 e hanno vissuto la propria iniziazione politica e civile all’insegna del CAF (il trio Craxi-Andreotti-Forlani) con la corruzione endemica venuta alla luce con Mani pulite, gli sciagurati referendum sulla legge elettorale e il passaggio alla logica del maggioritario, in una parola la transizione dalla Prima alla seconda Repubblica all’insegna di Berlusconi e del Berlusconismo… Non saranno loro la pietra d’inciampo della nostra democrazia?

Terzo fattore, quello “culturale”. Il livello di scolarità. Il NO ha prevalso ampiamente nello strato più acculturato, tra i laureati, quasi col 68%! Tra i titolari di diploma di scuola superiore il No si è affermato col 52,6% (quali la media generale) mentre il SI ha prevalso, sia pur anche qui di pochissimo – il 51,4% – tra gli elettori dotati di licenza media o elementare. Come dire che chi è dotato di strumenti cognitivi adeguati a governare problematiche complesse o a comprendere argomentazioni implicanti questioni tecniche di un certo rilievo ha potuto cogliere a pieno l’insostenibilità della proposta governativa, le sue incongruenze, gli obiettivi inconfessabili che si proponeva. Gli altri, si sono spesso dovuti arrendere alle semplificazioni distorcenti, alle retoriche vuote, al ricorso ai sentimenti elementari della paura e del risentimento cui la propaganda per il SI ha abbondato. Un elemento che si può riscontrare anche nella scomposizione del voto per attività professionale: quasi tutti i gruppi professionali si sono pronunciato, sia pur in proporzioni diverse, per il NO: i liberi professionisti, dirigenti, imprenditori col 57,2; i commercianti, gli artigiani, in generale i lavoratori autonomi (persino loro!) col 53,9; gli impiegati e, naturalmente, gli insegnanti col 53,5 e, insieme a loro, gli studenti (soprattutto le studentesse) che hanno fatto registrare il record col 63,6%. Né sono mancati i pensionati col loro 57%. Unici punti di caduta: gli operai, con una prevalenza di SI (di appena 4 decimi di punto: 50,04%). E le casalinghe, tra le quali il SI raggiunge il 57,4% (i maligni insinuano che qui si vede il peso della televisione).

Questo il quadro di un voto che ci aiuta a respirare. Che quantomeno rallenta una deriva che si prospettava catastrofica, anche se ancora non la rovescia. Su questi dati dovremo ragionare a lungo, per evitare di sbagliare i prossimi passi (sulle prospettive si vedano in questo stesso sito gli articoli di Alessandra Algostino e di Sergio Labate). Quello però che mi sento fin d’ora di dire è che nessuno – davvero nessuno – può pensare di intestarsi questo voto. Di quotarlo in qualche modo alla sua borsa. Men che meno le forze politiche d’opposizione. Senza nulla togliere all’impegno profuso dai loro leaders e dai loro militanti su questo risultato non sono leciti atteggiamenti proprietari. Intanto perché, come si è tentato di dire fin qui, le variabili che spiegano il successo sono molteplici e complesse, intreccio di stati d’animo accumulatisi nel tempo (la sensazione di asfissia difronte a un potere incapace di accettare limiti) e di stimoli intervenuti nella più diretta attualità (il genocidio a Gaza, la guerra sempre più vicina e dentro di noi). E poi perché i protagonisti, direi principali, di questa campagna elettorale tutta in salita, è stato un attivismo diffuso fatto di una miriade di realtà – associazioni, gruppi spontanei e micro-strutture consolidate, singole persone in forma di volontariato, giuristi, normali cittadini, scolaresche, bocciofile, artisti, un’intera galassia di soggettività, e poi quei 15 che hanno avuto la felice intuizione della raccolta delle firme-… Tutto questo ha contribuito a produrre il miracolo, il cui percorso di formazione è scritto nella successione cronologica dei sondaggi: dalla partenza, quasi 15 punti sotto, a novembre, fino al punto di pareggio e poi di sorpasso nella prima metà di febbraio (quando appunto è partita la raccolta delle firme) fino alla vittoria del 22 e 23 marzo. Tutto questo mondo non è di per sé “disponibile” per il giorno delle elezioni politiche. Questi voti dovranno essere conquistati e, direi meglio, “meritati”. A cominciare da una questione che considero centrale nell’aver determinato l’impennata della partecipazione a livelli imprevisti da tutti (insieme all’intollerabilità degli abusi di potere e della faccia tosta di questa maggioranza, sintetizzati dall’orrendo caso Delmastro): il tema esistenziale della Pace e della Guerra, quello che ha mosso le ragazze e i ragazzi dell’ultima generazione. Quello che non tollera ambiguità. Quello che ci riporta direttamente alla vitalità della nostra Costituzione, col suo articolo 11. Un tradimento su questo terreno sarebbe, per tutti noi, intollerabile.




il votor é stato sul governo, un referendum sul governo.
cosí é stato posto dal governo stesso, dividendo il SI appoggiato dal governo e il NO dall opposizione.
molto prosaicamente, il prezzo del gasolio alle stelle ha fatto da carburante al malcontento
che ha votato NO all aumento dei prezzi e a un altra botta di inflazione in un PAese con salari da ALbania
e pure piu pbassi che in Polonia.
altro che la difesa della Costituzione!
certo, una piccola parte si é schierata in questi termini, ma
la stragrande maggioranza degli italiani non conosce il testo del referendum, non va oltre
il “vogliamo giudici che rispondano dei propri errori”. il caso Tortora su tutti, preso
come arma di distrazione di massa.
mentre il mondo si preoccupa della guerra in IRan che si sta allargando, in Italia si vive in una bolla
da referendum. chissa quanti mesi se ne parlerá ancora…