Sul Fatto Quotidiano di mercoledì 19 agosto Lucio Baccaro interviene in polemica con Tomaso Montanari che qualche giorno prima sullo stesso giornale aveva sostenuto la necessità di «ricostruire le nostre democrazie mettendo al bando l’elemento nazionale e puntando tutto sull’uguaglianza dei diritti fra persone umane». Baccaro, in particolare, accusa Montanari di scarso realismo politico perché, a suo avviso, la protezione sociale di cui la sinistra è alfiere richiede un «consenso sufficiente sui sacrifici che possono essere legittimamente richiesti» e che può venire soltanto dal sentimento di comune appartenenza a una nazione.
In realtà, a me pare, che l’evidenza storica smentisca la tesi di Baccaro. Lo Stato sociale (welfare state) nasce e si sviluppa in Europa a partire dalla fine dell’800 come un insieme di misure pubbliche che, attraverso la redistribuzione della ricchezza, assicurano migliore protezione sociale, universale accesso ai servizi pubblici e maggiori opportunità per tutti i cittadini di realizzare un soddisfacente progetto di vita. Se ne fanno carico gli Stati ma non certo in ragione di un caritatevole afflato verso i cittadini più bisognosi appartenenti alla stessa comunità nazionale. Come nella Germania di Bismarck, le prime forme di tutela dei lavoratori tentano di arginare la spinta che viene dal movimento socialista. Lo stesso avviene in Italia in età giolittiana, tant’è che se la classe operaia potrà trarre qualche beneficio da quelle misure, le diseguaglianze territoriali, che non hanno trovato una rappresentanza politica adeguata, non vengono minimamente intaccate se non sono addirittura aggravate, e in parte persino causate, dai primi governi nazionali. Ma non c’è neppure bisogno di fare ricorso al passato per dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’equazione Stato nazionale maggior protezione sociale. La crescente diffusione, in questi anni e in tutto il mondo, delle ideologie nazionaliste è stata accompagnata dall’incremento delle diseguaglianze sociali. La distribuzione ineguale di reddito trionfa in paesi come USA e Russia, con storie molto diverse ma egualmente percorsi da un forte vento nazionalista, mentre i paesi del Nord Europa risultano tra i meno diseguali al mondo (World Inequality Report 2026). Nella migliore delle ipotesi non c’è, dunque, alcuna correlazione fra sovranismo nazionale e giustizia sociale, semmai i dati mostrano che i paesi “meno sovranisti” sono quelli con le minori diseguaglianze sociali.
Tuttavia, non è questo il punto su cui la sinistra italiana dovrebbe oggi maggiormente riflettere. In un contesto caratterizzato dal trionfo del modello economico liberista e dal conseguente aggravarsi delle disparità sociali, il nostro Paese ha registrato alcuni fra i peggiori risultati al mondo. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza detenuta dal 10% delle famiglie italiane più ricche è passata dal 52,1 al 59,9%; nel decennio 2014-2024 le persone in povertà assoluta sono aumentate di 1,6 milioni (dai 4,1 milioni del 2014 ai 5,7 milioni del 2024) e il numero delle famiglie povere è salito da 1,55 a 2,22 milioni (Nel baratro della diseguaglianza, Oxfam Italia, 2026). È l’Europa la causa di questo regresso? Così non pare. Il Belgio, che è tra i fondatori della UE, è uno dei paesi meno diseguali al mondo e mostra una buona stabilità nel tempo nella distribuzione del reddito. La Slovenia, nella UE dal 2004 e in zona euro dal 2007, ha migliorato addirittura posizione (retrocedendo s’intende) nella classifica delle ineguaglianze grazie a una forte tassazione progressiva, un generoso welfare, un sistema scolastico efficiente e universale. In Italia l’indice di Gini, che misura le differenze di reddito, era in progressiva diminuzione nei primi anni ’90, è cresciuto a partire dal 2000 (due anni prima dell’introduzione dell’euro), ha invertito la rotta dopo il picco del 2004, toccato un nuovo minimo nel 2008 (riportandosi al valore che aveva nel 1997) per poi tornare a fluttuare di poco ma sempre in salita sino ai nostri giorni (Eurostat). La causa delle crescenti diseguaglianze e dell’impoverimento delle famiglie italiane è frutto delle dissennate politiche liberiste che nel nostro Paese, come negli altri del continente, stanno progressivamente distruggendo le conquiste sociali conseguite nella seconda metà del Novecento, nei trent’anni gloriosi dal 1945 al 1973, proprio gli stessi in cui gli europei hanno avviato una lenta, troppo lenta costruzione di un nuovo Stato che bandisse definitivamente i nazionalismi, causa prima di laceranti divisioni e sanguinose guerre.
Il nostro Paese è gravato da un enorme debito pubblico e dobbiamo farvi fronte se vogliamo sbloccare risorse da destinare alla protezione sociale in aggiunta a quelle che dovranno venire da una riforma non più eludibile della tassazione dei redditi e dei patrimoni. È l’Europa la causa dell’elevato debito pubblico italiano, è l’Europa che impedisce all’Italia una riforma del fisco in senso progressivo? Neppure questo così pare. Da tempo la UE ci sprona a trasferire parte del peso fiscale dal lavoro alla rendita e alla ricchezza. E quanto al debito pubblico, senza la ridenominazione in euro l’Italia sarebbe già fallita, come è successo più volte all’Argentina. Le continue svalutazioni della lira per competere nelle esportazioni avevano un elevato costo sociale e a pagarlo erano, come ben sappiamo, le classi lavoratrici e le meno abbienti. Riconoscere tutto questo non significa non comprendere che l’Europa non ha mantenuto le sue promesse e va radicalmente cambiata. Non è questa l’Europa che vogliamo. Non la vogliamo governata da potentati economici che con la protezione delle cancellerie, in particolare di quella tedesca, indipendentemente dalla formale collocazione politica, hanno favorito e favoriscono, la continua erosione dei nostri sistemi di welfare.
È, dunque, con il capitalismo e il liberismo che dobbiamo davvero fare i conti. Potrebbe mai la piccola Italia, povera di materie prima, che vive di esportazioni, godere di un margine di reale autonomia per invertire la rotta nel mondo polarizzato dalle grandi potenze internazionali, USA e Cina in primo luogo? Nel 2050 la popolazione italiana sarà di 50 milioni di abitanti (anche molto anziani) e, come pretende l’altra faccia del sovranismo nazionalista, dovrebbe rinunciare all’apporto dell’immigrazione giacché a seguirne le logiche non vi sarebbe consenso nel riservare parità di trattamento ai nuovi cittadini, non accomunati da medesima appartenenza nazionale. Per cambiare l’Europa serve un movimento popolare a livello continentale che prema, come i movimenti socialisti a cavallo fra Ottocento e Novecento e poi ancora nell’immediato secondo dopoguerra, per allargare la base universale dei diritti e ridurre ogni forma di diseguaglianza. Un risultato possibile solo con la cessione all’Unione da parte degli stati membri di quote sempre maggiori di sovranità in campo economico e fiscale. L’errore commesso è di aver devoluto all’Europa la sola gestione della moneta, rinviando la devoluzione della tassazione, della politica estera e della difesa. Questo è lo sforzo che dovrebbe accomunare tutte le sinistre del continente, non certo quello di favorire, con il ritorno agli stati-nazione ottocenteschi, l’ulteriore indebolimento di una costruzione politica che è la sola garanzia di reale indipendenza dagli imperi vecchi e nuovi in formazione. Non è certo un mistero l’avversione degli USA, con Trump del tutto ostentata, verso un nuovo ordine europeo, e neppure il sostegno economico di Putin ai movimenti nazionalisti e sovranisti europei. A metà ‘800 i principati italiani, anche quelli formalmente indipendenti (Regno della Due Sicilie e Regno Sardo) si trovavano sotto scacco da parte delle principali potenze europee e solo una fortunata coincidenza di fattori esterni, come ormai è ampiamente riconosciuto, ha consentito l’unificazione nazionale e la nascita di un paese capace di stare al passo nel continente. Questo, si osservi bene, è avvenuto in un contesto che noi chiamiamo Risorgimento ma che in realtà non aveva mai avuto un precedente storico unitario. «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» la penisola non era mai stata e nel 1860 a parlare la lingua italiana non era che una sparuta minoranza di abitanti.
Non c’è bisogno di scomodare il Manifesto di Marx e di Engel («Proletari di tutti i Paesi, unitevi!») o il celebre stornello anarchico “Nostra patria è il mondo intero” per comprendere che le disparità da abbattere sono all’interno delle nazioni, che un mondo più giusto non ha frontiere e che solo il progressivo abbattimento di quelle esistenti, come reclama la generosa utopia della Costituente Terra di Raniero La Valle e Luigi Ferrajoli, può portare a un futuro di pace e di benessere per tutti i popoli del mondo. Nessuna nazione da sola può salvarsi dalla minaccia di una guerra nucleare o dalle conseguenze della crisi climatica. A posteriori possiamo anche riconoscere che Trockij non avesse torto nel considerare irrealistica la teoria del socialismo in un solo paese promossa da Stalin in contrasto con tutta la storia precedente del bolscevismo. La sinistra sovranista e nazionalista è un ossimoro. La sinistra è internazionalista o non è.
