Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).
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Oggi è una bella giornata. Una giornata di festa. In 14.461.074 (il 53,7 per cento dei votanti) abbiamo detto che la Costituzione si può cambiare ma non stravolgere. E la riforma costituzionale della giustizia – un attacco alle fondamenta del progetto costituzionale – va nel dimenticatoio. Ha vinto la partecipazione, e il mito della invincibilità della destra si è sgretolato. C’è ancora molta strada da fare ma la direzione è quella giusta.
C’è, tra i giuristi progressisti (soprattutto avvocati), chi sostiene che la riforma costituzionale sottoposta a referendum potrà essere, grazie alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, un veicolo di crescita delle garanzie. È una posizione infondata: non per ragioni di principio ma per le caratteristiche di “questa” separazione, che affievolisce l’autonomia dei giudici e tende a riportarli nell’orbita del Governo.
Di nuovo è polemica sulla separazione di bambini dai genitori. I giudizi si sprecano, spesso senza alcuna conoscenza. Mentre nessuno sembra porsi la domanda fondamentale: di chi sono i bambini? Non certo dello Stato, ma neppure dei genitori. Essi appartengono solo a se stessi e i loro diritti vanno tutelati, in attesa che siano in grado di farlo direttamente. A questo servono i giudici.
C’è, a Torino, una realtà che ha accompagnato la trasformazione della vecchia città operaia in città universitaria riuscendo nella difficile scommessa di salvaguardare valori di socialità, di solidarietà, di partecipazione politica. Si chiama Comala e gestisce un grande spazio di aggregazione giovanile in una ex caserma. Ma per l’amministrazione cittadina è ora che Comala passi la mano e che tutto sia gestito da altri.
Anche il ministro della giustizia spara sulle correnti dell’Associazione magistrati, sponsorizzando la designazione dei componenti dei Consigli superiori mediante sorteggio. È una posizione sbagliata e strumentale. Le correnti hanno certamente delle colpe, ma restano una garanzia di pluralismo mentre il sorteggio non farebbe che indebolire l’autogoverno.
La vicenda di Askatasuna, culminata nello sgombero e nel corteo torinese del 31 gennaio, ha lasciato sul terreno una scia di problemi che attraverseranno i prossimi mesi: il ruolo dei centri sociali, il protagonismo dei territori, la repressione governativa, l’autocensura della stampa, la violenza nelle manifestazioni. Affrontarli e ragionare pare richieda troppo sforzo e c’è chi intima di non farlo. Noi continueremo a provarci.
Sabato, a Torino, è successo quello che molti temevano e altrettanti speravano. Un grande corteo pacifico ha visto, al termine, scontri tra manifestanti e polizia. La violenza indiscriminata è di per sè una sconfitta. Il pestaggio di un agente isolato è una vergogna per il movimento, che deve fare una riflessione autocritica non rituale. Ma bisogna evitare di cedere alle strumentalizzazioni di una destra che cerca lo sbocco autoritario.
Uno degli argomenti della campagna elettorale dei sostenitori del Sì nel prossimo referendum è la necessità di estirpare l’impropria politicizzazione dei magistrati. Si tratta, peraltro, di una leggenda metropolitana. L’attuale magistratura è la meno intrecciata con la politica della storia nazionale e gli artefici della riforma, quando parlano di politicizzazione, intendono, in realtà, indipendenza e pluralismo.
Lo sgombero del centro sociale Askatasuna e le dinamiche da esso innescate sono una sorta di laboratorio, non solo a livello torinese. Si incrociano, nella vicenda, le politiche di governo delle città, la deriva repressiva e autoritaria in atto nel paese, le scelte delle amministrazioni locali e la riorganizzazione dell’antagonismo sociale. Per questo le prossime mosse del sindaco di Torino sono un banco di prova.
Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli. Difficile avere dei dubbi.