1. Non siamo – e non vogliamo essere – un partito politico (neppure in nuce). Ciò ha una prima, immediata ricaduta sull’organizzazione della nostra assemblea. Non ci sarà la relazione introduttiva di una (inesistente) “dirigenza” ma solo una traccia per avviare un confronto libero e paritario: anzitutto sulla situazione politica e sociale nella quale siamo immersi e, poi, su di noi, sulle nostre prospettive, sulle nostre capacità. Non senza ricordare, preliminarmente, il fondamento della nostra scelta politica, che sta scritto nel preambolo del nostro statuto, risalente – lo ricordo – al marzo 2018 (un secolo fa…) e la cui perdurante attualità dobbiamo verificare:
«L’Associazione “VOLERE LA LUNA – Laboratorio di cultura politica e di buone pratiche” nasce dalla constatazione degli enormi cambiamenti prodotti dalla grande trasformazione di fine-secolo, con la conseguente crisi economica e sociale, e dalla necessità di sperimentare risposte nuove e adeguate. L’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, la rottura dei legami sociali e della solidarietà, la crescita della povertà e dell’indigenza, vissute troppo spesso in solitudine, l’imbarbarimento del comune sentire (con la sua coda velenosa di aggressività, disprezzo di sé e dell’altro, xenofobia e razzismo), sono gli effetti più evidenti. Così come l’indebolirsi delle forme di partecipazione e della rappresentanza, soprattutto per gli strati più fragili, e la sempre più evidente inefficacia degli strumenti tradizionali di difesa e di giustizia sociale, dal welfare alle forme di organizzazione politica e sociale (partiti e sindacati). Volere la luna significa proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».
Una traccia dunque, soggettiva e, inevitabilmente, schematica ma – spero – utile ad attivare il confronto.
2. Comincio da una doppia e quasi ovvia considerazione: la povertà e, soprattutto, la disuguaglianza crescono in ogni parte del mondo, in conseguenza della vittoria del liberismo e dello sfruttamento senza limiti, a livello internazionale e nazionale, dell’uomo sull’uomo; la distruzione del nostro habitat, frutto del perseguimento di una crescita illimitata e indiscriminata, è arrivata a un punto di non ritorno, tanto che l’obiettivo dei prossimi decenni non è quello di riparare i danni ma quello di limitarli ed impedirne l’ulteriore aggravamento. Meno percepito è l’effetto, pur evidente, di questi processi a livello istituzionale: la crisi della democrazia, come l’abbiamo conosciuta dalla metà del secolo scorso (e con essa – causa o effetto che sia – la crisi della politica). I cittadini non hanno più fiducia nella possibilità di decidere sulle proprie vite e disertano il voto oppure, se vanno a votare, scelgono chi si mostra, almeno a parole, maggiormente critico nei confronti di quelle che potremmo chiamare le democrazie reali. Da governo dei più, la democrazia, si è trasformata, anche formalmente, in governo dei meno ed è estremamente difficile ipotizzare un’inversione di tendenza.
3. La crisi non determina una situazione di stallo ma, come in altri periodi della storia, produce (ha già prodotto) effetti devastanti, a livello sia sovranazionale che nazionale. Due in particolare: la riproposizione della guerra come strumento ordinario di governo delle società e dei rapporti internazionali e il riemergere imponente di regimi autoritari e di fascismi tout court. Temi immensi, sui quali non posso, qui, che limitarmi a un cenno. Quanto alla guerra: nei decenni successivi alla tragedia del secondo conflitto mondiale, essa non era certo scomparsa dalla storia ma, almeno a parole, era respinta, delegittimata. Oggi praticarla è, anche nel nostro Paese, un vanto e si arriva a riesumare il concetto di “guerra giusta”, se non addirittura “salvifica”, travolgendo la cultura e l’impostazione della Costituzione. Quanto al ritorno del fascismo, basta guardarsi intorno e sorprende che in molti – troppi – minimizzino. Per limitarsi all’Italia la fascistizzazione è evidente: nella concentrazione del potere, nella cultura, nel linguaggio, nella delegittimazione dei diversi, nella crescente repressione del dissenso, nelle politiche razziali verso i migranti e via elencando. Certo il fascismo si propone – non potrebbe non proporsi – con modalità diverse da quelle di un secolo fa: ci saranno risparmiati il partito unico e la camicia nera, ma ciò non toglie che sia in atto il tentativo di realizzare quello che Gramsci chiamava un regime reazionario di massa e che a ciò mirino le riforme istituzionali in cantiere e la crescita dei poteri degli apparati (di polizia e non solo). I cicli storici non sono, per fortuna, eterni (e anzi, di questi tempi, sono spesso brevi), ma oggi la situazione è questa.
4. A fronte di ciò, le forze democratiche e la sinistra scompaiono (sono scomparse) o si rivelano impotenti, inadeguate e perdenti. La lunga crisi degli Stati Uniti e l’epilogo della vittoria di Donald Trump ne sono la consacrazione. Ma limitiamoci all’Italia. Sul piano dei contenuti, l’accettazione della guerra – con maggiore o minore entusiasmo – è pressoché unanime nella sinistra parlamentare e di fronte alle peggiori efferatezze e al genocidio palestinese si arriva, al più, a flebili parole di condanna; il modello di sviluppo economico in atto – fondato su una impossibile crescita infinita – non viene minimamente messo in dubbio, limitandosi a proporre alcuni correttivi; la vittoria della destra viene guardata come una alternanza fisiologica e non come un cambio di regime, tanto che si chiede ai suoi uomini (o donne) di governo di “prendere le distanze” dalle fasce più estreme (quasi che non si trattasse di facce della stessa medaglia). Sul piano dei risultati, quella stessa sinistra è nettamente perdente. Mentre scrivo è ancora in corso lo spoglio dei voti in Emilia e in Umbria ma, anche in caso di “vittoria” del centro sinistra in Umbria (allo stato incerta), non ci sarà un segnale significativo di inversione di tendenza, come non c’è stato alle elezioni europee di sei mesi fa, nelle quali pure hanno incrementato i voti, sia in cifra assoluta che in percentuale, il Partito democratico e l’Alleanza Verdi e Sinistra (mentre non parlo, per carità di patria, del Movimento 5Stelle). Il primo ha ottenuto 5.638.130 voti, pari al 24,11%, con una crescita, rispetto alle elezioni politiche del 2022, di 289.454 voti e di 4,71 punti percentuali; Alleanza Verdi e Sinistra, a sua volta, ha riportato 1.584.885 voti, pari al 6,78%, con una crescita dalle politiche di 563.077 voti e di 3,14 punti percentuali: risultato ben lontano dal colmare lo scarto rispetto alla maggioranza di destra. Il solo dato nuovo – tutto da valutare – è il successo particolare di alcuni candidati estranei agli apparati e portatori di una linea politica autonoma o addirittura divergente rispetto ai partiti di riferimento: circostanza che, al di là degli aspetti strumentali, potrebbe far intravedere una spinta nel senso della trasformazione di quei partiti in contenitori eterogenei sul modello americano.
5. Giusta – e doverosa – la critica più severa e radicale alla cosiddetta sinistra parlamentare, resta il fatto che la sinistra cosiddetta alternativa è da tempo perdente sul piano culturale, su quello della capacità di aggregazione e su quello dei risultati elettorali. Mi limito a ricordare questo ultimi, che sono, anche, lo specchio dei primi e che rivelano una sconfitta definitiva, reiterata in tutte le elezioni degli ultimi vent’anni o quasi. Lo sguardo d’insieme è impressionante. 2008, politiche (Camera), Sinistra Arcobaleno: 1.124.418 voti, 3,8%; 2009, europee, Rifondazione Comunista-Comunisti italiani: 1.037.862, 3,39%; 2013, politiche, Rivoluzione Civile: 765.189, 2,25%; 2014, europee, L’Altra Europa per Tsipras: 1.108.457, 4,04%; 2018, politiche, Potere al Popolo: 372.179, 1,13%; 2019, europee, La Sinistra: 469.943, 1,75%; 2022, politiche, Unione Popolare: 403.149, 1,43%. A questa serie storica si aggiunge l’esito delle europee del giugno scorso in cui la sinistra alternativa, presentatasi con il simbolo “Pace, terra, dignità”, si è fermata a 513.281 voti, il 2,21% dei votanti, un elettore su 100 aventi diritto: sconfitta ancor più bruciante perché la lista faceva riferimento a una parola d’ordine chiara e condivisibile, come il rifiuto della guerra e l’apertura di una prospettiva di pace, e comprendeva candidature credibili per storia e coerenza. I fatti hanno la testa dura. Lo dico senza alcun compiacimento, ma quella è, ormai, una storia chiusa. Definitivamente. Non so se ci sia un posto elettorale per la sinistra alternativa ma, se c’è, non è con quegli attori e con quelle modalità. Proseguire in questa logica sarebbe un inutile e controproducente accanimento terapeutico.
6. Superfluo dirlo, almeno per noi: la politica non sta solo (né tanto) nel suo segmento elettorale e ha il suo nucleo più autentico nel radicamento sociale e nei territori. Ma anche qui non c’è da stare allegri. Ci sono nel Paese molte realtà vivaci e attive nei vari settori del sociale e del disagio (basti pensare a quello dei migranti), c’è un rinnovato attivismo sindacale (sia nelle realtà di base che nella Cgil), ci sono movimenti ambientalisti (non solo giovanili) di grande combattività, c’è una mobilitazione studentesca più attiva che nel recente passato (soprattutto sulla questione palestinese), c’è un movimento per la pace che non si rassegna (anche se, quantitativamente, è assi più ridotto di quello di vent’anni fa) e molto altro ancora. Sono realtà importanti contro le quali, non a caso, si scaglia la destra con campagne di vera e propria criminalizzazione e con un crescendo di repressione. Ma manca un movimento di ampio respiro sorretto dalla convinzione che “un altro mondo è possibile”. E i tentativi di costruirlo attivati nell’ultimo decennio o poco più (penso ad Alba, nel 2012; a Cambiare si può, sempre nel 2012; al Brancaccio, nel 2018) si sono tutti spenti nell’arco di pochi mesi. Oggi – nel breve periodo – l’unico fatto politico in grado di dare una spallata al sistema e di attivare processi di cambiamento sembra essere quello referendario (sul lavoro, sull’autonomia differenziata, in prospettiva sul premierato) che, peraltro, è irto di difficoltà e di rischi.
7. Detto questo in termini di analisi, si apre il problema del che fare (a cui abbiamo dedicato, nel sito, un’ampia riflessione, confluita in una TALPA, pubblicata in questi giorni). Lo abbiamo detto più volte e, personalmente, ne resto assolutamente convinto. La crisi della sinistra, prima ancora che una crisi di idee, è una crisi di comportamenti e di coerenza. Per questo occorre ripartire dal basso, dai rapporti sul territorio, dal mutualismo, dalle risposte concrete ai bisogni materiali: non sono cose limitate e marginali ma lo specchio del mondo che verrà (che inevitabilmente – come le lezioni della storia insegnano – sarà a immagine e somiglianza del modo in cui è stato costruito). Dire che esercitare forme organizzate di solidarietà nei territori è una forma di assistenzialismo di carattere religioso significa non avere capito le esigenze della società in cui viviamo: certo, la solidarietà non basta, ma è il punto di partenza (come, del resto, è accaduto nella nostra storia, con le società di mutuo soccorso…). In secondo luogo, la sconfitta della sinistra, prima ancora che sul piano politico, è stata sul piano culturale e, dunque, bisogna ricostruire una cultura non subalterna a quella della destra (sui terreni dell’economia, dello sviluppo, delle migrazioni, della sicurezza etc.) e saper padroneggiare i nuovi strumenti di comunicazione per veicolarla (su cui la destra è anni luce più avanti). In terzo luogo, la malattia della sinistra – di tutta la sinistra – è, oggi più di ieri, quella della divisione, del coltivare ciascuno il proprio particolare: e dunque occorre lavorare per costruire relazioni, collaborazione, integrazione reciproca e per riaprire in modo unitario il conflitto sociale.
8. Ma probabilmente tutto questo non basta. Ha scritto recentemente Marco Revelli, a commento del voto nelle europee, partendo dalla constatazione che il voto giovanile è stato, in Italia, più orientato a sinistra, che «il tempo lavorerebbe per noi, se avessimo tempo. Se non incombesse lo scasso della Costituzione, l’aberrazione del Premierato, l’autonomia differenziata. Se l’Italia morente non minacciasse in culla l’Italia che potrebbe essere, riproponendoci il motto marxiano secondo cui le mort saisit le vif». Non so dire se sia esatto il primo corno dell’affermazione, ché i giovani non sono una categoria ma una condizione contingente e, soprattutto, invecchiano (trasferendosi spesso con l’età in altre classi di votanti)… Ma certo è fondato il secondo. Mentre cerchiamo di costruire un nuovo modo di fare politica e dei soggetti capaci di praticarlo, intorno a noi c’è un cumulo di macerie, continua la guerra, ritorna il fascismo, aumentano le disuguaglianze, cresce la repressione e si profilano riforme costituzionali che sono la base di un assetto autoritario. In questa situazione non possiamo permetterci di stare alla finestra neppure sul versante delle istituzioni. Non si tratta – lo dico a scanso di equivoci – né di scendere direttamente nell’agone politico né di praticare forme di entrismo in partiti che sono corresponsabili dell’attuale degrado. E tuttavia anche con loro – con questi partiti, non con quelli che vorremmo – dovremo, forse, confrontarci e misurarci, seppur dall’esterno, criticandoli, contestandoli, pungolandoli e non disdegnando di condurre insieme battaglie come quella referendaria.
9. Per noi, per Volere la Luna, in particolare, i settori di intervento aggiuntivi rispetto a quelli già in atto sono molti: un più accentuato radicamento, a Torino e, auspicabilmente, in altri contesti, comprensivo del potenziamento delle attività per così dire sociali (dagli sportelli di consulenza ai pasti sospesi e via elencando), delle iniziative politico-culturali, della partecipazione ai momenti di mobilitazione (sul versante ambientale, a tutela dei migranti etc.); il lancio di alcune “campagne” (contro l’autonomia differenziata, sulla sanità, sul lavoro…) per creare maggior consapevolezza e mobilitazione politica ma anche, insieme, per costruire reti e collaborazioni (con associazioni, movimenti e – se ci saranno – con pezzi di forze politiche e sindacali tradizionali che si dimostrino interessate); la costruzione di un luogo stabile di approfondimento e confronto politico costruito insieme ad altre realtà (una scuola di buona politica dal basso e costruita collettivamente che sorregga iniziative di mobilitazione) con il supporto del sito e con quaderni di documentazione che consentano di capitalizzare e di mettere a disposizione le elaborazioni effettuate.
10. Potrei continuare indicando molti altri interventi possibili, sia a livello generale che sul territorio, ma rischierei di ripetere un po’ stancamente cose che ci siamo detti anche negli anni scorsi. Purtroppo con scarsa utilità: non per difetto di elaborazione ma perché, a fianco dei problemi generali, c’è un problema specifico che sta dentro di noi. I nostri numeri (di soci, di bilanci, di attività) sono di tutto rispetto ma nascondono una realtà assai più problematica. Per percorrere la strada che abbiamo intrapreso ci sono, infatti, due snodi fondamentali e irrisolti: a) il mancato incremento e rinnovamento del gruppo “dirigente”; b) la mancata realizzazione di esperienze analoghe a quella torinese in altre aree del territorio (di cui si è, a volte, parlato ma che non sono mai decollate, salvo il caso – importante ma limitato e isolato – di Catania). Se non riusciremo a risolvere questi snodi la nostra presenza nel panorama politico e sociale – dobbiamo esserne consapevoli – perderà di rilievo e di interesse. Non ho ricette né bacchette magiche ma so che la questione deve essere posta al centro della nostra riflessione e della nostra iniziativa.
È l’intervento introduttivo dell’assemblea nazionale del 24 novembre di Volere la Luna

Grazie Livio,
sei sempre lucidissimo.
Non dimentichiamo il bisogno universale di speranza e felicità
senza quelle non si va da nessuna parte.
A domenica Rita