Dov’è finito il diritto? Se quello internazionale sembra ormai irrimediabilmente calpestato – e il caso Almasri è solo l’ultimo degli esempi di un sistema giuridico internazionale a pezzi – quello nazionale non sembra meno sotto scacco. Questo è vero in particolare negli States, terra che da sempre ci viene indicata come un modello di democrazia costituzionale, in cui i poteri dello Stato starebbero in equilibrio in forza di un gioco di pesi e contrappesi, che ne garantirebbe un controllo reciproco affinché nessuno di essi prenda il sopravvento sull’altro. In tal modo legislativo, esecutivo e giudiziario – ciascuno espressione in modo diverso della volontà popolare – opererebbero sempre per evitare derive “populiste” o autoritarie. Ci sono però dei momenti in cui il meccanismo si inceppa, i checks and balances smettono di funzionare e il pericolo che la democrazia ceda il passo a una forma diversa di governo si fa molto serio. Questo è certamente uno di quei momenti.
Da quando è tornato a fare il presidente, Mister Trump – forte di un consenso popolare maggioritario che la prima volta gli era mancato – sta dando seguito alla promessa fatta in campagna elettorale di sovvertire tutte le regole del gioco democratico e sta mandando in soffitta il diritto e le sue costrizioni senza il timore di conseguenze quali che siano. È sfida aperta al sistema giuridico democratico, insomma, così come costruito dai padri fondatori; non per assecondare peraltro gli interessi “populisti” di chi lo ha votato come presidente, ma quelli di chi – con il proprio danaro – gli ha permesso di essere votato. È un vero attentato al cuore del sistema da parte dell’élite corporate, che non si accontenta più di governare dall’esterno, ma che è entrata direttamente nei centri dell’amministrazione dello Stato con l’intenzione di prenderne il comando.
Non solo, infatti, come già si è avuto modo di scrivere, i CEO delle grandi corporation sono oggi – in qualità di pubblici ufficiali, come tali confermati dal Senato secondo i principi dei pesi e contrappesi di cui sopra – ai vertici dei più importanti dipartimenti dello Stato, ma – al di fuori da ogni legalità costituzionale e controllo da parte della camera alta del Parlamento – privati cittadini, come Elon Musk e il suo gruppo di ingegneri dell’inventato Dipartimento dell’efficienza del governo (DOGE), sono entrati a gamba tesa nei diversi dipartimenti e agenzie federali per ridimensionarli – o addirittura eliminarli, come nel caso della USAID – secondo principi di efficienza da loro stessi stabiliti. Così, mentre vengono arbitrariamente oscurati siti governativi per ben 8000 pagine, gli “efficientatori” agli ordini di un non eletto Elon Musk entrano d’imperio – e contro il volere dei vertici che vengono per questo defenestrati o volontariamente abbandonano – negli archivi più sensibili dello Stato, come quelli del Tesoro, in cui si trovano informazioni personali e finanziarie relative a decine di milioni di cittadini americani, per legge accessibili solo da parte di pubblici dipendenti. L’attacco è qui al cuore del sistema dei pagamenti federali, allo scopo dichiarato di cancellare il big government, ossia l’apparato amministrativo – composto in grandissima parte da funzionari di carriera – che dai tempi di Theodore Roosevelt, ma soprattutto di F.D. Roosevelt, distribuisce risorse ai meno abbienti e mette – o cerca di mettere – un freno alle attività del potere economico contrarie all’interesse collettivo, applicando le corrispondenti norme emanate dal Congresso.
Con lo stesso obiettivo di ridimensionare e ridurre sotto il pieno controllo politico del presidente – seguendo i principi della c.d. unitary executive theory – l’enemy from within (“il nemico dall’interno)”, come ha chiamato l’apparato amministrativo statale durante tutta la campagna elettorale, Trump ha fatto licenziare, sospendere o ha incentivato le dimissioni dei dipendenti dell’amministrazione federale non ritenuti in linea con la sua politica. Ha così per esempio ottenuto la rimozione, senza le garanzie previste dalle leggi federali, di ispettori generali o di membri di alcune agenzie governative indipendenti, cruciali per il controllo del rispetto dei diritti di cittadini e lavoratori – quali la Equal Employment Opportunity Commission, il Privacy and Civil Liberties Oversight Board o il National Labor Relations Board –, mettendole di fatto nell’impossibilità di operare. Nella stessa ottica di riduzione dello Stato amministrativo, facendo propria la prerogativa della “borsa” – che per Costituzione federale appartiene invece al Congresso, come peraltro da quest’ultimo ribadito nel 1974 con l’Impoundment Control Act – Trump ha poi bloccato temporaneamente ben 3000 miliardi destinati dal Parlamento ai programmi sociali domestici (con l’ovvio rischio che sia gran parte del welfare federale a venirne colpito) o sospeso gli aiuti finanziari internazionali (salvo a Israele ed Egitto) a loro volta deliberati dalle Camere.
Un vero tsunami, come non si era mai visto in precedenza, volto a dimostrare che il presidente degli Stati Uniti ha i poteri che riesce a prendersi e non quelli che gli sono conferiti per legge, giacché il diritto trova i propri limiti nelle circostanze di fatto che ne comprimono l’attuazione.
Chi infatti bloccherà le mille iniziative di Trump volte ad assicurarsi il potere assoluto? Non il Congresso, che pur potrebbe provare a rovesciare con legge parlamentare il suoi ordini esecutivi o quanto meno chiedere un’audizione di Elon Musk per capire in base a quali principi e regole abbia potuto attribuirsi i compiti che si è dato. Il partito repubblicano, in maggioranza sia pur assai risicata, è infatti totalmente allineato al suo presidente, che forse perfino teme e a cui comunque riconosce il consenso elettorale. Né, in un orizzonte di maggior durata, l’eventualità di un impeachment potrebbe mai preoccupare un Trump per ben due volte scampato a quel contrappeso istituzionale durante lo scorso mandato.
Sono le corti di giustizia, a ciò primariamente deputate, a dover assumere il compito di riportare Trump nell’alveo della rule of law, ma – per quanto ci stiano provando – i loro limiti non sono trascurabili. Da un canto l’accresciuta politicizzazione nel tempo del giudiziario che, se federale, è nominato a vita dal presidente con l’advice and consent del Senato e fa sì che l’interpretazione del diritto dipenda spesso dalla prospettiva politica dell’organo giudicante; con l’aggravante che oggi l’ultima parola spetta a una Corte Suprema com’è noto particolarmente conservatrice, di cui fanno parte ben tre giudici nominati da Trump, che si è già spinta fino a dichiararlo immune da responsabilità penale per i fatti di reato commessi nell’esercizio delle sue funzioni. D’altra parte la giustizia ha un corso che può essere lento, a intermittenza e le decisioni giudiziarie possono essere financo parziali, come dimostra il caso della sospensione illimitata dell’ordine che ha bloccato l’uso dei fondi per i programmi sociali federali, applicabile solo nei 22 Stati democratici che lo hanno impugnato di fronte un giudice di distretto, John J. McConnell Jr, non a caso nominato da Barack Obama. L’accelerazione impressa da Trump, che sfida senza pudore le regole democratiche, è al contrario impressionante e la sua determinazione a imporre un nuovo assetto fra poteri, in cui il suo esecutivo corporate primeggi sugli altri, spiega l’arroganza con cui egli mette senza sosta alla prova la sua capacità di liberarsi dai vincoli cui costituzionalmente è sottoposto, convinto che prima o poi troverà la strada giusta.
Che il diritto sia ormai senza denti per mordere è evidente altresì dal conclamato appiattimento del Dipartimento di giustizia federale sul presidente, come mai era accaduto prima. Decapitato dei suoi funzionari di carriera e al servizio ormai di Trump, il DOJ (Department of Justice) certamente non perseguirà penalmente Elon Musk per il reato che sanziona chi, quand’anche non inquadrato formalmente nell’amministrazione dello Stato, prenda decisioni in seno al governo in pieno conflitto di interessi. Il procuratore del distretto della Columbia, nominato ad interim da Trump, Edward Martin – in palese contrasto con il primo emendamento della Costituzione federale che tutela la libertà di espressione del pensiero e di informazione – ha invece accolto le accuse rivolte da Elon Musk alla giornalista di Wired che, pubblicando i nomi dei giovani “efficientatori” da lui preposti alla cattura delle infrastrutture dell’amministrazione federale, avrebbe (secondo il multi miliardario) violato la legge penale. Alle proteste di Musk per le critiche rivolte da Wired ai suoi giovani aiutanti, entrati con un atto di forza in banche dati sensibili e riservate come quelle del tesoro o dell’USAID, Martin – lo stesso procuratore capo che ha licenziato tutti i sottoposti che avevano a suo tempo esercitato l’azione penale nei confronti dei partecipanti all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio – ha, infatti, risposto mettendosi a disposizione per ogni azione legale a sua protezione.
Così, mentre nasce una vera e propria squadra di (in)giustizia federale a tutela del Doge e dei suoi uomini, il rischio che sia Musk – insieme al mondo corporate che rappresenta – il nuovo sovrano assoluto si fa sempre più serio.

Henry Kissinger disse che quando le regole imposte al mondo dagli Stati Uniti contrastano con i suoi interessi, le regole si debbono cambiare. Sta accadendo questo.
La docente, chiaramente troppo impegnata ad insegnare, dichiara : ” Trump sovverte tutte le regole del gioco democratico e sta mandando in soffitta il diritto e le sue costrizioni senza il timore di conseguenze quali che siano. È sfida aperta al sistema giuridico democratico”…. senza minimamente considerare quello che e’ stato cmpiuto da tutte le precedenti amministrazioni degli Stati Unti. Basterebbe citare l’invasione dell’Iraq con le assurde fake news, o l’aggressione della Yougoslvia, o dell’Afghanistan, o del Vietnam ecc per pagine. Non si possono citare gli innumerevoli interventi compiuti dalla CIA in tutto il mondo, ora in parte desecretati ma sono riportatiin divrsi testi di Premi Pulitzer . Crimini senza limiti con milioni di vittime. Signora docente si dedichi a qualche lettura in merito: “Il Metodo Giacarta” di Vincetn Bevis tradotto in italiano. Ne gioverebbero i sui studenti.
Caro Jack, sono perfettamente al corrente di quanto lei dice con assoluta ragione. Il problema non è la rottura di ogni regola nel diritto internazionale da parte degli stati Uniti, che come lei ben dice non ne ha mai rispettata una, seguendo il principio espresso da Kissinger. E’ la rottura palese- e ci tengo a sottolineare palese- del sistema di checks and balances interno che impressiona, perchè fino ad ora la forma è stata mantenuta. Trump aveva già provato a forzare apertamente la mano – e su questo sito ne ho dato a suo tempo conto- ma non ha mai portato lo scontro con il Congresso (e le corti) fino al punto in cui è arrivato oggi. E’ eversione aperta e ciò significa delegittimazione del diritto e della rule of law, con tutte le conseguenze del caso. Un sistema si legittima, anche agli occhi esterni, per la sua capacità di tenuta (interna) e quello statunitense sta oggi traballando. Sarà interessante vedere quel che succederà nel momento in cui Trump e i suoi dichiareranno apertamente che non rispetteranno gli ordini delle corti ( cosa che è in qualche misura è già avvenuta) e queste ultime appariranno incapaci di farli in concreto rispettare. Molte cordialità EG