Trump, ovvero la fine del “capitalismo dal volto umano”

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Dopo aver cercato di sovvertirne i principi durante tutto il suo precedente mandato – attraverso l’usurpazione delle prerogative degli altri poteri dello Stato, la minaccia al cuore del meccanismo dei pesi e contrappesi che sta alla base del sistema democratico statunitense e l’opposizione a una pacifica trasmissione della carica presidenziale – proprio in quel Campidoglio contro cui quattro anni fa ha istigato l’attacco dei suoi sostenitori che ha scioccato il mondo, Donald Trump oggi giura sulla Bibbia di «preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti». Per quanto possa sembrare assurdo, in questo paradosso sta la ragione per la quale egli è nuovamente Presidente.

Ciò non soltanto perché, come si è già avuto modo di scrivere, i più deboli – calpestati da quarant’anni a questa parte da un sistema che li ha progressivamente impoveriti a tutto vantaggio della minoranza già ricca della popolazione – spostando su di lui il proprio consenso hanno espresso la loro rabbia e riposto nella sua persona la speranza che in quanto pazzo, trasgressore e sovversivo egli possa cambiare lo stato delle cose in loro favore. Gli stessi tratti della personalità di Trump, la sua insofferenza cioè per le istituzioni democratiche nonché la sua comprovata capacità eversiva del sistema, hanno infatti convinto soprattutto i grandi poteri economici – quelli che lo scorso anno hanno sovvenzionato la campagna elettorale per un totale di 16 miliardi di dollari, di cui il 50% proveniente solamente dall’1% dei donatori – a puntare sul suo nome. L’obiettivo in questo caso è però opposto a quello avuto di mira dalla working class, dai neri, dagli ispanici, dai meno istruiti, ossia dalla gran parte di coloro che, stando nella parte bassa – anzi bassissima – della fascia di ricchezza nazionale, lo hanno votato.

Il piano che i super poteri hanno in programma per gli Stati Uniti è, infatti, la distruzione del capitalismo dal volto umano come dai tempi di Franklin Delano Roosevelt lo si conosce, per ritornare a quel capitalismo dei Robber Barons della fine dell’ottocento/inizi del novecento, che in termini di diseguaglianze è già rinato. Si tratta di dare effettività al Project 2025 della Heritage Foundation, da cui Trump aveva ipocritamente preso le distanze durante la campagna elettorale, che nella sua essenza aveva già cercato di trovare spazi ai tempi di Ronald Reagan e del primo mandato Trump, ma che oggi appare assai più aggressivo e maggiormente votato al successo di allora. Il progetto consiste nell’accentrare il potere in un esecutivo forte – ciò che Trump, aiutato da una Corte Suprema ormai estremamente politicizzata a suo favore, ha ampiamento dimostrato di saper fare – per ridurre e possibilmente eliminare quelle agenzie amministrative federali che, da FD Roosevelt in poi, hanno costituito il big government statunitense, deputato a limitare gli eccessi delle corporation attraverso opportune regolamentazioni e a redistribuire parte della ricchezza nazionale attraverso l’implementazione delle misure dello stato sociale. È noto come un tale programma dai tempi di Ronald Reagan abbia visto aprirsi non pochi varchi, soprattutto in termini di forti riduzioni del welfare, cui i vari presidenti – non solo repubblicani – hanno nel tempo contribuito (si pensi a Bill Clinton con la sua riforma dell’aiuto alle mamme single o alla sua devoluzione alla costruzione di carceri dei fondi precedentemente dedicati all’edilizia popolare o al più recente Biden con il suo aumento di prescrizioni a carico dei percettori di sussidi alimentari). Oggi, però, si tratta di dare il colpo di grazia da un canto al welfare e dall’altro ai limiti imposti alle corporation, i cui emissari miliardari stanno entrando a far parte della nuova amministrazione Trump.

Al di là – tanto per fare qualche nome – di responsabili di hedge funds (peraltro in difficoltà) come Scott Bessent, proposto da Trump come ministro del tesoro, o di CEO dell’industria del petrolio e del fracking negazionisti dei cambiamenti climatici come Chris Wright, indicato invece come capo del dipartimento di energia, l’attenzione va posta soprattutto sul nuovo dipartimento dell’efficienza del governo (DOGE) e sulle sue attività. I suoi co-direttori, Elon Musk e Vivek Ramaswamy, che non hanno bisogno di essere confermati dal Senato giacché il DOGE è un dipartimento informale, stanno infatti reclutando addetti a entrare – a due a due – nelle agenzie amministrative federali per ridurne le spese fino a due trilioni di dollari, ossia per cancellarne qualsiasi capacità di mordere. Sono agenzie come l’EPA (Environmental Protection Agency), la FTC (Federal Trade Commission), la FCC (Federal Communications Commission) – giusto per nominarne alcune – che, come tante altre agenzie amministrative, hanno finora cercato di dare attuazione –anche con un certo grado di autonomia – a regolamentazioni volte a impedire gli eccessivi monopoli delle corporation e più in generale a porre dei limiti alle attività corporate pericolose o dannose per la collettività. Gli “efficientatori” provengono dal mondo delle big tech, sono ricchi, capaci, intelligenti, veloci, competenti nei vari settori in cui si chiede loro di operare e lavoreranno gratuitamente per 80 ore a settimana. Come però diceva Milton Friedman, leader dei neoliberisti Chicago boys, “there is not such a thing as a free lunch”, ossia nessuno fa niente per niente… e il vantaggio che gli efficientatori – e le corporation di cui essi rappresentano il volto umano – trarranno da quel lavoro “gratuito” è sotto gli occhi di tutti. Così come evidente è la gravità delle conseguenze che dal loro impiego nell’efficientamento dell’amministrazione federale deriverà per la stragrande maggioranza degli esseri umani.

Consentire alle corporation la piena libertà cui aspirano significa, infatti, dare loro la possibilità di guadagnare profittando della sofferenza umana, giacché com’è noto è da quest’ultima che esse traggono i maggiori profitti. La produzione di armi, piuttosto che di farmaci che non curano né prevengono le malattie, ma ne alleviano solamente i sintomi; le trivellazioni e la produzione di gas di scisto che causano l’insostenibilità ambientale; la libertà di stabilire i prezzi dei beni e servizi essenziali alla nostra sopravvivenza, che crescono all’aumentare del nostro bisogno (peraltro sempre più facilmente conoscibile dall’intelligenza artificiale che ne agevola lo sfruttamento a scopo di guadagno), sono altrettanti esempi – fra i molti – dei danni causati alle persone fisiche dall’attribuzione della massima libertà alle persone giuridiche.

Mai come oggi esse sono forti e potenti, assai più dei tempi in cui – ancora all’inizio del secolo scorso – avrebbero dovuto sciogliersi una volta raggiunto l’obiettivo, così come individuato nella Charter of Incorporation, per cui erano nate. Divenute immortali, quindi capaci di accumulare ricchezze illimitatamente, esse sono state antropomorfizzate dal sistema giuridico statunitense, che ha dato loro non soltanto il diritto di proprietà (anche in maniera più estesa rispetto agli individui in carne ed ossa e in modo da prevaricarli, si veda il caso Kelo v. City of New London del 2005), ma anche quello di religione e infine ha restituito loro il diritto di esprimersi tramite soldi illimitati erogati per le campagne elettorali, che ai tempi dei Robber Barons si erano viste togliere. È questa potenza delle corporation odierne, ben evidenziata dal fatto che esse rappresentano ben 157 fra le 200 più forti economie del mondo mentre le entità statali sono solo 43, a chiarire il pericolo per la popolazione – non solo statunitense, ma inevitabilmente del mondo intero – insito nell’accordare loro la libertà di muoversi a piacimento.

Come sempre, tuttavia, le vicende sono assai più complesse di quel che sembrano, così come sempre presenti e possibili sono le contraddizioni e gli scarti dai piani immaginati. Elon Musk, insieme ad altri, potrebbe per esempio cercare di disfarsi della partecipazione nella sua Tesla di una o di qualcuna delle tre grandi big dei fondi di investimento (Vanguard, Black Rock e State Street ), le quali – come accade in tutte le grandi corporation, e in particolare nelle prime 500 società mondiali da esse partecipate – ne condizionano le sorti (sul punto si veda Marco D’Eramo, Black Rock & Co, motori immobili d’America, in Limes, dicembre 2024, p. 175 ss.), con quel che ne seguirebbe in termini di tensioni interne dalle ripercussioni imprevedibili. Oppure la base MAGA (Make America Big Again), che rappresenta la prospettiva di coloro che da Trump si aspettano l’opposto di quel che i miliardari stanno immaginando di realizzare, potrebbe entrare in pesante conflitto con il vertice del partito, rispetto a cui la distanza non potrebbe oggi essere più grande.

Per il momento lo spettacolo di Trump che giura sulla Bibbia di rispettare e proteggere le istituzioni, la Costituzione e la democrazia statunitensi si presenta come una spettacolo surreale. Alle situazioni surreali è però facile che dovremo abituarci.

 

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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