Le città non possono morire

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Le città, e con loro l’immenso patrimonio di civiltà, sono sotto attacco. Una devastazione terribile, una distruzione molecolare, nel caso di Gaza o Beirut, ma più invisibile nel caso delle città occidentali a causa del neoliberismo. «In Egitto, Giordania, nel Golfo e oltre migliaia di gazawi vivono ora in una condizione che non è quella del rifugiato o di chi sia in procinto di ritornare. Non sono annoverati tra i morti, né pienamente riconosciuti tra i viviLa loro presenza è temporanea, la loro legalità incerta, il loro futuro sospeso. Vivono in uno spazio che le politiche umanitarie raramente riconoscono: la sopravvivenza senza insediamento» (Fuoriusciti da Gaza ). Ma anche le città occidentali sono a rischio di estinzione (o almeno lo è il loro statuto originario) a causa dei provvedimenti liberticidi prodotti dalla devastazione neoliberista: over turismo, dehors selvaggi, privatizzazione degli spazi pubblici (panchine anti-migranti), cacciata dei vecchi abitanti dal centro, invasione dei fondi immobiliari, speculazioni, proliferazione di alberghi di lusso e via dicendo.

Dovendo presentare un libro a Firenze dal titolo: Storia naturale della distruzione, che tratta del bombardamento delle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, sono incappato, come accade spesso in questi casi, nel famoso, e forse troppo dimenticato, discorso tenuto nel 1955 dall’allora Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira. Sono rimasto letteralmente stupito dalla sua lucida attualità e profezia quasi fosse pronunciato in questi giorni sotto la violenza sistematica dei bombardamenti di Gaza e Beirut, tanto che ho pensato di riproporne alcuni brani senza alcun commento (si ben commenta da solo) in questo articolo.

È il 2 ottobre del 1955, a Firenze, quando per la prima volta nella storia umana (e non accadrà mai più) si celebra un Convegno mondiale di tutti i Sindaci delle città principali di tutto il mondo, aperto da Giorgio La Pira con il suo appassionato discorso: Le città non possono morire. Siamo da poco usciti dall’incubo della seconda guerra mondiale, in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica e con una minaccia nucleare incombente, quando La Pira pronuncia il suo appassionato e lunghissimo discorso di elogio alle città, intese «come libri vivi della storia e della civiltà umana. Storia e civiltà che si trascrivono e si fissano quasi pietrificandosi, nelle mura, nei templi, nei palazzi, nelle case, nelle officine, nelle scuole, negli ospedali di cui la città consta».

[…] È proprio la minaccia della guerra atomica che ha operato questo effetto: fece scoprire – a quanti ne hanno la responsabilità e l’amore – il valore misterioso e in certo modo infinito della città umana.
Le città restano, specie le fondamentali, arroccate sopra i valori eterni, portando con sé, lungo il corso tutto dei secoli e delle generazioni, gli eventi storici di cui esse sono state attrici e testimoni. […] La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene: […] questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita.

I sindaci di Washington e di Mosca, di Roma e di Pechino dichiaravano che i governi degli Stati nazionali non avevano più diritto di bombardare le città. Nel clima di contrapposizione che caratterizzava quel periodo storico e di fronte al pericolo che in pochi secondi una guerra nucleare ponesse termine a secoli di storia, civiltà e tradizioni, risuonò forte il messaggio del convegno di Firenze: “le città non possono morire”. Un urbanista, poeta, scrittore recentemente scomparso: Giancarlo Consonni, forse sulle orme di La Pira scrisse pochi anni fa un libricino importante il cui titolo significativo era: Non si salva il pianeta se non si salvano le città. Oggi come allora il motto di La Pira “unire le città per unire le nazioni” può indicare la strada a chi ha a cuore la pace.

[…] Ebbene, Signori: lo domando a voi: era un sogno? Una utopia? […] Perché, Signori, anche le città hanno – come le persone – una vocazione e un destino, i cui tratti appaiono chiaramente in certi singolari momenti di emergenza storica. Ebbene: la vocazione mediatrice di Firenze si manifesta nel grande incontro storico fra Oriente ed Occidente che avvenne nella terza decade del 1400 e che ebbe proprio in Firenze la sua sede. Il ponte allora steso fra le due contrastate rive della cristianità fu appunto opera della Signoria (che vide a Firenze unite in cristiana concordia le supreme autorità religiose, culturali e politiche del tempo: erano a Firenze presenti il Papa Eugenio IV, l’imperatore di Costantinopoli, il Paleologo, e cardinali, patriarchi, arcivescovi, vescovi, monaci, teologi, artisti, pensatori, politici, della Chiesa di Occidente e delle Chiese di Oriente: fra di essi Isidoro, vescovo di Kiev e patriarca della Russia).

[…] Come Sindaco di Firenze, ma in rappresentanza di tutte le città – grandi e piccole – del mondo, ed in nome di esse, mentre ne affermavo il valore storico e il destino provvidenziale, dichiaravo che la generazione presente non aveva diritto di distruggere per sempre un patrimonio di civiltà ad essa affidato, in via soltanto fiduciaria, dalle generazioni passate perché venisse trasmesso, accresciuto e non dilapidato, alle generazioni venture. […[ Cos’è Firenze? Posso rispondere, parafrasando una definizione di Leon Battista Alberti: una casa grande, funzionale e bella, casa costruita nei secoli, con l’apporto di tutte le generazioni, su uno spazio definito dall’Arno e dalle colline di Fiesole, di San Miniato e di Monte Oliveto, dalla grande famiglia per la grande famiglia fiorentina.

[…] Ciascuna città e ciascuna civiltà è legata organicamente, per intimo nesso e intimo scambio, a tutte le altre città ed a tutte le altre civiltà: formano tutte insieme un unico grandioso organismo. Ciascuna per tutte e tutte per ciascuna. […] E che dire, Signori, del rapporto organico che esiste fra la città e la persona umana? Permettete che io lo chieda a voi, a voi che fate di ciò quotidiana esperienza: non è forse vero che la città è il domicilio organico della persona? Il luogo essenziale, in certo modo, della sua genesi, del suo sviluppo e del suo perfezionamento? Non è forse vero che la persona umana si radica nella città, come l’albero nel suolo? […] Ognuna di queste città non è un museo ove si accolgono le reliquie, anche preziose, del passato: è una luce e una bellezza destinata a illuminare le strutture essenziali della storia e della civiltà dell’avvenire.

[…] Questione che solo ora, nel nostro tempo, a causa degli strumenti di distruzione connessi con la tecnica nucleare, viene posta nei suoi termini più attuali e più drammatici. E la questione è la seguente: quale è il diritto che le generazioni presenti possiedono sulle città da esse ricevute dalle generazioni passate? La risposta, è chiaro, non può essere che questa: è un diritto di usare, migliorandolo e non distruggendolo o dilapidandolo, un patrimonio visibile ed invisibile, reale ed ideale, ad esse consegnato dalle generazioni passate e destinato ad essere trasmesso – accresciuto e migliorato – alle generazioni future. Usare, migliorare e ritrasmettere la casa comune! Si tratta di una eredità fedecommissaria, direbbero i giuristi romani: le generazioni presenti ne sono gli eredi fiduciari; quelle venture, gli eredi fedecommissari.

[…] Le città non possono essere destinate alla morte: una morte, peraltro, che provocherebbe la morte della civiltà intiera. Esse non sono cose nostre di cui si possa disporre a nostro piacimento: sono cose altrui, delle generazioni venture, delle quali nessuno può violare il diritto e l’attesa. Nessuno, per nessuna ragione, ha il diritto di sradicare le città dalla terra ove fioriscono: sono – lo ripetiamo – la casa comune che va usata e migliorata; che non va distrutta mai! […] E permettete, infine, che per completare questo quadro, io vi manifesti la mia gioia quando, pochi mesi or sono, scoprii una cosa che ignoravo: cioè il vincolo veramente singolare che lega Firenze alla storia religiosa, culturale e civile della città di Mosca e dell’intiero popolo russo. Mi riferisco alla parte dominante che Massimo il Greco ebbe nella storica politica religiosa, culturale e civile che animò alla fine del secolo XV ed all’alba del secolo XVI, la storia della città di Mosca e del popolo russo (Questo monaco del celebre monastero di San Sergio di Mosca – uomo di altissimo livello ascetico e culturale, figura eminente della storia russa – ebbe in Firenze la sua formazione religiosa e la sua strutturazione culturale ed umanistica. Perché egli abitò in Firenze, fece parte della comunità religiosa di San Marco e si formò sotto la guida luminosa, ma ferma e severa, di Gerolamo Savonarola. Tutto questo basta per legittimare l’auspicio felice che deriva pei nostri obbiettivi di pace dalla scelta di Firenze a sede dei nostri Convegni).

Direi che ogni commento è scontato. Di fronte alla tragedia della distruzione di Gaza, di Beirut, delle loro civiltà e delle loro popolazioni, il discorso di La Pira suona attualissimo. E i nostri amministratori di città dovrebbero leggere o ri-leggere questo discorso pronunciato nel 1955 per non trasfigurare il senso di ogni città.

Gli autori

Enzo Scandurra

Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore; già ordinario di Urbanistica presso Sapienza di Roma, più volte direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica e Coordinatore nazionale del Dottorato in Architettura e Urbanistica, si occupa di problemi legati all’ambiente e alle trasformazioni della città. È autore di numerosi testi, ultimi dei quali: “Muri” (manifestolibri, 2017, con M. Ilardi), “La città dell’accoglienza” (in collaborazione, manifestolibri, 2017), “Splendori e miserie dell’urbanistica” (con I. Agostini), (DeriveApprodi, 2018), “Biosfera. Il luogo che abitiamo” (DeriveApprodi, 2020, con G. Attili e I. Agostini), “Contronarrazioni” (curatela con T. Drago, Castelvecchi, 2021), “La svolta ecologica. Ultima chance per noi e il pianeta” (DeriveApprodi, 2022), “Cambiamento o catastrofe? La specie umana al bivio” (a cura di T. Drago, E. Scandurra, Castelvecchi, 2022), “Roma o dell’insostenibile modernità” (DeriveApprodi, 2024).

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