In un contesto di guerra – all’interno del Paese, contro gli immigrati e, all’esterno, contro l’Iran – qual è oggi l’attivismo del Sindacato statunitense, in particolare di due Union importanti storicamente come UAW e Teamsters? Sebbene la percentuale di sindacalizzazione resti ai minimi storici (il 5,9% nel settore privato ma oltre il 35% in quello pubblico, non per niente sotto attacco trumpiano), alcuni segnali avevano aperto dal 2021 delle speranze di rinnovamento di un movimento sindacale tradizionalmente frammentato e assai burocratizzato. In particolare, l’avvenuta elezione, appoggiata da caucus (componenti) “riformiste”, di nuove direzioni degli storici sindacati, che un tempo erano solo dell’auto e dei camionisti, e che oggi si sono estesi ad altri settori. Ma, non solo per il ritorno alla Casa Bianca dell’antisindacale Trump, le nuove dirigenze si trovano di fronte a problemi di gestione e di risultati. United Auto Workers (UAW), dopo la firma nel novembre 2023 dei tre contratti delle grandi aziende USA (General Motors, Ford e Chrysler, ora in Stellantis), non è riuscita a entrare negli stabilimenti di proprietà “straniera” del Sud antisindacale, malgrado la campagna per le adesioni avesse a disposizione ben 40 milioni di dollari. Inoltre, il neo-presidente, Shawn Fain, affrontate con epurazioni interne le divergenze apertesi nella nuova dirigenza, se le è viste annullare da parte del procuratore federale che ancora controlla i comportamenti di UAW dopo le tangenti pagate da Marchionne alla precedente leadership. Solamente alla Volkswagen di Chattanooga (Tennessee), dopo due anni dal voto a favore dell’adesione a UAW, il 4 febbraio scorso è stato raggiunto l’accordo per il primo contratto collettivo di lavoro di quella fabbrica, che diventa così l’unico impianto di assemblaggio di auto negli Stati Uniti, al di fuori di quelli di proprietà delle Big 3, ad avere una rappresentanza sindacale.
Nel frattempo, l’eliminazione da parte del Governo Trump di incentivi per l’acquisto dei veicoli elettrici sta inducendo le imprese a tornare indietro alle auto con motore a combustione interna, a causa della caduta delle vendite dell’elettrico. L’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, è giunto ad accusare la svolta all’elettrico di “averci allontanato dalle esigenze, dai mezzi e dai desideri di molti acquirenti di automobili”. Per cui, Stellantis Automotive Cells Co. ha cancellato i piani per la costruzione di gigafabbriche di batterie in Italia e Germania e ha venduto al partner sudcoreano LG Energy Solution la partecipazione di Stellantis nell’accordo di collaborazione per la realizzazione di batterie elettriche nell’Ontario (Canada). Stellantis ha registrato una perdita di 26 miliardi nel 2025 e non ha pagato bonus ai dipendenti sindacalizzati (ma a manager e addetti alle vendite sono stati versati). Anche uno dei principali vantati risultati del contratto di lavoro del 2023 incassa un ulteriore ritardo: la riapertura dello stabilimento di Belvidere (Illinois) è stata dall’azienda ulteriormente posticipata al 2028. I lavoratori della fabbrica “rinata” dovrebbero costruire la nuova Jeep Compass a spese dei colleghi dell’auto nell’Ontario (Canada), licenziati in 3.000. Alla faccia dell’internazionalismo dei lavoratori, debilitato anche dal sostegno di UAW ai dazi di Trump. Similmente, General Motors ha annunciato il licenziamento di circa 1.900 dipendenti nello stabilimento di Ramos Arizpe, nello Stato di Coahuila in Messico, a seguito della cancellazione del secondo turno produttivo. E anche quello di 1.100 lavoratori nel suo stabilimento di punta Factory Zero EV a Detroit.
Di converso, sul versante della sindacalizzazione, a metà marzo, l’agenzia federale National Labor Relations Board (NLRB) ha raggiunto un accordo con Mercedes-Benz che chiude una delle accuse di pratiche di lavoro sleali (antisindacali, diremmo in Italia) presentate da UAW dopo la sconfitta delle elezioni sindacali del maggio 2024 nello stabilimento di Vance (Kentucky). Il ricorso di UAW sul voto in quelle elezioni è ancora in ballo. Anche BlueOval SK (BOSK), una collaborazione Ford-SK On, ha ritirato tutte le sue obiezioni alle elezioni sindacali tenutesi lo scorso agosto, vinte 526-515 da UAW, aprendo con ciò alla certificazione da parte del NLRB dei risultati elettorali e alla successiva difficile trattativa del contratto di lavoro. In questo senso, mentre non ci sono i numeri per far passare in Parlamento una legge, il Protect the Right to Organize (PRO) Act, che potrebbe dare nuove regole certe per facilitare la sindacalizzazione, alcuni Repubblicani hanno presentato un progetto di legge opposto, che riduce vieppiù le funzioni del NLRB, aumentando la possibilità di vietare i picchetti (che già si devono svolgere in movimento) e di “decertificare” il sindacato (cioè buttarlo fuori dall’azienda) se non riesce a fare, ovviamente per responsabilità delle imprese, un contratto entro tempi certi. Infine, la spaccatura emersa all’interno del caucus UAWD, in sostanza tra operai e non (questi ultimi, lavoratrici e lavoratori delle università, sono ormai un quarto degli iscritti a UAW), potrebbe dare una possibilità di ritorno al comando ai resti del “Caucus Amministrativo”, che aveva governato UAW col pugno di ferro per 77 anni fino all’inchiesta per tangenti di Marchionne. Il rinnovo delle cariche sindacali di UAW è previsto nel corso di quest’anno. Il caucus UAWD era stato uno dei perni della vittoria di Fain, un altro sono i membri del Socialist Party of America. Una vittoria ottenuta, seppur con una maggioranza molto risicata, in una votazione, del tutto nuova per quella carica, che vedeva elettori tutti gli iscritti (attivi e pensionati). Che peraltro non hanno approfittato in massa a questa occasione di democrazia, peraltro imposta a UAW dal monitore federale.
In questi ultimi giorni si sono svolte trattative per il rinnovo dei contratti di dipendenti universitari iscritti a UAW (che ne organizza 80.000 a livello nazionale). A New York, quasi 1.000 docenti non di ruolo della facoltà della New York University hanno raggiunto un accordo (ancora da votare) dopo due giorni di sciopero su stipendi, sicurezza del lavoro e regolamentazione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Un accordo sul contratto è stato raggiunto, senza scioperi già proclamati, per i 48.000 dipendenti accademici, ricercatori e post-dottorato della New University della California di Irvine. Anche i 3.000 studenti lavoratori della Columbia University, protagonisti nell’aprile 2024 di un’occupazione del campus contro il genocidio di Gaza (immortalata nel docufilm The Encampments), hanno votato in questo marzo per approvare un potenziale sciopero a causa del ristagnare della trattativa del contratto di lavoro. Le richieste sono salariali, incluso l’adeguamento al costo della vita (visto l’aumento dell’inflazione) e anche maggiori tutele per gli studenti di nazionalità non statunitense. È sul tavolo anche la richiesta di disinvestimenti da Israele e una sanatoria delle espulsioni dal campus comminate dall’Università per la suddetta occupazione. Anche quella del presidente del sindacato della Columbia, Grant Miner. Il sindacato aveva scioperato nel 2021 per 10 settimane mentre negoziava il suo primo contratto con la Columbia, interrompendo il corso di studi principale dell’ateneo. Da allora, l’università ha rimosso diversi studenti laureati da ruoli di docenza in quei corsi.
Passando ai Teamsters, che tesserano un milione e 300.000 camionisti e di altri settori, il presidente Sean O’Brien, sebbene vanti trecento scioperi da quando ha assunto l’incarico tre anni e mezzo fa e benefici di sciopero (il sostegno alla sopravvivenza in caso di scioperi prolungati) aumentati a 1.000 dollari a settimana dal primo giorno di uno sciopero, era passato al sostanziale appoggio implicito di Trump e si barcamena ora in una terra di nessuno tra i pochi del Partito Repubblicano (GOP) che non osteggiano il sindacalismo e i tanti sindacati che restano nell’orbita di un Partito Democratico sempre diviso sulle prospettive. Le mosse di O’Brien hanno aiutato il GOP a presentarsi come un “partito dei lavoratori”, anche se Trump sta demolendo il ruolo pro-sindacato del NLRB (che era stato istituito dal New Deal di Roosevelt), terrorizza i lavoratori immigrati e straccia gli accordi di contrattazione collettiva che coprono un milione di lavoratori federali. Ma hanno consentito a O’Brien di tenere i contatti con una base in maggioranza attratta dal voto a Trump (come risultava da un sondaggio interno commissionato dagli stessi Teamsters). Anche qui, una campagna, assai pubblicizzata, per un ennesimo assalto sindacale ad Amazon non ha prodotto grandi risultati, se non un episodico sciopero pre-natalizio di alcuni magazzini (e un numero controverso di aderenti) nel 2024, salvo l’ingresso nei Teamsters di Amazon Labor Union (ALU). Un sindacato di base che nel 2022 era stato il primo, nello stabilimento JFK8 di New York Staten Island, a vincere le elezioni, che hanno coinvolto quasi 5.000 votanti, per l’ingresso in un’azienda fortemente antisindacale. ALU stesso è stato travagliato da una rottura della sua dirigenza, da un ricorso della minoranza sindacale al NLRB, da un esautoramento col voto del carismatico leader Chris Smalls (che forse aveva troppo accentuato una Union a predominanza nera). E che, proprio in quanto nero, è stato poi maltrattato, più di altri/e, dall’esercito israeliano come militante della Flotilla per Gaza.
A testimonianza che anche nelle aziende sindacalizzate, fors’anche favorito dal cambio di governo federale, il clima è peggiorato, i Teamsters hanno denunciato United Parcel Service (UPS), l’azienda di trasporti con 338.000 dipendenti negli USA che aveva firmato, nel 2023, il più grande contratto di lavoro privato negli USA (che riguarda da solo un quarto degli iscritti ai Teamsters). Il contratto prevedeva che l’azienda assumesse 30.000 nuovi addetti durante la vigenza ma essa, per meglio affrontare il progressivo sganciamento di Amazon (che non è sindacalizzata), ha inviato per lettera a più di 100.000 conducenti di furgoni un’offerta una tantum di 150.000 dollari per le dimissioni volontarie. Ciò è avvenuto dopo che un giudice federale ha respinto un’istanza del Sindacato che chiedeva di vietare la manovra, sostenendo che essa violava il contratto di lavoro. Se il dimagrimento di UPS avesse successo, l’azienda si allineerebbe a FedEx nell’avere autisti non sindacalizzati, licenziabili at will, cioè a suo piacimento. Anche in UPS l’Ammistratore delegato guadagna una retribuzione esorbitante (450 volte) rispetto anche a quella, non indifferente, dei propri dipendenti. Una denuncia che ricorre spesso nelle dichiarazioni dei sindacati e dei progressisti.
Alla recente 50esima convention annuale di Teamsters Democratic Union (un caucus – una tendenza interna al sindacato – con una lunga storia di militanza per la democrazia all’interno dei Teamsters, che anni fa ha anche dovuto subire attacchi della mafia) erano presenti anche membri dei gruppi di riforma nei lavoratori automobilistici, elettrici, alimentaristi e del Federal Unionists Network (FUN), che si è posto l’ingrato compito di creare una “organizzazione complessiva, sindacato per sindacato, per costruire il potere collettivo del rank&file, ossia della base.
Il terzo atto delle manifestazioni NoKings del 28 marzo contro l’autoritarismo del governo di Trump e la presenza di molti sindacati tra gli organizzatori, e anche il sostegno delle Union alla sciopero generale di Minneapolis e alle iniziative contro i raid omicidi dell’ICE, segnalano anche una possibile collocazione del movimento sindacale statunitense all’interno di una necessaria lotta che unisca la difesa e l’incremento dei diritti individuali e collettivi contro l’autoritarismo antisociale del presidente degli USA. Liberarsi delle scorie verticistiche e aziendalistiche, potrebbe permettere ai sindacati statunitensi – già in questi mesi è avvenuto contro i raid dell’ICE e negli appoggi reciproci a difficili scioperi (come quello delle addette alle pulizie dei grandi hotel, delle ragazze e dei ragazzi di Starbucks Workers United alla ricerca di un contratto collettivo o delle operatrici sanitarie di New York) – di tornare ad essere un tassello fondamentale della mobilitazione per la democrazia e la solidarietà, per lo Stato sociale e la difesa dell’ambiente e contro il razzismo. E contro la guerra: la federazione AFL-CIO ha richiesto una settimana dopo l’attacco all’Iran «un rigoroso rispetto del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti. Costituzione che richiede la voce del popolo attraverso il Congresso in qualsiasi autorizzazione di guerra». Detta dichiarazione è stata fatta dopo quelle emesse da due dei suoi sindacati nazionali affiliati (SEIU, dei sanitari e impiegati pubblici, e National Nurses United) e da United Electrical Workers (non affiliati a AFL-CIO).
