Iran. Per Trump una tregua obbligata

Download PDF

«Sono limitato solo dalla mia morale» aveva detto a gennaio Trump intervistato dal New York Times. Gli aveva fatto eco il suo vice di gabinetto Stephen Miller, che intervistato dalla CNN affermava: «Viviamo in un mondo in cui si può parlare quanto si vuole di etichetta internazionale e di regole, ma il mondo reale è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», e ancora: «Siamo una superpotenza e, sotto la presidenza Trump, ci comporteremo come una superpotenza».

Quel che ciò voleva dire lo abbiamo ben presto visto. Non solo le esecuzioni sommarie nel Mar dei Caraibi e nel pacifico orientale delle centinaia di naviganti dichiarati senza alcuna prova narcotrafficanti, o il blocco delle petroliere così dette ombra e il sequestro del loro carico in un arco oceanico ancora più vasto, o ancora la cattura del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e la condanna a morte emanata nei confronti dei cubani attraverso le sanzioni rivolte a chiunque li aiuti a sopravvivere. Di più – e prepotentemente – dopo poco è arrivata l’aggressione all’Iran, con le sue bombe su scuole, ospedali, università, ponti e centrali elettriche: veri e propri crimini di guerra secondo la Convenzione di Ginevra e la Carta Onu. D’altronde le regole di ingaggio, che avrebbero dovuto limitare le morti dei civili – ad oggi in Iran ammontanti a 1.665 di cui 244 bambini secondo le stime della Human Rights Activists News Agency – sono “stupide” a detta del segretario della guerra statunitense, e non vanno rispettate.

La morale di Trump e del suo segretario alla guerra Pete Hegseth non contempla evidentemente né il rispetto del diritto internazionale né alcun principio di umanità, laddove la vita e la sofferenza degli altri valgono meno di niente. Per quanto, tuttavia, i criminali di guerra statunitensi abbiano continuato ad affermare la loro superiorità militare e abbiano sostenuto di poter distruggere un’intera civiltà in una sola notte qualora lo stretto di Hormuz non fosse stato riaperto, i limiti dettati – non dalla loro inesistente moralità, bensì – dalla capacità bellica dell’avversario, che da 20 anni si sta preparando all’eventualità di un conflitto, hanno imposto loro di accettare una tregua di due settimane a condizioni assai diverse da quelle inizialmente prospettate. Non si tratta infatti di quella resa incondizionata che Trump avrebbe voluto, ma dell’accettazione da parte sua di negoziare con Teheran un piano di pace condiviso. “È iniziata l’era dell’Iran», ha trionfalmente dichiarato sui social media il vice presidente iraniano Mohammad Reza Aref, constatando il fallimento del tentativo statunitense di realizzare l’ambìto cambio di regime.

Che, al di là di ogni dichiarazione trumpiana in senso differente, l’operazione bellica in Iran si sia rivelata fallimentare per gli Stati Uniti è evidente. Nelle intenzioni dell’aggressore si sarebbe dovuta sfruttare l’opposizione interna a un regime repressivo per ottenerne in breve il sovvertimento, ciò che avrebbe poi condotto al controllo statunitense del petrolio iraniano, in analogia a quanto Trump sembra stia riuscendo a fare in Venezuela. Sarebbe stata, insomma, una sorta di replica del colpo di Stato – noto come Operazione Ajax – orchestrato da Cia (USA) e MI6 (GB) nel 1953 per rovesciare l’allora primo ministro, eletto democraticamente, Mohammad Mossadeq, che aveva condotto al recupero all’occidente del dominio sulle risorse energetiche iraniane perso con la nazionalizzazione da quegli voluta. Un’operazione che, se portata a termine, avrebbe avuto oggi l’enorme ulteriore vantaggio di controllare e limitare il flusso di petrolio iraniano verso la Cina, il cui spauracchio quale potenza globale concorrente motiva certamente molti dei comportamenti bellici statunitensi. Come il petrolio venezuelano fino all’attacco di gennaio, anche quello iraniano è esportato, infatti, per circa l’80 per cento in Cina che, al fine di evitare i rischi derivanti dall’importazione di greggio sanzionato, lo ha sempre acquistato principalmente mediante piccole raffinerie private, dette “teapot”, invece che attraverso le principali compagnie petrolifere statali.

Era stata probabilmente l’erronea valutazione dell’attuale capacità di resistenza iraniana da parte dei vertici statunitensi ad aver convinto Trump a non dare preventivo avviso dell’attacco imminente né agli alleati europei né a quelli del golfo, col risultato che oggi tutti si sentono traditi. Così come si sente tradita gran parte della base MAGA, cui Trump aveva assicurato che sarebbe stato un presidente di pace. Senza contare le difficoltà che gli americani incontrano oggi per via dell’aumento del prezzo del carburante che aggiungendosi al disagio economico cronico della gran parte della popolazione – certamente non alleviato dall’amministrazione corrente che, in contrasto con le promesse elettorali, non solo non ha portato a un aumento, ma al contrario a una diminuzione dell’offerta dei posti di lavoro; non solo non ha portato a un aumento, ma al contrario a una diminuzione del lavoro in fabbrica e in più ha costretto un numero elevatissimo di cittadini a rimanere senza assicurazione sanitaria come effetto dell’eliminazione dei cruciali aiuti dell’Obamacare – fanno della questione dell’affordability (ossia della sostenibilità economica) una spina nel fianco di Trump in vista delle elezioni di metà mandato.

Al di là delle dichiarazioni enfatiche di Hegseth, che raccontano di un’umiliazione inflitta in cinque settimane all’Iran dagli Stati Uniti, è questo il quadro del negoziato che si profila all’orizzonte, il quale di per sé rappresenta già una sconfitta per l’amministrazione statunitense, ormai finalmente consapevole che i possibili attacchi iraniani agli impianti petroliferi o a quelli di desalinizzazione degli Stati del Golfo, nonché il blocco dello stretto di Hormuz, rappresentano un problema non solo per gli altri ma anche per se stessa. La crisi energetica globale senza precedenti che discenderebbe dalla prosecuzione di un conflitto i cui effetti – anche se non facilmente quantificabili per via delle poche informazioni disponibili circa i danni causati finora alle decine di raffinerie, impianti di stoccaggio e giacimenti di petrolio e gas in almeno nove paesi – già adesso appaiono serissimi, colpirebbe a dismisura anche gli Stati Uniti. Per quanto Trump abbia dichiarato che l’apertura dello stretto di Hormuz – da cui passa il 20% di tutto il petrolio usato nel mondo – è affare degli altri, perché gli americani sono energicamente autosufficienti, egli sa infatti molto bene che così non è.

Le prossime due settimane appaiono dunque tutte in salita per il presidente americano e la sua amministrazione in trasferta a Islamabad per il negoziato, stretti come sono fra i due fuochi dei seri rischi derivanti da una ripresa del conflitto da un lato e quelli di una umiliante resa ai 10 punti indicati da Teheran, che Trump ha già dichiarato essere assai diversi da quelli sulla base dei quali aveva accettato la tregua, dall’altro lato. Il ritorno a una normalità per il mondo intero non sarà comunque immediato, ma – se tutto va bene – richiederà i tempi dettati dal ripristino dell’attività petrolifera e gassifera e dalla riapertura dello stretto di Hormuz con l’inevitabile stallo iniziale delle troppe navi in coda. Se poi Trump fosse convinto da chi gli consiglia, come il neocon John Bolton, di “finire il lavoro” e di non abbandonare l’Iran, ma di rilanciare per ottenere – costi quel che costi – l’anelato cambio di regime, non gli resterebbe che cancellare le elezioni di metà mandato e al mondo intero di entrare nella peggiore recessione che si ricordi.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.