Verso un Libano distrutto e smembrato

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L’8 aprile 2026, intorno alle ore 14, Israele ha sganciato in Libano – non solo nel sud del Paese, ma anche nella capitale Beirut – oltre 160 ordigni, causando la morte di più di 200 persone e il ferimento di oltre 1.000. L’attacco, avvenuto senza alcun preavviso, si è inserito in un contesto in cui era stato raggiunto un fragile cessate il fuoco tra Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro. In attesa di negoziati diretti tra le parti coinvolte, è apparso fin da subito evidente che il Libano non sarebbe stato invitato al tavolo negoziale e che, per questo piccolo paese affacciato sul Mediterraneo, la tregua non sarebbe stata applicata. Quali sono le ragioni di tali scelte?

Ritengo, in primo luogo, che il Libano sia un Paese “sacrificabile”. Lo è stato già in passato, quando sul suo territorio si sono combattute quelle che Ghassan Tueni ha definito guerres pour les autres (Une guerre pour les autres, Jean-Claude Lattès, Parigi 1985). Si tratta di un territorio privo di risorse strategiche di rilievo e segnato da interessi comunitari e confessionali che hanno progressivamente indebolito la sovranità statale e il margine di manovra dei governi succedutisi dalla fine della guerra civile (1975-1990). Tra l’altro in questa disastrosa situazione il Parlamento ha posticipato le elezioni previste per maggio prolungando il suo mandato di due anni. Nonostante alcuni, peraltro modesti, appelli da parte di qualche paese europeo, tra cui Francia e Spagna, volti a includere il Libano nel cessate il fuoco come condizione per il proseguimento dei negoziati tra Iran, Stati Uniti e Israele, il paese sembra essere stato abbandonato dai suoi storici alleati. Innanzitutto, dall’Arabia Saudita, che ha svolto un ruolo di primo piano nel Libano post-guerra civile attraverso il sostegno incondizionato a Rafiq Hariri prima e a suo figlio Saad poi, anche in funzione anti-sciita. L’incapacità di Saad di raccogliere l’eredità politica paterna, unita alla sua fragilità personale e al progressivo depauperamento del patrimonio familiare, ha determinato un ridimensionamento del sostegno saudita. Il conseguente ritiro dei petrodollari, accompagnato da continui disinvestimenti, ha contribuito ad aggravare la crisi economico-finanziaria, culminata nel default del paese, annunciato dal primo ministro Hassan Diab nel marzo 2020, in piena pandemia da Covid-19. Poi, dalla Siria, storico alleato di Hezbollah nell’ambito del cosiddetto “asse della resistenza”, che, dopo la caduta di Bashar al-Assad, sembra evitare un coinvolgimento diretto nella nuova escalation regionale. Negli ultimi mesi, i rapporti tra Libano e Siria avevano mostrato segnali di graduale miglioramento, lasciando in parte alle spalle le tensioni accumulate durante gli anni del cosiddetto protettorato siriano degli anni Novanta ( Abbas Assi, Democracy in Lebanon: Political parties and the struggle for power since Syrian withdrawal, Bloomsbury Publishing, 2016). Tale riavvicinamento è stato favorito anche dall’arresto di un trafficante di droga ricercato da tempo dalle autorità libanesi e dall’avvio di negoziati bilaterali sulle misure di sicurezza per il controllo del confine, finalizzate anche al contrasto dei traffici illegali. Nonostante ciò, la Siria è stata più volte sollecitata da Turchia e da alcuni paesi del Golfo a intervenire contro Hezbollah in Libano, richiesta che Damasco ha tuttavia respinto.

In secondo luogo, ritengo che il mantenimento del fronte libanese presenti indubbi vantaggi per Israele e, in particolare, per il primo ministro Benjamin Netanyahu. Attualmente sotto processo per tre capi d’accusa per corruzione risalenti al 2019, Netanyahu è stato più volte accusato di aver strumentalizzato il contesto bellico per ritardare e mettere in secondo piano il procedimento penale a suo carico. Nel corso del genocidio a Gaza, infatti, si sono susseguiti rinvii e interruzioni delle udienze, spesso giustificati con gli sviluppi della guerra e con esigenze di sicurezza nazionale. In questo contesto, il mantenimento di un elevato livello di mobilitazione, anche attraverso l’apertura e il mantenimento del fronte libanese, consente non solo di rafforzare la narrativa securitaria, ma anche di giustificare politicamente il rinvio delle questioni giudiziarie interne, presentando al contempo la minaccia di Hezbollah come elemento centrale per la sicurezza dello stato di Israele. D’altro canto, il focus su Iran e Hezbollah ha contribuito a distogliere l’attenzione da Gaza, dove il genocidio continua, e dalla Cisgiordania, dove le violenze dei coloni e le intimidazioni quotidiane nei confronti della popolazione palestinese rendono il clima sempre più invivibile. A Gaza la situazione è drammatica. Le Nazioni Unite hanno nuovamente esortato Israele ad allentare le restrizioni imposte e a consentire l’ingresso degli aiuti. Il capo dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha avvertito che l’uso della forza da parte delle truppe israeliane, ritenuto sproporzionato, rischia di normalizzarsi in un contesto di sostanziale impunità. A ciò si aggiunge il dibattito relativo all’introduzione della pena di morte per i “terroristi” palestinesi, misura che rischia di costituire un precedente pericoloso, configurando l’applicazione di una sanzione su base etnica e rafforzando ulteriormente il sistema di apartheid già visibile.

Nelle scorse settimane, sia il Presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun, sia il primo ministro Nawaf Salam hanno proposto l’avvio di negoziati diretti con la controparte israeliana. Qualora tali negoziati si concretizzassero – come sembra emergere dalle notizie disponibili al momento della scrittura – essi difficilmente potrebbero prescindere dalla questione del disarmo di Hezbollah e da una sua eventuale resa. Il tema del disarmo appare, infatti, cruciale: un processo in tal senso era già stato avviato nei mesi precedenti all’aggressione congiunta statunitense-israeliana all’Iran, ma si era rivelato particolarmente complesso. Se in alcune aree, inclusi i campi profughi palestinesi, il recupero delle armi aveva avuto esito positivo, restavano tuttavia difficoltà significative nelle zone a maggiore densità sciita, sottoposte a un controllo pressoché totale da parte di Hezbollah. In questo contesto, l’esercito libanese avrebbe incontrato inevitabilmente significative difficoltà, anche legate alla sua intrinseca debolezza strutturale. Si tratta, infatti, di una forza armata più assimilabile a un corpo di sicurezza interna, con capacità limitate in termini di equipaggiamento e addestramento per affrontare un conflitto contro un attore armato strutturato. Ciò è emerso chiaramente sia durante la fase di espansione dell’ISIS, quando l’esercito fu affiancato da Hezbollah per contenere le infiltrazioni del gruppo islamista dalla Siria, sia in occasione della guerra dei 33 giorni del 2006 e in episodi successivi. Inoltre, l’esercito libanese, sostenuto e rifornito da potenze straniere, in primis dagli Stati Uniti, riflette al proprio interno la composizione confessionale del paese: una quota significativa dei suoi membri è costituita da sciiti che si troverebbero in una posizione particolarmente delicata nell’eventualità di un confronto diretto con le milizie di Hezbollah. Si tratta di uno scenario che il governo libanese, non a caso, sembra voler evitare. Anche per queste ragioni, il Governo ha ordinato all’esercito di ritirarsi dal sud del paese, lasciando di fatto questa regione esposta ai bombardamenti israeliani e affidata, sul piano della difesa, alla sola presenza di Hezbollah. Va tuttavia sottolineato come tale dinamica non sia nuova: la storica marginalizzazione del sud (così come del nord del Libano) da parte dello Stato ha prodotto ampie sacche di povertà ed esclusione, favorendo nel tempo l’insediamento e il rafforzamento di attori alternativi, tra cui Hezbollah.

Cosa si prospetta, dunque, per il Libano? Il rischio è quello di un ulteriore sacrificio, destinato a protrarsi per mesi, con la possibilità che il sud del paese venga progressivamente devastato come già avvenuto per Gaza e che questa porzione di territorio possa essere, di fatto, annessa dallo Stato di Israele. In un contesto internazionale sempre più segnato da logiche di forza, sembra prevalere la legge del più forte. Anche nell’ipotesi di negoziati diretti tra le parti, la questione del disarmo appare di difficile risoluzione, pur rappresentando un punto imprescindibile per Israele. I negoziati rischiano, pertanto, di essere destinati al fallimento ancora prima del loro avvio e, anche qualora dovessero produrre qualche risultato, questo assumerebbe verosimilmente i tratti di un’imposizione, riconducibile a una logica neocoloniale non dissimile da quella sottesa al Vision Plan promosso dall’amministrazione Trump per Gaza.

Gli autori

Rosita Di Peri

Rosita Di Peri è ricercatrice presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino dove svolge la sua attività di insegnamento. Studia le dinamiche politiche della regione medio orientale con particolare attenzione al Libano, un paese che frequenta regolarmente da quindici anni. Da ultimo si è particolarmente dedicata alla situazione di marginalizzazione della comunità cristiano-maronita e al suo impatto sul sistema politico.

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