Sulla resurrezione, in questa Pasqua di guerra e sconcerto

Download PDF

In seguito si rifaranno abbondantemente, ma quando compaiono sul proscenio della storia i cristiani non sembrano proprio molto scaltri. La tradizione orale sulle loro origini, che diventerà il Nuovo Testamento, non è per niente accondiscendente nei confronti del nucleo fondante della Chiesa: gli apostoli vengono spesso descritti in incomprensioni, egoismi e meschinerie che Gesù fa fatica a gestire. Ricordiamo che al momento della sua morte in croce non c’è nessuno di loro, ma solo alcune donne, figure storicamente considerate poca cosa, perché sono tutti fuggiti al momento della necessità, quando Cristo viene arrestato. Questa analisi si potrebbe molto dettagliare, gli episodi in cui si annota il loro scarso acume nei riguardi delle parole e delle azioni di Gesù sono numerosi. Del resto Paolo di Tarso dice chiaramente, nella Prima Lettera ai Corinti, che le comunità delle origini sono composte da persone non certo importanti o autorevoli, per lo più appartenenti ai ceti più bassi: «Non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si vanti di fronte a Dio».

Le cose pazze … non passa molto tempo e i cristiani smarriscono il senso di questa follia di fondo che anima le loro convinzioni. Se non diamo per scontato il contenuto delle Scritture, che siano convinzioni folli ci pare evidente. Il bello è che chi raccoglie le fonti e compone i testi non fa molto per chiarire alcuni passaggi, anzi. Mi riferisco alla cosa più pazza del cristianesimo, peraltro un suo elemento essenziale: la resurrezione. Educati a un sano pragmatismo sappiamo che tra le certezze dell’esistenza quella del suo termine è ineludibile. Confrontarsi con l’idea che si possa superare la soglia della morte biologica conservando la propria identità, così da riacquisire e rinnovare la vita, è entrare in un ambito in cui le conoscenze scientifiche, nella loro quasi totalità, sembrano escluse dall’espressione dei convincimenti di fede: così che quest’ultimi sono poco compatibili con la contemporaneità. Con la secolarizzazione si è rimasti, di fatto, sospesi in questa ambiguità: secondo il linguaggio tecnico scientifico, il presupposto dell’esistenza delle chiese cristiane è fondato su dati assolutamente non verificabili, che si possono definire quindi non usufruibili su molti piani del confronto culturale. In conseguenza a ciò, in alcuni contesti, nei confronti dei credenti c’è un senso di benevola sufficienza, ma non gli elementi di un vero dialogo.

Elemento ulteriore di difficoltà: nel simbolo di fede degli apostoli affermiamo credo la resurrezione della carne. L’esistenza umana non può essere concepibile se non nella corporeità, anche nella prospettiva teologica: i cristiani non credono nell’immortalità dell’anima, ma nel ricrearsi della vita. Dato di possibile sconcerto, perché il decadimento dei sistemi biologici è un elemento da cui non si può prescindere: la morte si avvicina a partire dal nostro primo battito cardiaco. Può passare molto tempo perché ci raggiunga, ma sappiamo che in ogni caso i nostri giorni definiscono un tempo finito. La questione non è una oziosa querelle teologica. Dall’importanza della carne e della concretezza fisica degli esseri umani, dipende anche la sacralità del corpo: questa è uno dei pilastri morali, che ci porta a decretare l’inaccettabilità della violenza fisica, dell’omicidio, del genocidio. Tutto ciò deriva da un altro argomento difficile del cristianesimo: Dio si incarna in un essere umano, cambiando tutti i paradigmi con cui confrontarsi con ogni idea precedente sul Divino. Da questa spaccatura della storia tra un prima e un dopo deriva un modo di concepire gli esseri umani e gli altri viventi in una dimensione che non può che essere di rispetto radicale: Dio non coincide con la creazione, vi si mette in relazione, dando all’umanità tutto lo spazio per essere libera e autonoma. I testi evangelici che narrano la resurrezione del Cristo insistono molto su un Gesù risorto che si fa riconoscere nel suo vero corpo (addirittura attraverso i segni della passione, le ferite a piedi, mani e fianco, come in Giovanni), una corporeità descritta in primis nel suo mangiare insieme a coloro che incontra.

Rimango sul piano di una provocazione a me stesso: come si fa a strutturare tutto questo in una dimensione razionale, quindi condivisibile? Ritorno a quanto dicevo prima: i vangeli non chiariscono del tutto le idee, perché sembrano presentare più un segno di negazione, piuttosto che affermare una realtà. Quelli sinottici – Matteo, Marco, Matteo, mettendo a parte Giovanni che non ha una concordanza così stretta dei fatti come negli altri – affermano che l’annuncio degli angeli è sì quello che Gesù è risorto, ma passando per la sua assenza rispetto al sepolcro: non è qui. Poi seguono le descrizioni degli incontri – preferisco questo termine a apparizioni – in cui egli interagisce con la sua comunità, mettendoci di fronte alla testimonianza di chi vi assisté. Ma prima di tutto ciò, è una tomba vuota il segno che ci viene presentato.

Questo mi affascina da diverso tempo. Da un lato colgo l’invito degli evangelisti e delle loro comunità, che guidano nella predicazione a valutare con onestà la difficoltà del credere: dall’altro lato viene consegnata a chi legge la suprema libertà di credere o no. I testi insistono molto sulle condizioni controverse dei fatti narrati: le donne vanno al sepolcro al mattino, ma quando era ancora buio, simbolo di un vedere non in piena luce, dell’essere in un ambito in cui le convinzioni devono trovare una via determinata. L’incredulità dei discepoli viene riferita a più riprese; le donne, che hanno il ruolo fondamentale di essere le prime testimoni (ma attenzione: una testimonianza senza nessuna valenza giuridica, perché in tribunale non venivano considerate attendibili), all’inizio non capiscono niente di quanto hanno visto e in Marco di fatto lo rifiutano: «Fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura». Giovanni lo dice esplicitamente: il primo discepolo a entrare nel sepolcro vuoto vide e credette, ma quando entra Pietro il testo annota: «Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti». Insomma; hanno capito o no, credono o no?

La fede è il risultato di un percorso, non l’acquisizione definitiva di una certezza. Un processo esistenziale, da vivere con umiltà, rimettendolo in discussione giorno per giorno. Quella pazzia di cui parla Paolo diviene la coscienza della fragilità di convinzioni che non possono avere solo una base razionale, ma chiedono altri linguaggi di coscienza e espressione. Io credo nella resurrezione di Gesù e spero nella mia: ma non ne posso parlare solo con l’intelletto, mi servono tutte le risorse esistenziali del comprendere e del sentire, per provare a spiegare quel che intuisco e quindi so su piani altri, non solo razionali. Quelli esistenziali dei sentimenti, delle passioni, dello status emotivo delle persone: di quel che viviamo e comunichiamo in quanto parte di un mondo che non è soltanto la sommatoria di dati scientifici e empirici. Quelli dell’impegno, della lotta, della passione per le persone. La complessità di argomenti che vanno esperiti e verificati nella concretezza del vivere dovrebbe salvare i cristiani dal fondamentalismo: non è sempre così. Insito su questo punto perché il dogmatismo (che è la degenerazione del dogma, che è altra cosa: è un presupposto di identità, tutte le persone ne hanno. Non è la rinuncia a raziocinio e libertà) e l’integralismo sono il cancro delle confessioni di fede. Non è un caso se essi sono il presupposto più evidente delle guerre di religione: lo abbiamo davanti agli occhi di fatto da sempre, ora da Gaza all’Iran, passando pure per le quattro diverse confessioni cristiane che troviamo in Ucraina e che sono concordi nel prescrivere l’annientamento del nemico in nome di Dio (e in Russia il Patriarca di Mosca non è da meno).

Gesù non è soltanto altrove dal sepolcro, dalla morte: soprattutto non è nelle logiche che hanno mosso chi gli ha dato la morte e continua a somministrarla ordinariamente, nella repressione, nella violenza sistemica e del potere, nei soprusi socio economici, nel rifiuto violento delle diversità. Cristo non è nel fondamentalismo cristiano che continua a praticare un proselitismo aggressivo e settario: non è con chi si serve di una (presunta) identità di fede per sostenere tesi razziste, maschiliste, suprematiste, omobitransfobiche, neoliberiste, di disprezzo classista dei poveri … un elenco lunghissimo. Chi è vicino a Gesù in questa estraneità al male, che egli stesso ha vissuto e insegnato, potrà esserlo anche nel transito dalla morte, sarà in cammino per un oltre che possiamo definire anche come l’assenza da questo mondo del sopruso, della violenza, dell’arrogante iniquità che ci sta opprimendo. È l’orizzonte sconfinato del Regno dei Cieli, l’utopia necessaria che muove a cercare pace e giustizia. Gesù non è nel qui della chiesa, quando essa si dimentica di ciò che le compete in nome del vangelo e persegue uno stile di mediazione che cede al compromesso, una prudenza che va a vantaggio dei potenti, l’acquisizione delle peggiori logiche di governo. Gli esseri umani possono essere realtà minime, schegge di un tutto che non riusciamo mai a ricomporre, frammenti dispersi in un caos che appare incontrollabile. Ma quando consideriamo con dolore il nostro essere nella morte, è allora che posso pensare che se tutto sarà ridotto al niente, anche quanto si è considerato il tutto e ci è stato imposto come tale, la fragilità che è umana e che umanizza e la debolezza irriducibile dell’amare divengono la follia di un umanesimo che continua a sfidare il mondo.

Quando sono debole di fronte alla forza del potere, è allora che sono forte di una tenerezza gioiosa impossibile da soggiogare. Paolo aveva proprio capito cose essenziali.

Gli autori

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli è teologo, coordinatore dell'Istituto di Ricerca in Teologia Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Sulla resurrezione, in questa Pasqua di guerra e sconcerto”

  1. Voglio ringraziare Andrea Bigalli per questa ampia e profonda riflessione.
    Supera gli usuali schemi di interpretazione delle Scritture, allarga lo sguardo e il cuore, non nasconde i dubbi, conferma le responsabilità e certezze necessarie a chi si professa credente.
    Grazie e buona Pasqua.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.