Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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Iran. Per Trump una tregua obbligata

La guerra scatenata da Trump è a una stretta decisiva. Le prossime due settimane saranno tutte in salita per il presidente americano, che – dopo distruzioni, stragi e una drastica caduta di credibilità internazionale – non è riuscito a ottenere un cambiamento di regime a Teheran e si trova ora fra due fuochi: i seri rischi derivanti da una ripresa del conflitto e una umiliante resa, al di là dei proclami, ai dieci punti indicati dagli ayatollah.

Trump e l’orrore del “gioco della guerra”

La guerra di Trump e del suo entourage ha subito un’ulteriore trasformazione rispetto alla stessa guerra di Bush. È diventava un gioco, anche economicamente profittevole, in cui non c’è posto per l’umano. Le persone scompaiono nelle idee e nelle dichiarazioni degli strateghi del Pentagono e la guerra viene quotidianamente presentata come un videogioco in cui è impossibile scindere la realtà dalla finzione e dal “gioco”.

Trump: premio Nobel per la guerra

Il premio Nobel per la pace a Trump sarebbe stato un’offesa intollerabile. Ma resta il fatto che se ne è parlato. Incredibilmente. Non solo per la storia dell’uomo, ma anche per i suoi comportamenti di questi giorni, con la riapertura di scenari di guerra in Sud America e nelle stesse città degli Stati Uniti, con l’esercito schierato in funzione di “ordine pubblico”. Fatti che meriterebbero un Nobel per la guerra.

Stati Uniti: dallo Stato di diritto al potere assoluto

L’inedito dispiegamento della forza militare nelle città americane liberal, messo in atto da Trump a partire dal mese di giugno non è una semplice operazione demagogica per acquisire consenso popolare in vista delle prossime elezioni di mid-term. È, piuttosto, un clamoroso sconfinamento nelle prerogative del Congresso e dei singoli Stati e un passo decisivo verso l’assunzione di un potere assoluto che mina lo Stato di diritto.

Stati Uniti: come finisce una democrazia

Trump invia a Los Angeles la Guardia nazionale e i marines per soffocare la protesta sociale contro le deportazioni dei migranti. Non è solo la forma più estrema di repressione del dissenso. È anche il tentativo di eliminare l’ultima resistenza contro l’assunzione, da parte sua, di un potere assoluto (a cui non sono riusciti a opporsi efficacemente né il congresso né i giudici).

Stati Uniti: arrestati per dissenso!

Negli Stati Uniti lo scontro tra il presidente Trump e il sistema di regole che disciplina i rapporti tra i poteri ha raggiunto livelli inauditi. Da ultimo, il rifiuto di collaborare con il governo nella caccia ai migranti ha provocato l’arresto di un sindaco e di un giudice e il taglio dei fondi federali ai comuni renitenti. La più antica democrazia del mondo sta subendo una virata autoritaria in cui nessuno può più sentirsi al sicuro.

Trump e il potere del denaro

Sabato 5 aprile centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, negli Stati Uniti, per dire “basta!” alle politiche di Trump. Ma quelle piazze, seppur assai partecipate, sembrano, almeno in questa fase, destinate all’irrilevanza politica, di fronte ai ricatti economici di Trump che stanno provocando un pressoché totale allineamento alle sue posizioni delle Università (eccettuata, per ora, Harvard) e dei grandi studi legali.