L’attacco alla sinistra da parte dell’amministrazione Trump non è più solo una questione politica. Si è ormai ben al di là. Si tratta, infatti, di un tentativo di conquistare le menti collettive a un nuovo pensiero che cancelli definitivamente ogni meritevolezza a idee quali equità, uguaglianza, giustizia sociale, empatia verso il prossimo. Il nuovo pensiero collettivo deve oggi combaciare con quanto a gennaio di quest’anno chiarito da Stephen Miller, uno dei più autorevoli consiglieri della Casa Bianca. Intervistato dalla CNN, Miller affermava: «Viviamo in un mondo in cui si può parlare quanto si vuole di etichetta internazionale e di regole, ma il mondo reale è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli». Si riferiva al diritto internazionale e alla sua irrilevanza, ma il messaggio andava ben al di là: indicava in realtà la nuova postura mentale che avrebbe dovuto impadronirsi del mondo. Se l’occidente neoliberale ci ha sempre di più allontanati da una soggettività relazionale, per farcene acquisire una individuale e individualista; se ci ha abituato a pensare che il merito giustifichi non solo le disuguaglianze, ma anche la povertà; se ci ha resi consumisti e al tempo stesso schiavi del consumo e distratti rispetto alle sofferenze che i nostri eterodiretti desideri comportano per i tanti vulnerabili che i beni delle nostre brame producono; se il valore di scambio ha completamente sostituto il valore d’uso delle cose e abbiamo accettato la mercificazione di tutto, persino di noi stessi, dei nostri dati e dei nostri pensieri; se il danaro misura ormai la bontà tanto delle idee quanto degli uomini, l’attacco mosso alla sinistra da Trump e dalla sua amministrazione va oltre. Celebrare la forza e il potere quali valori da perseguire, significa infatti abbandonare ogni ideale di giustizia morale a favore della spietata legge che Tucidide – nel famoso “Dialogo dei Meli e degli Ateniesi” – aveva raccontato fatta valere da Atene, quando gli abitanti dell’isola di Melo non avevano voluto sottomettervisi. «I forti fanno quello che possono e i deboli subiscono quello che devono» dicono allora gli ambasciatori Ateniesi ai Meli, imitati oggi dall’amministrazione Trump, che altro non è che la longa manus delle corporation che – con tutto il potere del loro denaro – sono giunte oggi all’interno della Casa Bianca e ne reggono le leve.
Celebrare la forza e il potere come ideali e valori da promuovere significa non cercare più alcuna giustificazione per le disuguaglianze, che vengono invece normalizzate; significa calpestare senza più remore ogni sentimento di giustizia e di umanità, nonché abbandonare apertamente e definitivamente i deboli – chiunque essi siano – alle angherie dei forti. È questa la retorica che – in barba alle attese di tutti i deboli che avevano votato per Trump – permette oggi negli Stati Uniti l’eliminazione impudica di ciò che resta del welfare, laddove i residui di quello che era stato chiamato il capitalismo dal volto umano vengono ridotti al lumicino e milioni di americani, fra cui tantissimi bambini, perdono fra l’altro i sussidi alimentari e la possibilità di curarsi. È questa la retorica fatta propria da chi, come Peter Thiel, celebra la propria libertà di fare – in quanto potente – ciò che gli aggrada ai danni dei deboli, siano essi i palestinesi o i migranti, che Palantir aiuta a sorvegliare, individuare e colpire, tanto in Medio Oriente quanto negli Stati Uniti. È questa la retorica che permette al sistema statunitense di attaccare chi – di fronte a ciò che accade a Gaza o in Cisgiordania o alle mattanze cariche di disumanità degli agenti dell’ICE – non chiude gli occhi, ma protesta. È in fondo questa stessa retorica che sembra sottostare alle recenti decisioni della Corte Suprema che appoggiano l’agenda di remigrazione di Trump: un’agenda volta a colpire uomini, donne e bambini, che da decenni vivono, studiano e lavorano negli Stati Uniti, rispettandone le leggi e pagando le tasse.
È una retorica che trova il suo punto di appoggio propagandistico nel concetto di terrorismo: chiunque si ribelli ai nuovi di ideali di forza e potere, che d’ora in poi dovranno regolare la convivenza umana, viene bollato come “terrorista”. Terroriste domestiche diventano, nella vulgata dell’amministrazione Trump, le vittime delle azioni sconsiderate degli agenti dell’ICE, come Renee Good o Alex Pretti; terroristi domestici sono per legge del presidente – per via di un suo ordine esecutivo del 22 settembre 2025 – i membri della fantomatica organizzazione Antifa, giacché nessuna organizzazione si riconosce sotto questo nome che, viceversa, comprende singoli attivisti antifascisti autonomi e gruppi legati tra loro in modo informale, privi di una struttura organizzativa nazionale o di una leadership unitaria. Ciò non impedisce però ai procuratori federali di chiedere che quell’etichetta venga affibbiata a un gruppo di ragazzi in protesta di fronte a un centro di detenzione per migranti in Texas, per modo che i giudici potranno infine condannarli a pene che vanno dai 50 ai 100 anni di detenzione e perfino dare 30 anni di carcere a chi neppure era presente sul luogo, ma aveva trasportato volantini di protesta da un luogo a un altro. Terroristi domestici, o quasi, risultano poi essere, in un rapporto pubblicato lunedì 20 luglio dal Dipartimento di Stato, coloro che protestano (molti dei quali individuati per nome) per il blocco del petrolio a Cuba. Dopo l’ordine esecutivo di gennaio in cui Trump ha dichiarato Cuba una “minaccia straordinaria” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il rapporto di qualche giorno fa esordisce così: «Da quasi sette decenni il regime cubano conduce una campagna sistematica di sovversione contro gli Stati Uniti. Ha infiltrato i più alti livelli del governo degli Stati Uniti, reclutato e formato generazioni di attivisti americani, sostenuto un’ondata senza precedenti di terrorismo di sinistra sul suolo statunitense e realizzato una delle più durature e dannose infiltrazioni dei servizi d’intelligence stranieri nella storia americana».
Il 16 luglio appena trascorso, d’altronde, al vertice in cui Rubio ha riunito al Dipartimento di Stato leader politici, rappresentanti delle forze dell’ordine ed esperti di antiterrorismo provenienti da 66 Paesi, con l’obiettivo di costruire una campagna internazionale contro quello che l’amministrazione Trump definisce “terrorismo politico transnazionale di estrema sinistra”, lo sconfinamento dell’etichettamento “terrorista” per comprendere tutti coloro che non condividono i nuovi ideali di forza e potere ha fatto bellamente capolino nei discorsi tanto di Marco Rubio quanto di Stephen Miller. Se il primo ha accomunato comunisti, anarchici, marxisti e anticapitalisti, descrivendoli come parte di un movimento animato dall’ostilità nei confronti della civiltà occidentale e definendone gli aderenti “nemici della civiltà”, le dichiarazioni del secondo sono andate oltre il semplice invito a perseguire penalmente specifici episodi di violenza. Come Rubio, Miller ha definito i destinatari dell’iniziativa “nemici della civiltà” e ha anche sostenuto che “la sinistra”, in senso ampio, sia un cancro da estirpare, sia animata dall’invidia, dall’odio e dalla gelosia, esortando i governi stranieri a mantenersi inflessibili nel fronteggiarla.
D’altronde già il National Security Presidential Memorandum 7 del 25 settembre 2025 elencava l’antiamericanismo, l’anticapitalismo, l’anticristianesimo e le posizioni riguardanti l’immigrazione, la razza e il genere, tra le motivazioni ricorrenti associate ad attività terroristiche. Per questo motivo disponeva che il Dipartimento del Tesoro rintracciasse i presunti flussi di finanziamento e che l’Internal Revenue Service (IRS) segnalasse gli enti esentati dalle imposte e i loro dirigenti per un’eventuale indagine e un possibile procedimento penale. Non vi è chi non veda quanto l’inclusione di convinzioni politiche e culturali nella valutazione governativa delle minacce rischi di coinvolgere nelle indagini anche attività pienamente lecite, così da utilizzare gli strumenti dell’antiterrorismo contro persone o associazioni prese di mira in ragione delle loro convinzioni politiche di “sinistra”.
Ma chi è la “sinistra” se non quella parte della popolazione che crede ancora nella giustizia sociale, che ritiene che i più deboli vadano tutelati e non fatti soffrire e che in generale lotta per un mondo che sia più uguale e meno armato? Che fa propria, cioè, la visione che Trump, la sua amministrazione e le corporation di cui essi sono espressione mirano a scardinare, per far passare un nuovo senso comune, costruito sulla legittimazione della forza bruta. È un senso comune cui si oppongono con forza – e per ora con successo – itanti Democratic Socialists of America, candidati alle prossime elezioni. L’etichetta di “terroristi” è per loro già pronta?

La lucidità e la competenza di Elisabetta Grande ci emoziona e ci coinvolge sempre. E quest’articolo l’ho particolarmente apprezzato e ne condivido ogni passaggio . Grazie