In fuga dal capitalismo, ma per andare dove?

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Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)

Il titolo di questo articolo riprende una delle frasi finali del recente intervento di Davide Lovisolo dedicato al libro di Clara Mattei “Fuga dal capitalismo” (ed. Fuori Scena, 2026). L’analisi proposta da Clara è del tutto condivisibile, ma la domanda che pone Davide richiede qualche tentativo di risposta o, quantomeno, di approfondimento: possiamo fuggire dal capitalismo o, in assenza di rifugi, l’unica reazione efficace è andare all’attacco (come sostiene il vecchio detto che lo considera la migliore difesa) per costruire alternative concrete?

Nell’ultimo capitolo del libro, intitolato “Democrazia è anti-capitalismo” risulta ben evidente la necessità, per l’autrice, di una rivoluzione di portata generale, a partire da quella dell’economia, ma vengono anche proposti alcuni esempi di una possibile fuga già in atto. Sono riferimenti interessanti e che aprono qualche spiraglio di fiducia verso un’alternativa possibile. L’elemento di continuità più significativo si trova, secondo me, nel riferimento ad alcune comunità tradizionali di nativi, che ancora resistono in varie zone del mondo e hanno la possibilità di sottrarsi, almeno in parte, ai condizionamenti del consumismo e ai modelli di vita imposti dal capitalismo. Se sei legato alla terra su cui vivi, basandoti su un’economia tradizionale fatta di agricoltura, allevamento, pesca e artigianato e se le aspettative di benessere sono legate alle relazioni, alle tradizioni, al tempo del riposo e a quello dell’allegria collettiva, la sudditanza ai miraggi del capitalismo si riduce molto. Al tempo stesso, l’interesse dei capitalisti a estrarre valore dalle risorse naturali locali, danneggiando l’ambiente in modo irreparabile e offrendo in cambio soltanto lavoro duro, dannoso e sottopagato, favorisce la nascita di movimenti spontanei di resistenza. Naomi Klein qualche anno fa scrisse un libro che in Italia venne pubblicato con lo speranzoso titolo “Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile” (Rizzoli, 2015). Il testo, dedicato all’analisi dei danni dovuti al cambiamento climatico, nella parte finale fa anch’esso riferimento alla resistenza espressa da varie comunità indigene in diversi continenti e, in particolare, a quelle della Columbia Britannica, come occasioni per sviluppare un cambiamento radicale. Ma qualche anno dopo, la stessa Klein scrisse, con toni più allarmati, “Il mondo in fiamme” (Feltrinelli, 2021) con l’intenzione di ribadire che, per superare la crisi ambientale, dobbiamo cambiare il sistema che l’ha prodotta. In effetti, per quanto siano vivaci i movimenti locali di resistenza, dobbiamo riconoscere che, di fronte a una tendenza alla concentrazione urbana ancora in crescita, la grande massa delle persone è formata da individui isolati nella folla e persi nella rete, con scarse potenzialità per unirsi nella lotta antisistema, se non si supera il generale impoverimento della politica.

Cos’è che oggi ci mette particolarmente in difficoltà nel reagire e, ancora di più, nel progettare, oltre alle vie di fuga, soluzioni possibili al disastro incombente? Mentre la storia economica degli ultimi secoli e le analisi critiche che si sono accumulate ci permettono di avere idee abbastanza chiare su quali meccanismi muovono l’economia reale, a partire dall’estrazione di valore dal lavoro, quando ci addentriamo nei labirinti del tecno-capitalismo finanziario le cose diventano molto più complicate, anche perché la nuova finzione ci avvolge completamente: nuotiamo affannosamente in una corrente che non sappiamo dove ci porta, mentre sentiamo avvicinarsi il rimbombo di un gorgo profondo che ci può risucchiare.

Yanis Varoufakis, uno degli economisti contemporanei più prolifici e già ministro della finanza greco col primo governo Tsipras, propone di incominciare a parlare di “Tecnofeudalesimo” che, secondo lui, è “cosa ha ucciso il capitalismo” (La Nave di Teseo, 2023). Non si tratta soltanto della capacità della finanza di produrre denaro col denaro, già compresa da Karl Marx, e nemmeno dei limiti della crescita che, come ci ha svelato Kohei Saito, erano evidenziati negli appunti tardivi del grande scienziato dell’economia. Varoufakis insiste su qualcosa che, quando ha incominciato a costruirsi con la nascita di internet, non era prevedibile nemmeno da parte degli stessi capitalisti. Alcuni tra questi però, appena ne hanno comprese le potenzialità, ne hanno approfittato a piene mani per costruire un sistema di potere economico senza freni e prima inimmaginabile: il capitale cloud in mano alle Big Tech, che controllano software ed enormi datacenter ai quali si può accedere da gran parte del mondo con ogni dispositivo in mano agli utenti. Con loro, il profitto capitalista, pur non eliminato, è sovrastato dalla rendita. Le spiegazioni che fornisce l’autore nel libro sono di grande interesse, ma non sintetizzabili in un articolo, ragione per cui mi limito a tentare di chiarire qualche elemento.

La finanza è da tempo ben altro che un modo per indirizzare i risparmi delle persone verso gli investimenti delle imprese o il sostegno alla spesa pubblica: è un grande casinò nel quale, come si sa, il banco (cioè le banche e i fondi d’investimento) vince sempre. Ma con lo sviluppo della comunicazione via internet che copre tutto il mondo, si è ampliata un’altra grande opportunità per gli investitori di mestiere: quello di conoscere e poter influire sugli andamenti dei mercati internazionali in modo quasi istantaneo e in anticipo su tutti gli altri, ricavandone immensi guadagni. In pratica, nel casinò si è introdotta, come pratica abituale, qualcosa che prima sembrava proibita: giocare con i dadi truccati, ovvero la speculazione più sfacciata diventata sistema. La fantasia perversa dei burattinai non si ferma certo qui: nella giungla della finanza creativa compaiono strumenti (come i derivati, i futures, il buyback …) che lasciano noi, comuni mortali, a bocca aperta per l’incredulità.

C’è però un altro fenomeno sorprendente che, senza che ce ne rendiamo ben conto, ormai ci coinvolge tutti quanti, volenti o nolenti. Una domanda che, prima o poi, ci facciamo è: come fanno i nuovi stramiliardari a diventare così ricchi se, in buona parte, ci mettono a disposizione servizi a buon prezzo o del tutto gratuiti? Semplificando un po’, possiamo individuare due metodi principali: a) il numero degli utenti della rete è talmente ampio che ai proprietari del cloud basta mettere un balzello su tutte le transazioni che ormai sono costrette a passare attraverso il web (acquisti on line, app a pagamento ecc.) per ottenere enormi guadagni; b) i cloudalisti (come li chiama Varoufakis) si appropriano continuamente dei nostri dati, non solo sui social, ma anche dalle applicazioni GPS, da vari gadget tecnologici e persino dalle automobili di nuova generazione. Dunque, hanno disponibile una merce continuamente aggiornata da noi stessi, che possono rivendere facilmente soprattutto alle aziende interessate a fare specifiche azioni di marketing e pubblicità mirata, potendo individuare la clientela già probabilmente interessata a determinati prodotti o servizi proposti. La pubblicità mirata è molto più conveniente di quella generica, perché evita la grande dispersione delle campagne promozionali rivolte a un pubblico indifferenziato. Ma, per arrivare al dunque, la pubblicità chi la paga? Le spese di marketing e quelle delle attività promozionali sono considerati costi dell’impresa, con un duplice effetto: che sono deducibili al 100% e che partecipano a definire il prezzo finale del prodotto o del servizio, facendolo crescere in modo sostanzioso. In pratica, i cloudalisti ci rubano i dati, li rivendono e, alla fine, paghiamo tutto noi ogni volta che compriamo qualcosa!

Questa straordinaria truffa si collega all’inganno senza confini dell’economia finanziarizzata, nella quale il ruolo del settore pubblico è determinante, essendosi consolidato il criterio in base al quale i privati più potenti intascano i guadagni e il pubblico (di nuovo noi tutti) si sobbarca i costi e le perdite. Il denaro pubblico, alimentato dalle imposte che paghiamo, sostiene la ricerca, l’istruzione, le infrastrutture per i trasporti e tanto altro; tutto questo investimento si traduce, in gran parte, in nuovi profitti e rendite per il capitale in continua evoluzione tecnologica e speculativa. Ma senza complicità tra potere pubblico e quello privato (o meglio l’asservimento del primo al secondo) il risultato non sarebbe così scontato. Il passaggio dal liberismo dei classici al neoliberismo, ormai prevalente in varie forme in tutto il mondo, è proprio questo: dal laissez faire, laissez passer, che immaginava, pur accettando squilibri di reddito, di favorire “La ricchezza delle nazioni”, siamo arrivati alla complice sudditanza agli interessi degli ultraricchi, che consegna i popoli impoveriti a un destino minaccioso.

Ho qualche dubbio sull’opportunità, dal punto di vista dell’efficacia comunicativa, di dare il nuovo nome “Tecnofeudalesimo” a un capitalismo che si è sempre evoluto seguendo una logica secolare: la relazione inscindibile tra ricchezza e potere, che si alimentano a vicenda. Ma è comunque vero che adesso, pur nello sfruttamento che avanza implacabile, siamo tutti partecipi (persino rendendocene conto!) del meccanismo infernale. Con gli acquisti su Amazon, o su altre piattaforme di commercio online, e con la pretesa di ricevere rapidamente i prodotti più svariati e cibo pronto a casa, stiamo gonfiando le schiere dei lavoratori sottopagati a cottimo, controllati dagli algoritmi e ai quali è impedita ogni forma di sindacalizzazione. Ci facciamo attirare dalle offerte dei supermercati, pur sapendo come la GDO (Grande distribuzione organizzata) utilizza il proprio potere per distruggere i piccoli imprenditori del commercio locale, dell’agricoltura e dell’allevamento sostenibile, mentre sottomette i braccianti nelle campagne a forme di rinnovato schiavismo. Alimentiamo l’overtourism con un numero impressionante di viaggi mordi e fuggi, mentre arricchiamo le compagnie low cost, già sostenute dal finanziamento pubblico proprio allo scopo di incrementare i flussi turistici.

Gli esempi del coinvolgimento diffuso possono essere molti altri, ma è ora di tornare alla domanda iniziale: in questa situazione, siamo in grado di progettare una fuga e di individuare una meta possibile? Lo stesso Varoufakis accenna, con dichiarata esitazione, a una sua proposta, immaginando la proprietà democratica delle imprese garantita dall’assegnazione a ogni dipendente di una singola azione, che non può essere venduta o affittata e garantisce il diritto di voto a ogni lavoratore. Si tratta, come in numerosi altri casi, di formule costruite a tavolino, alle quali vanno riconosciute le migliori intenzioni, ma che non sembrano in grado di incidere sulla drammatica situazione reale. A titolo d’esempio, si può leggere anche cosa propone Thomas Piketty nel Global Justice Report per eliminare le diseguaglianze, riassunto su https://valori.it/ da Maurizio Bongioanni. Per un approccio di tipo giuridico/normativo, è significativo il libro “Per una Costituzione della Terra. L’umanità al bivio” di Luigi Ferrajoli (Feltrinelli, 2022) del quale si trova una versione abbreviata su https://www.costituenteterra.it/introduzione-e-testo-della-costituzione-di-ferrajoli/. Le premesse dichiarate sono, anche in questo caso, incoraggianti, ma la lettura dei cento articoli della “Costituzione” solleva molte perplessità.

A queste formule ambiziose, che non hanno nemmeno il fascino dell’utopia, mancano, per tradursi in possibili alternative, le fate e i maghi con le loro bacchette magiche. Dunque, se non crediamo ai miracoli, cosa ci resta? Rimane la possibilità del cambiamento costruito collettivamente dal basso, che però non può limitarsi a manifestazioni intermittenti di resistenza spinte dal più che giustificato sdegno per genocidi, guerre incombenti e distruzione ambientale. La costruzione del progetto richiede una politica capace di uscire dalle paludi in cui è finita per propria responsabilità, permettendo gravi fraintendimenti.

Ma, per tirarsi fuori, ci sono alcuni passi a mio parere indispensabili: a) impedire che si consolidi la guerra tra i poveri, comodo nutrimento per le destre populiste a partire dal rigetto dei migranti; b) uscire dai rassicuranti giardinetti delle élites intellettuali, proponendo analisi ben comprensibili anche a chi “si è perso nella rete”, o non dispone di un solido bagaglio culturale. La consapevolezza di essere, oltreché sfruttati, anche presi in giro dal potere è una spinta efficace; c) condividere al massimo possibile l’affidabilità del criterio scientifico, per capire dove stiamo andando; d) avviare tentativi credibili per superare la frammentazione delle sinistre (quelle vere), evitando di continuare a proporre iniziative che si presentano come unificanti, mentre puntano tutto sulla notorietà del leader autonominato. Il ruolo che può avere un’associazione di “cultura politica e di buone pratiche” come Volere la Luna è anche, o soprattutto, questo.

In home page George Grosz, I pilastri della società, olio su tela, 1926. Nationalgalerie, Berlino

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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