Quando la tutela dell’ambiente è donna

Download PDF

Quest’anno il Goldman Environmental Price, che può essere definito il premio Nobel per l’Ambiente, si presenta, per la prima volta tutto al femminile, essendo assegnato a sei attiviste che con tenacia e impegno, portando le voci delle proprie comunità, hanno vinto battaglie epiche per la tutela della natura in ogni parte del mondo. Il premio è assegnato a persone che, agendo dal basso con pratiche di democrazia partecipativa, coinvolgono le proprie comunità nella salvaguardia della natura, degli ecosistemi, della biodiversità, spesso mettendo a rischio la propria incolumità e addirittura la vita. Negli ultimi anni si è previsto di affiancare al premio in denaro (200mila dollari per ciascun premiato) un meccanismo di protezione di attiviste/i dagli attacchi omicidi, dato che in passato molti ambientalisti (150 nel solo 2025) sono stati aggrediti o addirittura uccisi.

Goldman Environmental Price dal 1989 individua in cinque differenti aree del pianeta, persone che si battono sui propri territori per la salvaguardia ambientale e che, come piccoli David contro Golia, devono difendersi dalle mire rapaci dell’industria estrattiva che lascia gli ecosistemi devastati, distrugge i mezzi di sussistenza delle comunità locali, procurando per contro enormi guadagni ai grandi gruppi di interessi capitalistici. Queste le donne premiate:

Sarah Finch (Europa, Regno Unito), addetta stampa Green Peace: con il Weald Action Group ha condotto una battaglia vittoriosa contro le trivellazioni petrolifere nella sua contea, un’ oasi verde ricca di fattorie e boschi, e in seguito contro la riapertura di miniere di carbone. Nella sentenza della Corte Suprema del Regno Unito del 20 giugno 2024 si afferma che nel concedere i permessi di estrazione i governi devono considerare non solo l’impatto ambientale immediato e visibile ma le conseguenze anche per le generazioni future, causate sul clima globale con l’uso dei combustibili fossili e gli sviluppi industriali. La sentenza è stata dirimente per bloccare nuove estrazioni sia in Inghilterra, sia per la politica europea;

Theonila Rokaq Matbob (Isole Papua Nuova Guinea), ministra: ha combattuto strenuamente perché si riconoscesse la responsabilità della compagnia mineraria Rio Tinto, seconda al mondo, che insediava nella zona una miniera abbattendo ettari di foresta da cui dipendeva la sopravvivenza dei nativi e innescando la guerra civile per ottenere il controllo totale sulla regione. In questa guerra Theonila perse il padre, portando da allora nel cuore il lutto per la morte di una persona cara come numerosi altri del suo popolo e si ritrovò a vivere in un ambiente completamente devastato dalle scorie tossiche delle armi che ancora oggi ne avvelenano boschi, fiumi, villaggi causando morti e gravi malattie. Alla fine, dopo decenni, l’azienda ha riconosciuto le proprie responsabilità e avviato la bonifica del sito;

Alannah Acaq Hurley (America del Nord, Alaska, baia di Bristol), leader Yup’ik: ha portato al Governo Federale degli USA, EPA, la voce di 15 nazioni tribali riuscendo a fermare il progetto di un mega impianto minerario per l’estrazione di oro e rame, così grande da poter essere visto dalla luna e salvando così un territorio incontaminato, ampio più di 100.000 km² ricco di fiumi e zone umide che ospitano le più grandi migrazioni al mondo di salmone selvatico, fonte primaria di cibo per aquile, orsi, balene, oltre che per i nativi;

Borim Kim Asia (Sud Corea), giovane attivista di Youth 4 Climate Action: in un paese flagellato da alluvioni monsoniche e ondate di caldo mortali, ricorrendo alla Corte Costituzionale, ha costretto il Governo a riconoscere le proprie responsabilità nel violare i diritti delle generazioni future e a individuare obiettivi giuridicamente vincolanti di riduzione delle emissioni, per il periodo 2031-2049, al fine di raggiungere emissioni zero nel 2050, nel rispetto degli impegni internazionali di abbattimento dei gas clima alteranti di Parigi. Se il progetto andrà in porto, si eviterà la produzione di 1.500 milioni di tonnellate di CO2;

Yuvelis Morales Blanco (America del Sud, Colombia): ha combattuto per scongiurare la pratica altamente distruttiva del fracking che, attraverso l’iniezione di acqua e additivi tossici a forte pressione, estrae dalle rocce le componenti fossili causando contaminazione delle falde acquifere e terremoti locali e lasciando distruzione e degrado. Più volte minacciata, per proteggere la propria vita è dovuta fuggire in Francia dove ha continuato il suo impegno, costringendo infine la compagnia Ecopetrol ad abbandonare il progetto. La consapevolezza che per la sopravvivenza delle comunità e del pianeta proteggere la natura è un atto dovuto si è diffusa ovunque nel suo paese e adesso la Colombia è ai primi posti nella lotta contro le fonti fossili. Qui infatti si è tenuta, a Santa Marta, la prima COP Conferenza delle Parti, per stabilire con certezza le tappe di allontanamento dalle fonti petrolifere poiché sono la prima causa dell’innalzamento delle temperature ambientali e la conseguente impennata di fenomeni climatici estremi;

Iroro Tanshi (Africa, Nigeria), biologa: organizzando le comunità locali del Santuario di Afi Mountain, le ha coinvolte nella difesa di un pipistrello africano che si credeva ormai estinto, proteggendo, assieme ai pompieri, boschi, habitat e fattorie del territorio da incendi dolosi che avrebbero privato le comunità di quegli ecosistemi da cui dipende la loro sopravvivenza in un complesso virtuoso di economia circolare attivo da millenni.

Anche Wangari Maathai (Kenya) ha vinto il premio nel 1991, per aver fondato un movimento di donne (Green Belt Movement) formate per la riforestazione del paese: imprigionata, con la svolta democratica del Kenya, è diventata ministra dell’Ambiente e ricevuto il Nobel per la Pace nel 2004 per aver combinato scienza, impegno sociale, politica attiva promuovendo pace e benessere per il suo popolo. Ad oggi in Kenya sono stati piantati un miliardo e mezzo di alberi, puntando a 15 miliardi entro il 2032 per aumentare la copertura forestale al 30% e scongiurare la desertificazione; molti di questi sono alberi da frutto, piantati anche nelle scuole per assicurare la sicurezza alimentare alle famiglie. Il premio è stato vinto anche, nel 1998, dall’italiana Anna Giordano, ornitologa, per aver contrastato, nello stretto di Messina, i bracconieri a caccia di uccelli migratori e lo scempio ambientale del previsto ponte sullo Stretto.

I progetti virtuosi per la salvaguardia del pianeta portati avanti dalle donne sono ormai numerosi e diffusi ovunque a testimoniare l’impegno femminile in quelle battaglie, come declina il premio: i movimenti globali nascono da piccoli granelli di impegno civile nelle comunità e nei territori, guidati da persone comuni, e possono arrivare a contrastare efficacemente il riscaldamento globale. C’è da sperare che l’insieme di tutti i movimenti dal basso di migliaia di persone che vogliono proteggere il pianeta siano ancora in tempo a scongiurare la catastrofe climatica causata dai meccanismi perversi del capitalismo globale.

 

Gli autori

Margherita (Rita) Corona

Margherita (Rita) Corona, laureata in Scienze naturali si occupa da sempre di tematiche ambientali

Guarda gli altri post di: