Referendum sulla cittadinanza: perché sì

La cittadinanza non è una “concessione”, un privilegio, un premio ma un diritto da riconoscere a chi partecipa alla vita di una comunità. Così non è, oggi, in Italia, come dimostrano le storie quotidiane di migranti di ogni età. Il successo del referendum che abbassa il tempo minimo di residenza richiesto per l’acquisizione della cittadinanza sarebbe un primo importante passo in questa direzione.

Referendum: trasformare ogni intervista in un invito al voto

I prossimi referendum sono un’occasione irripetibile per ridare fiducia alla democrazia. E’ la ragione per cui la destra, finanche con il presidente del Senato, invita all’astensione e le televisioni di Stato tacciono. Per questo la risposta degli esponenti delle opposizioni, in ogni intervista, dovrebbe essere invariabilmente: «L’8 e il 9 giugno andate a votare nei referendum!».

Precarietà e bassi salari. Rapporto sul lavoro in Italia

I dati del Rapporto sul lavoro della Fondazione Di Vittorio sono univoci: il Jobs Act ha indebolito le tutele; la precarietà è diventata un dato strutturale; l’aumento del numero di occupati si accompagna alla più lenta crescita delle ore lavorate; cresce il numero dei giovani emigrati all’estero. Occorre, dunque, un profondo cambiamento delle politiche del lavoro, che può essere innescato dai prossimi referendum.

Fra un mese si vota: un Sì per vivere da cittadini e lavorare con dignità

Negli ultimi anni l’incertezza e la precarietà si sono aggravate. Acquisire la cittadinanza è diventato più difficile per chi è di origine straniera. Le tutele del lavoro sono diminuite, con effetti negativi su occupazione, salari, disparità tra uomini e donne, sicurezza. L’8 e 9 giugno, votando sì nei referendum, si possono cancellare alcune di queste misure.

Il silenzio sui referendum: un attacco alla democrazia

C’è la rimozione della destra, da sempre subalterna ai poteri forti e ai loro privilegi. E c’è l’ipocrisia di partiti e intellettuali “progressisti” che continuano a subordinare i diritti alle esigenze del mercato. Il risultato è un silenzio tombale sui referendum dell’8 e 9 giugno. Ciò rende doppiamente importante il raggiungimento del quorum: per ripristinare alcuni dei diritti violati e per dare un segnale politico in controtendenza.

Due referendum per chiudere la stagione del jobs act

I referendum in tema di licenziamenti, pur nei limiti strutturali di un intervento solo abrogativo, hanno un obiettivo chiaro: chiudere la stagione del jobs act e della preminenza delle ragioni del mercato su ogni altro valore, ripristinando un contesto contrattuale idoneo, in ragione della forza dissuasiva della sanzione prevista per il licenziamento illegittimo, a tutelare i diritti e la dignità dei lavoratori.

Un 1° maggio difficile

Sarà un 1° maggio importante: per contrastare la strage continua nei cantieri e nelle fabbriche, il carattere sempre più precario del lavoro, la crescente povertà dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma non sarà un 1° maggio unitario. Non lo sarà, in particolare, sui referendum perché la Cisl ha da tempo imboccato una strada che corre parallela e spesso si intreccia con quella tracciata dal Governo Meloni.