Si dice spesso che i cittadini sono poco coinvolti nell’assunzione delle decisioni politiche che li riguardano direttamente. Che la politica è distante, irraggiungibile, autoreferenziale. Che dunque i cittadini non ne comprendono più l’utilità, si disaffezionano, si allontanano. E non vanno più a votare, contribuendo così ad alimentare quel circolo vizioso che alla fine rischia di mettere in crisi il funzionamento ordinato della democrazia rappresentativa. Succede ovviamente anche in Piemonte. Anzi, in Piemonte oggi succede più che altrove. Le attuali vicende legate al dibattito sullo stato drammatico in cui versa il servizio sanitario pubblico, e sulle possibili strade per intervenire, ne sono una prova evidente.
Un’occasione per contribuire a rivitalizzare il circuito democratico, per coinvolgere direttamente i cittadini nella riflessione sul futuro della sanità piemontese, per alimentare un sano e fecondo dibattito pubblico su una serie di questioni di evidente ed immediato impatto sociale, ci sarebbe. Il neonato “Comitato per il diritto alla salute” ha promosso un referendum regionale che interseca una pluralità d’importanti snodi costituzionali: la concreta attuazione del diritto costituzionale alla salute e il ruolo del settore privato nel welfare, in primo luogo; ma anche, più in generale, la ripartizione dei poteri tra lo Stato e le regioni nella tutela dei diritti sociali. Sono temi di grande rilievo, di cui – come emerge plasticamente dall’asfittica e sterile discussione sviluppatasi sul punto all’interno del Consiglio regionale – non è facile parlare seriamente all’interno delle istituzioni rappresentative. La legge elettorale maggioritaria sclerotizza i rapporti tra maggioranza e opposizioni, li ingessa in una camicia di forza che rende scontato l’esito di ogni discussione. Al più, le minoranze avranno diritto di parola per un tempo limitato; dopodiché la maggioranza chiuderà comunque il dibattito a proprio favore. E se a dubitare fossero elementi interni alla coalizione di governo, lo strapotere del Presidente gli consente sempre d’imporsi d’autorità. Si tratta comunque di una discussione dalla quale i rappresentati, quand’anche riuscissero a comprenderne il senso e lo sviluppo, non possono che sentirsi esclusi.
Il referendum ha la forza di riaprire al dibattito un contesto altrimenti chiuso a ogni confronto reale. Nel quadro dell’iper-presidenzialismo regionale, il referendum è forse il solo istituto potenzialmente idoneo a controbilanciare, tramite l’appello alla sovranità popolare diffusa, la concentrazione dei poteri nel vertice della Regione. A riaprire il confronto con la società civile. A superare la convinzione diffusa e deludente per cui, nelle Regioni, la democrazia si risolverebbe in pratica nel mero gesto con cui i cittadini una volta ogni cinque anni depositano la scheda nell’urna elettorale per delegare poi ogni futura decisione a una persona che abbia tratto da quel voto la legittimazione per l’esercizio del potere. Il referendum ha il vantaggio di costringere tutti a uscire da questo schema di gioco semplificato: obbligare le forze politiche a impegnarsi, anche dopo le elezioni, in un confronto di idee con il corpo elettorale su un tema di interesse generale, ma anche impegnare quest’ultimo a “prendere posizione”, a riflettere, a non delegare, a schierarsi su una questione dall’esito non predeterminato. Allenarlo così alla democrazia come partecipazione continua al dibattito pubblico.
C’è però un problema. La procedura che porta all’indizione del referendum regionale è assai complessa e farraginosa e, soprattutto, di fatto “governata” dall’alto. Dopo l’istanza referendaria, sostenuta da almeno 600 firme, la Commissione di garanzia (organo a composizione tecnica) esprime il proprio parere preliminare sull’ammissibilità: ciò che nel nostro caso è avvenuto, in senso favorevole, lo scorso 20 maggio. È tuttavia il Consiglio regionale, ossia proprio l’organo politico-rappresentativo cui l’istituto referendario dovrebbe fungere da “stimolo” e “correttivo”, a decidere se il procedimento referendario potrà proseguire. Si tratta in tutta evidenza di una decisione politica, che il Consiglio assume a maggioranza assoluta (la metà più uno dei componenti): una soglia che la legge elettorale regionale garantisce alle forze politiche che esprimono il Presidente della Regione. Nel caso del referendum sulla sanità pubblica l’Aula delibererà il 3 giugno. La maggioranza politica che sostiene Alberto Cirio ha dunque il potere di bloccare per sempre l’iniziativa. Solo se questo scoglio fosse superato, il Comitato promotore sarebbe autorizzato a procedere alla raccolta, entro sei mesi (e comunque entro il 30 settembre), delle ulteriori 60.000 firme necessarie a riattivare la Commissione di garanzia, affinché questa si esprima, in via definitiva, sull’ammissibilità del referendum.
Si noti bene: in entrambe le fasi, alla Commissione di garanzia spettano esclusivamente verifiche tecniche incentrate sul rispetto della procedura (la formulazione del quesito, il numero delle firme, la loro autenticazione, la tempistica) e del divieto di presentare quesiti su leggi non suscettibili di abrogazione referendaria (lo Statuto, le leggi tributarie, di bilancio, di recepimento di accordi con altri enti, le leggi costituzionalmente necessarie). La decisione che spetta al Consiglio regionale (o per meglio dire alle forze politiche di maggioranza) è invece una decisione eminentemente politica, sulla opportunità, o se vogliamo sulla convenienza, di consentire al corpo elettorale di ragionare autonomamente, e poi di esprimersi democraticamente, su una grande questione generale che tocca i diritti e i bisogni di tutti noi. Accetteranno, per una volta, di mettersi democraticamente in gioco?
Di certo, il solo argomento irricevibile è quello del costo che la consultazione referendaria comporterebbe: solo chi è privo della più basilare cultura democratica può pensare che quelli necessari a far esprimere gli elettori – oltretutto, su una questione di fondamentale importanza per la tutela dei propri diritti costituzionali – siano soldi mal spesi.
