Precarietà e bassi salari. Rapporto sul lavoro in Italia

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Il Rapporto sul lavoro in Italia a 10 anni dal Jobs act, predisposto dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio offre una documentazione utile per approfondire i temi dei quesiti al centro dei referendum: la richiesta di abrogare le norme che hanno liberalizzato l’utilizzo del lavoro a termine, che impediscono il reintegro in caso di licenziamenti senza giusta causa, che facilitano i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese e che impediscono, in caso di infortunio sul lavoro negli appalti, di estendere la responsabilità all’impresa appaltante.

In esso viene fornita un’analisi sistematica delle principali caratteristiche del mercato del lavoro italiano, utilizzando una pluralità di fonti statistiche e amministrative. Vengono esaminate la dinamica dell’occupazione e delle ore lavorate, le tipologie di contratti, la composizione per area geografica, genere, età e titolo di studio, l’evoluzione dei profili professionali e della composizione settoriale, la dinamica di salari e produttività. Le conclusioni sottolineano l’importanza di un cambiamento delle politiche del lavoro per la tutela dei redditi e la sicurezza sociale.

Il Jobs Act ha portato, nel complesso, a un indebolimento delle tutele e delle condizioni di lavoro per lavoratori e lavoratrici. I contratti a termine e part time riguardano stabilmente ormai quasi il 30% degli occupati e colpiscono in modo particolare i giovani, le donne e i laureati: la precarietà è diventata un elemento strutturale del lavoro in Italia. L’aumento del numero di occupati si accompagna alla più lenta crescita delle ore lavorate totali, data l’espansione del lavoro part time. La domanda di lavoro si concentra nei settori dei servizi a bassa qualificazione, con un modesto livello tecnologico e bassi salari. In termini reali, i salari italiani hanno registrato una caduta senza precedenti. Questi sviluppi hanno contribuito ad aggravare il declino dell’economia italiana, alimentando un circolo vizioso tra lavoro precario, bassi salari, bassa produttività e bassa crescita, portando a un crescente divario nei confronti delle principali economie europee.

In parallelo, a partire dalla metà degli anni Novanta cresce rapidamente il numero di giovani, tra i 18 e 34 anni, che sono emigrati all’estero. Tra il 2011 e il 2023 sono usciti dal Paese 550 mila giovani italiani, con un saldo negativo per quella fascia d’età di 377 mila persone. Il dato più preoccupante è che ormai il 43% dei giovani che lasciano il paese è laureato, una quota che è cresciuta costantemente e che riflette l’impoverimento del sistema produttivo e del mercato del lavoro del Paese. Tali dinamiche sono particolarmente gravi se viste in un contesto più ampio. L’economia italiana ha registrato un ristagno lungo trent’anni, che ha le sue radici nelle politiche di restrizione della domanda, nella caduta degli investimenti, nelle limitate attività innovative – con una bassa spesa per la ricerca e l’università –, nei bassi livelli di istruzione della forza lavoro. I cambiamenti del sistema economico hanno visto espandersi i servizi a bassa qualificazione – come il commercio, il turismo, la ristorazione, caratterizzati da bassi livelli tecnologici, scarsa produttività, lavoro precario e bassi salari – mentre si sono perdute attività manifatturiere e servizi ad alto contenuto di conoscenza. Tutto ciò ha portato a un peggioramento delle posizioni del Paese nella competizione internazionale e ha contribuito ad aggravare il ritardo di fronte alle transizioni digitale ed ecologica. I risultati sono stati una produttività stagnante e forti disuguaglianze nella distribuzione dei redditi. Rendere meno costoso e più flessibile l’uso del lavoro, anziché rafforzare le strutture produttive, ha contribuito all’indebolimento e al ristagno dell’economia italiana.

Tuttavia, un messaggio importante di quest’analisi è che le politiche “giuste” possono avere effetti rilevanti e un’inversione di rotta è ancora possibile. Per quanto riguarda il tipo di contratti, sia le norme transitorie che offrivano incentivi ai contratti a tempo indeterminato nel 2014, sia il decreto dignità del 2019 hanno avuto effetti immediati – purtroppo limitati e temporanei – sull’aumento del lavoro stabile. Andando oltre gli interventi episodici, una politica che limiti la varietà di contratti non-standard e offra incentivi al tempo indeterminato potrebbe ridurre efficacemente la precarietà del lavoro. Un altro intervento rilevante è stata l’introduzione del reddito di cittadinanza (legge 26/2020) nel 2020, che ha consentito di attenuare le condizioni di povertà per le persone con le maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro. Entrambe queste misure sono state eliminate con l’arrivo nel 2022 del Governo di Giorgia Meloni che, con il decreto “Primo maggio” del 2023, ha altresì facilitato l’estensione dei contratti a termine, riportando nel mercato del lavoro regole che favoriscono la precarietà.

Qui il link al Rapporto: Rapporto sul lavoro in Italia a 10 anni dal Jobs act

Gli autori

Fondazione Giuseppe Di Vittorio

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