I referendum dell’8 e 9 giugno: contro un sistema di sfruttamento

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Precarietà, sfruttamento, emarginazione, stati differenti ma persistenti di subordinazione agli interessi di un capitalismo che ripresenta, in forma amplificata e integrata, la figura del padrone e nel contempo quella dello schiavo, del servo, del subordinato per dovere di nascita e classe sociale di appartenenza. Se poi nasci in un altro paese e arrivi in Italia da profugo o per cercare un lavoro che dia dignità e una prospettiva di vita migliore a te e alla tua famiglia, la possibilità di finire nei meccanismi di un sistema pianificato e organizzato di sfruttamento ed emarginazione è particolarmente alta e soprattutto definitiva. In questo caso la Costituzione italiana dismette le sue tutele democratica e inizia a comandare il padrone con la sua rete di professionisti collusi e consapevoli, ingranaggi fondamentali per la produzione necropolitica, come ci ricorda Mbembe.

Lo Stato di diritto italiano è nella fase di transizione meno rilevata e nel contempo più pericolosa. Si sta infatti passando da una democrazia costituzionale a una autoritaria con un capitalismo che distingue nettamente tra ricchi e poveri, cittadini e non cittadini, dominatori ed emarginati, salvati e sommersi, secondo una linea del colore, del confine, della classe sociale e del genere che produce gerarchia e, nel contempo, nega i diritti umani e del lavoro. Le varie forme di fascismo che riprendono vigore nelle vene del Paese e in tutto l’Occidente fondano sé stesse proprio sulla compromissione dello Stato di diritto, evidente nell’attacco sistematico di natura politica e mediatica che il potere governativo ha messo in campo contro gli organi indipendenti, a partire dai sindacati, dalla magistratura e dal giornalismo, fino a fare del potere una torre di babele con al vertice un’élite di intoccabili. Tra i vari esempi possibili vale l’inquietante iniziativa politica organizzata il 3 maggio scorso a Nettuno, alle porte di Roma, la cui amministrazione in passato è stata sciolta per infiltrazione mafiosa, in ricordo di Sergio Ramelli con il sottotitolo “caduto per la causa nazionale nel 50° del martirio” e subito sotto “Mai più antifascismo”. Un’iniziativa obiettivamente impossibile anche solo dieci anni fa.

Secondo Ferrajoli, sarebbe in corso un’alleanza perversa tra i poteri economici e i poteri politici e tra le relative ideologie, cioè tra liberismo e populismi, che ha determinato, per un verso, la disgregazione dei tradizionali soggetti collettivi, primo tra tutti il movimento operaio e sindacale, minando l’uguaglianza nei diritti sociali, le solidarietà collettive e le forme della rappresentanza politica.

Anche per questa ragione votare l’8 e il 9 giugno in favore dei cinque quesiti referendari riguardanti i diritti del lavoro e il diritto di cittadinanza per i migranti è fondamentale per riannodare le basi di una storia democratica che fonda se stessa sul lavoro fino a dare corpo, nella sua natura intimamente antifascista, alla nostra democrazia costituzionale fondata sul lavoro e sul rispetto della dignità umana. Principi fondamentali per lo stato di diritto e per loro natura oppositivi a qualunque vocazione autoritaria e gerarchica della rappresentanza e dell’organizzazione produttiva.

Intanto l’economia crolla inesorabilmente insieme ai diritti del lavoro. La produzione industriale italiana è in calo da 23 mesi consecutivi. A dicembre 2024 erano 105.974 i lavoratori coinvolti in crisi industriali, peraltro completamente silenziati dal Governo Meloni. Si tratta di una cifra doppia rispetto al gennaio 2024. La crisi, secondo la fondazione Feltrinelli, colpisce settori strategici del Made in Italy, dall’automotive alla siderurgia, dalla moda alla meccanica, mentre il Governo fatica a dare risposte concrete, nonostante il Made in Italy sia stata la bandiera della vittoria elettorale di Giorgia Meloni, insieme alla pericolosa tesi del ministro dell’Agricoltura Lollobrigida della “sostituzione etnica”. Ammettere la crisi significherebbe infatti sconfessare la propria propaganda, rinunciare all’autoproclamazione della propria vittoria per ascoltare le storie e le domande di diritti, lavoro e futuro degli emarginati e impoveriti di questo Paese, a partire dai giovani, e conseguentemente mettersi in discussione. Troppo difficile per chi, come la premier Meloni, ha letteralmente affermato, nel giorno di presentazione del suo Governo al Parlamento, che questo “non avrebbe disturbato chi produce”. Un impegno e nel contempo una resa, in entrambi in casi a vantaggio dei padroni e contro lavoratori e lavoratrici italiane.

Emerge, dunque, un padronato che si appropria della ricchezza sottratta ai lavoratori e cerca di indottrinare, mediante la naturalizzazione dello sfruttamento, i corpi sociali, compreso quello operaio, al dominio del più forte, ai suoi inarrivabili stili di vita, alla sterilizzazione del conflitto quale condizione fondamentale per l’unica possibile affermazione del concetto di progresso che è sempre quello cumulativo ed estrattivo del vertice contro la maggioranza dell’umanità e l’ambiente. Opporsi a questo processo è essenziale: sostenere la riaffermazione dei diritti del lavoro e della cittadinanza può diventare ostacolo reale a questa scalata al potere dell’internazionale sovranista e fascista ordoliberista al governo di grande parte dell’Occidente, Italia in primis.

Numerose ricerche hanno evidenziato il carattere sistemico dello sfruttamento, in particolare dei migranti impiegati in settori produttivi in genere faticosi, poco pagati e socialmente poco apprezzati, eppure nel contempo fondamentali per l’organizzazione della società degli autoctoni, fino a forme di segregazione sociale e a un rinnovato schiavismo imposto mediante condizioni di lavoro che fanno ricorso alla minaccia, alla coartazione illegittima della volontà del lavoratore migrante, al sequestro dei documenti da parte del datore di lavoro o all’organizzazione che ha favorito l’ingresso illegale del migrante, compresa quella mafiosa, alla persistenza di condizioni di povertà economica e sociale indotte per legare il lavoratore al proprio stato di bisogni esistenziali e al quadro normativo vigente utilizzato artatamente a questo scopo. A questo può seguire la conduzione del lavoratore/ice nella condizione di soggetto illegalmente soggiornante derivante dalla volontà stessa del datore di lavoro e della legge Bossi-Fini, che in tal modo cristallizza, sul piano normativo e sociale, la propria posizione di dominio finalizzata al mantenimento il più a lungo possibile dell’immigrato in condizioni di marginalità, vulnerabilità, ricattabilità e sfruttabilità. Alcuni esempi, sia pure in sintesi, possono dare un senso ulteriore alle riflessioni esposti e all’urgenza di andare a votare in favore dei cinque referendum.

I militari della Guardia di Finanza di Latina, coordinati dalla locale Procura, a novembre del 2020 hanno eseguito una serie di misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari per le ipotesi di reato di cui agli articoli 110 e 603 bis codice penale, mettendo fine a una collaudata attività criminale dedita al sistematico sfruttamento dei braccianti agricoli di origine indiana. L’operazione di polizia economico-finanziaria, denominata δοῦλος (dal greco antico “servo”, “schiavo”), ha permesso di accertare come un’azienda agricola pontina, grazie all’amministratore e ad altri soggetti in posizione direttiva, abbia impiegato, nel corso degli ultimi due anni, oltre 290 lavoratori in condizioni di assoluto sfruttamento e prevaricazione. Nel corso delle indagini, è emerso che gli indagati, approfittando dello stato di bisogno di numerosi lavoratori stranieri, avevano proceduto non solo alla corresponsione di retribuzioni orarie sensibilmente inferiori a quelle previste dai contratti collettivi di categoria, ma anche all’impiego effettivo della manodopera per un numero di ore di lavoro settimanale di gran lunga superiore a quello formalmente risultante nella documentazione aziendale ufficiale concernente i relativi rapporti di lavoro subordinato (contratti di lavoro, buste paghe, registro presenze etc.). Le condizioni di lavoro e i metodi di sorveglianza pressanti e degradanti, attuati dai responsabili dell’area amministrativa e di controllo del personale, sono stati tali da generare nei lavoratori stranieri un totale assoggettamento psicologico al padrone.

Un altro esempio riguarda una ricerca della Ong WeWorld (2021) sulle condizioni sociali e del lavoro delle donne immigrate ancora dell’Agro Pontino impiegate come braccianti. Donne che lavoravano anche 10-12 ore al giorno per 22-28 giorni al mese, con un’attività fisica che prevedeva di restare curve o in piedi per molte ore consecutive, ad esempio lungo il nastro trasportatore degli ortaggi raccolti in campo, con le mani immerse nell’acqua per il lavaggio degli ortaggi a temperature che, in alcuni periodi dell’anno, raggiungono lo zero. Un altro aspetto emerso nell’indagine riguardava le pause dal lavoro inferiori anche del 30 per cento rispetto ai colleghi uomini. Le pause inoltre variavano a seconda delle necessità quotidiane dell’azienda e per questo erano condizionate dalle esigenze individuate dal responsabile della produzione o dal datore di lavoro. Le conseguenze sulla salute delle donne impiegate erano particolarmente gravi. Alcune testimonianze documentavano le reiterate violenze verbali, con rimproveri e insulti, anche a sfondo razziale, urlati pubblicamente dal datore di lavoro o dal caporale, oppure l’invito, da parte di alcuni di essi, ad essere accondiscendenti con le loro richieste a sfondo sessuale.

Dalla documentazione riguardante invece l’inchiesta Caronte, nella Capitanata foggiana, è emerso che i braccianti stranieri venivano impiegati senza essere stati sottoposti a visita medica, non erano forniti di guanti e scarpe e per essere trasportati nei campi venivano sottratti loro 5 euro direttamente dalla paga giornaliera, a prescindere dal loro consenso. Il trasferimento nei terreni agricoli avveniva mediante l’utilizzo di mezzi inadeguati e stracolmi, modificati senza omologazione, privi delle condizioni di sicurezza previste dal codice della strada. Non c’erano idonee strutture per espletare i bisogni fisiologici, né punti di ristoro per effettuare le pause, in un contesto ambientale con temperature tra i 30 e 40 grandi centigradi. I caporali imponevano ai lavoratori l’obiettivo da raggiungere con la minaccia che altrimenti non sarebbe stata loro corrisposta alcuna retribuzione, offendendoli con espressioni lesive della dignità personale, da ricchione a bestie.

Cercare di arginare, secondo le possibilità che ci sono date, l’azione ristrutturante una democrazia illiberale e autoritaria governata dai tecnici del neoliberismo contemporaneo e dai loro interessi, è anche un dovere. Almeno per non essere complici, con colpevole indifferenza, al degrado di una democrazia che è l’unica e forse l’ultima speranza di giustizia, accoglienza e uguaglianza per tutti, nessuno escluso.

Gli autori

Marco Omizzolo

Marco Omizzolo, sociologo, ricercatore Eurispes, vive a Sabaudia ed è presidente della cooperativa In Migrazione e dell’associazione Tempi Moderni. Si occupa di studi e ricerche sui servizi sociali, sulle migrazioni e sulla criminalità organizzata. È autore di saggi e ricerche in particolare sullo sfruttamento in agricoltura dei lavoratori stranieri (che ha sperimentato direttamente lavorando per alcuni mesi come bracciante nell’Agro Pontino). Collabora con il master “Immigrazione. Fenomeni migratori e trasformazioni sociali” dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e con redazioni di quotidiani e riviste italiane. Ha pubblicato, tra l’altro, “La Quinta Mafia” (RadiciFuture editore) e “Sotto padrone. uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana” (Feltrinelli).

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