Esortando – vilmente – gli elettori a disertare le urne in occasione dei referendum dei prossimi 8 e 9 giugno, la destra si schiera a favore del mantenimento dello status quo. Si schiera, cioè, a protezione di un sistema di rapporti economici e sociali strutturalmente basato sull’ingiustizia, scientemente costruito per garantire inauditi vantaggi ai benestanti a detrimento degli indigenti.
Proprio il lavoro, oggetto dei referendum, ne è la riprova lampante. Da diritto costituzionale, collocato dall’articolo 1 della Carta a fondamento della Repubblica e dall’articolo 4 tra i principi fondamentali, da tutelare al massimo delle sue potenzialità (magis ut valeat, dicevano i costituzionalisti una volta), il lavoro è divenuto un mero fattore della produzione. Anzi, un costo: da ridurre, come tutti i costi, ai minimi termini. Non solo la dignità umana, la libertà, la sicurezza, la salute, l’utilità sociale e l’ambiente (che pure dovrebbero valere da limiti all’iniziativa economica privata, secondo quanto stabilito dall’articolo 41 della Costituzione) risultano oggi subordinate al profitto; persino la vita umana oramai lo è, se solo consideriamo l’inarrestabile orrore della conta quotidiana dei morti (non sul ma) per lavoro.
Occorre riconoscere che c’è coerenza nella posizione della destra, da sempre schierata al servizio dei più forti. E, forse, anche intelligenza politica. Un popolo impoverito, intimorito dal costante peggioramento delle proprie condizioni, privato dei propri diritti, esposto alla violenza del potere è un popolo apatico, ricattabile, manovrabile: aizzabile a piacimento dai demagoghi più spregiudicati. È un popolo ridotto a massa, che perde soggettività politica divenendo mero oggetto a disposizione dei potenti. Nel simulacro di se stessi che stanno diventando i nostri ordinamenti democratici, gran parte degli indigenti comprensibilmente non vota più; e una parte significativa vota a destra. Esattamente come accaduto nella prima metà del secolo scorso, quando la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza toccava misure analoghe a quelle odierne.
Alla luce di ciò, assai meno lineare risulta la posizione di coloro che, mentre denunciano, mossi da preoccupazioni democratiche, i pericoli legati all’ascesa di Trump, Afd, Farage, Le Pen, Vox, Orban e via dicendo, allo stesso tempo sottostimano il pericolo Meloni e, più o meno apertamente, boicottano i referendum sul lavoro, così schierandosi, di fatto, assieme alla destra meloniana nella difesa dello status quo. Si pensi non solo alle correnti liberiste del Partito democratico o a esponenti politici come Renzi e Calenda, ma anche a tanti intellettuali o imprenditori “progressisti”, così come ai grandi gruppi editoriali che controllano la carta stampata mainstream.
Il silenzio mediatico che impedisce a molti elettori persino di venire a conoscenza dell’esistenza dei referendum è frutto di questa perversa commistione di interessi, che fa prevalere la difesa dei privilegi – e, in particolare, dei privilegi del denaro – su qualsivoglia preoccupazione democratica. Nulla di inusuale, beninteso. La demolizione del diritto del lavoro è stata avviata, in Italia, dal primo Governo Prodi, con l’approvazione nel 1997 del “pacchetto Treu”, ed è stata portata a compimento, nel 2015, dal Governo Renzi, fautore – con il sostegno di quasi tutto il Partito democratico (e persino dei suoi residui operaisti!) – del Jobs Act. Nel mezzo si colloca la “legge Maroni” (2003), con cui la destra, come accaduto in tanti altri campi, ha approfittato delle brecce aperte dal centrosinistra nella Costituzione e le ha trasformate in voragini. La cosa che spaventa è che, dopo aver creato le condizioni ideali per il proliferare della destra antidemocratica, gli eredi della stagione politica del centrosinistra ancora insistano nel mantenere ferme le proprie posizioni politiche (nonostante, oltretutto, la moderazione dell’iniziativa referendaria promossa dalla Cgil, rivolta al ripristino della disciplina stabilita nel 2012 dalla “legge Fornero”, non di quella sancita nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori).
Fare tutto il possibile affinché il quorum sia raggiunto è, allora, doppiamente importante: per i risultati immediati che ciò produrrebbe a beneficio dei lavoratori, la cui esistenza diverrebbe più sicura; e per il significato politico che il successo referendario acquisirebbe, andando a indebolire il blocco di potere destra-centrosinistra liberista coagulatosi, in questi decenni, a difesa degli interessi dei più avvantaggiati.
