Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.
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I giornalisti sono nell’occhio del ciclone. 247 sono stati uccisi a Gaza da esecuzioni, missili e droni israeliani, solo perché cercavano di informare. Ma, allo stesso tempo, sono scomparsi gli inviati di guerra e, con loro, le notizie vere e verificate su guerre e aggressioni. E da noi, spesso, i giornalisti si autocensurano e si adeguano: subiscono il clima e, al tempo stesso, lo creano. Con qualche eccezione, significativa ma rara.
Il cancelliere Merz preannuncia, per la Germania, l’esercito più potente d’Europa e l’Italia si aggrega, rigorosamente in tuta mimetica. È una prospettiva inquietante per chi ancora ricorda gli orrori della guerra. Per dissolvere l’inquetudine una possibilità c’è: un’Italia e un’Europa neutrali che si battano per il diritto internazionale, la diplomazia, la pace. Ma è una prospettiva che non sembra interessare i nostri governi.
Il Governo cerca lo scontro in piazza, se serve il sangue o addirittura il morto. Il ministro degli Interni lo ha detto senza mezzi termini. Lo sgombero di Askatasuna era un segnale univoco e il decreto legge appena approvato va in quella direzione. Ma tutto questo non giustifica il pestaggio di un poliziotto. “Restiamo umani” deve essere la parola d’ordine di un’opposizione forte, di massa, realistica, disarmata.
Secondo tutte le rilevazioni, gli italiani, votanti e non votanti, sono in gran maggioranza contrari alla guerra, a cui, invece, il Governo si sta preparando. Di qui la campagna governativa di “rieducazione” del popolo con l’intento di affermare una nuova cultura, nazionalista, virile, guerresca, a partire dalla scuola, indottrinando anche i bambini delle elementari, tra l’altro invitandoli alle esposizioni di arsenali bellici nelle piazze.
Stefano Benni, “il Lupo”, se ne è andato. La sua satira struggente ci ha costretto a ridere – mai sorridere – di eventi e soggetti tragici, di una realtà sempre più lontana dai sogni e dalle speranze. Ci ha fatto sbellicare di risate con racconti, poesie, libri ma ha anche scritto “cose serie” come il reportage sulle bombe nel rapido 906 a San Benedetto Val di Sambro. Ci mancheranno le sue storie, i suoi paradossi, le sue battute. E non solo quelli.
Metalmeccanici. Il Governo li vorrebbe bravi, disposti a firmare contratti bidone e acquiescenti alle leggi di polizia. Se fossero così saprebbe anche ricompensarli, come ha fatto con l’ex segretario Cisl. Ma gli operai non ci stanno, scendono in strada e occupano la tangenziale. Per il Governo, sono “sedicenti operai” che meritano la galera…
Sarà un 1° maggio importante: per contrastare la strage continua nei cantieri e nelle fabbriche, il carattere sempre più precario del lavoro, la crescente povertà dei lavoratori e delle lavoratrici. Ma non sarà un 1° maggio unitario. Non lo sarà, in particolare, sui referendum perché la Cisl ha da tempo imboccato una strada che corre parallela e spesso si intreccia con quella tracciata dal Governo Meloni.
Le auto Fiat costruite in Italia sono tornate ai numeri del 1956, le vendite crollano e in casa Stellantis cresce soltanto la cassa integrazione. Ma John Elkann non si scompone e, in sede di audizione in Parlamento, evita progetti impegnativi, rinnova la tradizione accattona di richieste e lamentele e aggiunge una dichiarazione d’amore della famiglia per l’Italia. E il Governo ringrazia…
«Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa ci giungerà dalla luce incerta, vacillante e spesso fioca che alcuni uomini e donne avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola nell’arco del tempo che fu loro concesso di trascorrere sulla terra» (Hannah Arendt).
Se per il Governo Meloni «le tasse sono un pizzo di Stato», è ovvio che ogni strumento utile a individuare gli evasori sia considerato “il grande fratello” fiscale. Dunque, il redditometro non s’ha da fare, soprattutto a un mese dal voto. Anche perché vale sempre la promessa iniziale fatta dalla presidente del Consiglio subito dopo l’insediamento a Palazzo Chigi: «Non disturberemo chi vuol fare».