Perché votare? Il senso di un referendum controcorrente

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L’8 e il 9 giugno siamo chiamati al voto per i referendum, quattro quesiti sul lavoro e uno sulla cittadinanza. Perché votare? Provo a proporre due ragioni: la prima, attiene al senso del referendum; la seconda, al contenuto dei quesiti su lavoro e cittadinanza.

Il senso del referendum

Il voto in sé è strumento di democrazia, una delle forme di concretizzazione della democrazia. Sottolineo una, perché nell’era dell’oscuramento autoritario del dissenso – e nei giorni della conversione in legge del decreto legge sicurezza n. 48 del 2025 – è necessario ribadire come la democrazia si costruisca attraverso l’esercizio dei diritti costituzionali, essendone imprescindibili elementi pensiero critico e mobilitazioni sociali; nonché – e qui entra in gioco il lavoro – come la democrazia si declini come sociale.

Tornando al referendum, un inciso preliminare dalla cronaca politica. Se l’astensione può essere una scelta politica (mancanza di fiducia nel voto, programmi dei partiti lontani dal proprio sentire, sistemi elettorali escludenti, critica radicale del sistema etc.), chi siede nelle istituzioni che costituiscono l’architettura della democrazia – come la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa – non può, a prescindere dalla sussistenza di reati o meno, istituzionalmente sostenere l’astensione. E ciò sia che avvenga esplicitamente, sia che discenda implicitamente da un “silenzio di Stato”.

Il voto nel referendum, quindi, presenta un significato specifico: interviene direttamente – abrogandola – su una legge o parte di essa; con una eccedenza, in quanto coinvolge la ratio politica della norma. Attraverso il voto referendario i cittadini assumono in via diretta una scelta normativa ed esprimono una posizione politica (tendenzialmente su questioni particolarmente rilevanti e/o divisive, come divorzio, aborto, nucleare, acqua pubblica). Il referendum esercita una funzione di stimolo e di critica nei confronti delle istituzioni, in senso contro-maggioritario; è una forma di controllo popolare (Terracini). È strumento di raccordo fra società e circuito politico-rappresentativo: «un altro effetto utile dell’intervento del popolo è quello di influire sui partiti, di costringerli ad un maggiore contatto col popolo per problemi concreti, con un temperamento di quella che si è chiamata l’onnipotenza dei partiti» (Mortati). In periodi – un periodo invero che si configura come interregno – di crisi, asfissia, esautoramento, incapacità, della democrazia rappresentativa, e dei partiti, di connettere società e istituzioni, di dare risposte a rivendicazioni, problemi e conflitti che attraversano la società, esercita altresì una funzione di supplenza.

Non solo. Il referendum, se e quando nasce dal basso – altro discorso sono i pronunciamenti plebiscitari – ha un suo valore a prescindere dal rapporto con la rappresentanza, esprime “effettiva partecipazione” (art. 3 Costituzione). Lungi dalla sirena populista del “dare la voce al popolo” si pone come espressione e insieme implementazione di sovranità popolare, di partecipazione consapevole, quella partecipazione che è il cuore della democrazia; ha una «funzione più ampia, di attiva partecipazione politica rispetto alla sola scelta dei rappresentanti» (Mortati).

Il “voto è la nostra rivolta” è lo slogan della campagna referendaria. È il voto e il suo senso oltre. È lotta la campagna referendaria, con i suoi incontri di approfondimento, i banchetti nelle piazze, i volantini nei mercati, che creano consapevolezza e partecipazione politica, che innestano vitalità nel terreno inaridito di una democrazia in scivolamento verso l’autocrazia. È ribellione allo stato di cose agitare i principi sottesi ai quesiti: dignità, emancipazione, partecipazione. I voti contano, ma conta anche – forse, meglio, soprattutto – il percorso di rinvigorimento della democrazia e dei suoi anticorpi che la campagna attiva; conta porre sul terreno materiale del possibile parole – dignità, emancipazione, partecipazione – che si vorrebbero relegare al mondo delle illusioni di un iperuranio senza speranza; conta riportare sulla scena l’esistenza del conflitto e agire il conflitto.

Lavoro e cittadinanza

L’“effettiva partecipazione” – lo abbiamo appena ricordato – è il cuore della democrazia disegnata dalla Costituzione. È una partecipazione esigente, che richiede persone liberate e libere nello spazio della democrazia politica, come sul terreno della democrazia sociale ed economica.

Il lavoro attraversa tutti gli spazi, politico, sociale, economico, ne è il trait d’union. I quattro quesiti sul lavoro rivendicano la sua dignità, nella tutela contro i licenziamenti come nella sicurezza sul lavoro e nel rifiuto della precarietà. Sono un atto di disobbedienza nei tempi moderni della deregolamentazione, del contratto aziendale, dei subappalti, dei diritti flessibili, della falsa libertà delle partite Iva e della schiavitù delle piattaforme digitali. La dignità del lavoro restituisce il senso del suo legame con l’emancipazione e segna il distacco dalla sua visione come merce; in coerenza con la Costituzione che si pone dalla parte del lavoratore, non dell’estrazione di profitto. È questo lavoro, strutturalmente unito a dignità ed emancipazione, a costituire il fondamento della Repubblica (art. 1 Costituzione). Ancora: ragionare di lavoro dignitoso, sicuro, emancipante, ci ricorda come intorno al lavoro vi sia un conflitto, che non coincidono gli interessi del lavoratore e gli interessi del capitale, che esiste – e sta vincendo – una lotta di classe «condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere» (Gallino). E il conflitto – contro le velleità odierne di negarlo, neutralizzarlo, sterilizzarlo – è elemento strutturale della democrazia. Anche qui sta il senso della Repubblica fondata sul lavoro.

L’orizzonte dei diritti, della dignità, della partecipazione connette lavoro e cittadinanza. La cittadinanza è uno status che evoca liberazione ed eguaglianza; indica la compartecipazione a una comunità di diritti e doveri; è partecipazione. C’è tuttavia anche un altro volto: la cittadinanza è la barriera tra un “noi” e un “loro”; è lo status giuridico che trasfigura i diritti della persona in diritti del cittadino; spezza l’universalità dei diritti; perimetra l’esclusione. E allora si apre il terreno di discriminazione dell’altro, dello straniero, sino alla sua disumanizzazione, all’esternalizzazione delle frontiere, alias alla delocalizzazione della tortura e ai confini che uccidono. Il referendum sulla cittadinanza è un piccolo passo, molto piccolo (si limita a ridurre da 10 a 5 gli anni necessari per richiederla). Non scardina la costruzione della cittadinanza come concessione – concessione discrezionale e in un’ottica meritocratica (si richiedono un certo reddito, il mancato compimento di taluni reati, un grado di conoscenza della lingua etc. ) – per ragionare di un diritto alla cittadinanza legato alla vita sul territorio; così come non persegue il riconoscimento e la garanzia dei diritti a tutti come universali; tuttavia è un segnale controcorrente nell’era del nazionalismo etno-identitario, della necropolitica, del genocidio degli eccedenti, verso il riconoscimento dei diritti di tutti. Un passo necessario, se pur non sufficiente (e, per inciso, in linea con la maggior parte degli altri paesi europei).

Cinque referendum, dunque, per svegliare una vita pubblica «che s’addormenta» ed è anestetizzata dall’alto, una democrazia che «diventa apparente» (Rosa Luxemburg). Cinque referendum per un passo controcorrente, per aprire crepe nell’esistente, per attivare anticorpi contro l’infestazione neoliberista, verso un altro e un oltre possibile. Cinque referendum che riportano sulla scena quattro parole: dignità, emancipazione partecipazione, conflitto, parole della democrazia, di tutte e tutti; nella consapevolezza che la partecipazione – conflittuale – non può che essere permanente e praticata ogni giorno.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

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