Lo slogan curdo “Jin, Jiyan, Azadî” significa “donna, vita, libertà”. Esso pone le donne al centro della trasformazione sociale democratica. La loro intelligenza è considerata come una forma di pensiero flessibile, aperto all’esperienza e pluralista, un elemento essenziale nella costruzione di una società democratica.
In un mondo in cui nulla funziona alla perfezione, anche la democrazia è giunta ai giorni nostri con molte imperfezioni. La più importante è stata, in passato, il modo in cui è stato definito, al suo interno, il demos, ovvero il popolo. Nel demos non erano incluse le donne, che pure costituiscono la metà della società, e ciò ha indotto una percezione errata e riduttiva del termine democrazia. Oggi si sta cercando di cancellare quell’errore, ma per ottenere i diritti politici, sociali ed economici, raggiungendo, seppur in misura insufficiente, alcuni risultati, le donne hanno dovuto affrontare grandi lotte e pagare un prezzo elevato. In particolare, esse hanno intrapreso un percorso di auto-conoscenza e di ricerca della propria essenza, hanno desiderato di essere accettate così come sono, hanno difeso la diversità identitaria, si sono organizzate in vari modi e hanno persino combattuto gli aspetti sessisti presenti nel linguaggio. Una vera democrazia deve accettare tutti e tutte come uguali, senza distinzioni di razza, lingua, religione o genere. Pertanto, la lotta delle donne ha contribuito in modo significativo al raggiungimento, al mantenimento e al progresso della democrazia. E anche oggi, se vogliamo coniugare la democrazia in modo equo, dobbiamo porre fine alle violazioni dei diritti delle donne. Secondo il pensiero di Abdullah Öcalan, la riorganizzazione sociale non è solo un processo politico, ma anche una trasformazione intellettuale ed etica e l’intelligenza femminile è in grado di rispondere più rapidamente alle esigenze sociali. Lo sviluppo della società democratica si configura come un modello orizzontale, partecipativo e basato sul volontariato, in contrapposizione alle strutture gerarchiche. Questo approccio indica il ruolo determinante della donna nella ricostruzione delle relazioni sociali.
In questo schema si inserisce anche la guerra, che è la continuazione storica della mentalità maschilista e gerarchica. Nei tempi antichi, la struttura dei clan era vista come una forma che racchiudeva sia gli aspetti solidali che quelli conflittuali dell’organizzazione sociale. Con lo sviluppo delle strutture di casta, le disuguaglianze sociali si sono accentuate, il potere si è centralizzato e l’organizzazione si è basata sulla violenza. La guerra non è solo un conflitto fisico. È anche un meccanismo di riproduzione mentale, culturale e sociale. E la pace è un campo di lotta sociale militante in cui le donne sono soggetti determinanti e assumono un ruolo attivo nei meccanismi di negoziazione.
Le strutture dei clan, prima forma di socialità storica, sono state forme democratiche organizzate sulla base della solidarietà, in cui i bisogni venivano soddisfatti collettivamente. Ma, col tempo, sono emerse due diverse tendenze: da un lato, la forma democratica che garantisce l’esercizio della socialità; dall’altro, la mentalità gerarchica che si configura attraverso il potere, il dominio e la proprietà. Nella storia questa scissione ha determinto un meccanismo sistematico di produzione di disuguaglianza e violenza. Il fatto che la mentalità maschile abbia separato la ragione analitica dalla ragione emotiva e sociale, sostituendo la vita collettiva con rapporti di dominio individuale e di proprietà, ha portato all’accettazione della guerra come realtà sociale strutturale. L’intelligenza delle donne, invece, rende possibile lo sviluppo dell’organizzazione democratica sulla base del volontariato, della competenza e del talento. Il fatto che le donne abbiano voce in capitolo nelle piattaforme internazionali in cui si discute di pace, non rappresenta solo una partecipazione simbolica, ma significa anche un’attiva soggettivazione nella costruzione della pace. Considerando la realtà storica in cui la guerra viene riprodotta attraverso strutture mentali egemoniche e maschiliste, è chiaro che anche la pace può essere costruita solo con una coscienza democratica che si oppone a tale struttura.
Oggi le strutture familiari e statali sono prodotte da ambiti in cui si riproduce il sistema patriarcale. La disuguaglianza di genere viene sistematicamente riprodotta, mentre il corpo e il lavoro delle donne vengono oggettivati. La democrazia non richiede solo una trasformazione politica, ma anche una riorganizzazione di tutte le relazioni sociali. L’ambito più importante del cambiamento e della trasformazione è l’individuo. Non è possibile che individui che hanno interiorizzato modelli di mentalità maschilista costruiscano una struttura sociale compatibile con i valori democratici. Ogni ambito della vita organizzata – parlamenti, associazioni, accademie e strutture collettive – deve essere considerato uno spazio fondamentale in cui avviene questa trasformazione.
Il processo di costruzione sociale democratica è un processo di formazione continua che implica una dinamicità legata al tempo e l’immobilismo è con essa in inevitabile contrasto. Come afferma Abdullah Ocalan, il valore del tempo si misura in base a ciò che vi si inserisce. L’emancipazione non è solo un obiettivo rivolto al futuro, ma anche la ricostruzione del presente. La lotta per la libertà delle donne non è solo una ricerca di uguaglianza sociale, ma anche un processo di rifondazione storica; non comprende solo la critica del sistema esistente, ma anche la costruzione di un modello di vita alternativo. L’aspetto più critico del dibattito sulla democratizzazione riguarda la vita quotidiana e le relazioni più strette. Sebbene la democrazia sia spesso associata alla sfera pubblica, alle elezioni o alle istituzioni, la sua vera prova del fuoco si svolge nella sfera privata, in particolare all’interno della famiglia. Non è sufficiente discutere della democratizzazione in un quadro teorico o costituzionale; è necessario analizzare e trasformare i modelli di comportamento antidemocratici che si riproducono nella vita quotidiana.
Il problema fondamentale nei dibattiti sulla democratizzazione è generalmente costruito intorno agli “altri”. Gli individui criticano facilmente gli atteggiamenti antidemocratici che li circondano ma faticano a sottoporre i propri comportamenti allo stesso filtro critico. Questa situazione evidenzia che l’anello più debole della coscienza democratica è l’autocritica, direttamente correlata alla capacità di trasformare se stessi. Le relazioni familiari, in particolare, sono uno dei contesti in cui emerge con maggiore evidenza una contraddizione: i valori democratici vengono difesi all’esterno, ma non all’interno delle mura domestiche. Il luogo in cui si apprendono le prime relazioni di potere è la famiglia: uno spazio di amore e solidarietà, ma anche una struttura in cui si riproducono gerarchie invisibili. La famiglia racchiude in sé, su scala micro, tutte le contraddizioni della società. I dati raccolti sul campo mostrano che la divisione del lavoro basata sul genere nelle relazioni familiari persiste. Il fatto che il lavoro domestico sia in gran parte svolto dalle donne, mentre gli uomini hanno un ruolo più determinante nei processi decisionali, produce una disuguaglianza strutturale all’interno della famiglia, che comporta non solo una dipendenza economica, ma anche culturale e psicologica.
Uno dei principali ostacoli al processo di democratizzazione è costituito dai rapporti di potere interiorizzati nella vita quotidiana, che spesso non si manifestano sotto forma di oppressione palese, ma come modelli comportamentali naturali e normalizzati, che vengono spesso riprodotti senza che ce ne si renda conto. Gran parte delle donne sopporta un carico pesante sia in termini di lavoro economico che emotivo, senza avere voce in capitolo nei processi decisionali. La democratizzazione non è solo una questione giuridica, ma anche socio-culturale, perché l’uguaglianza acquista significato non solo nei testi di legge, ma nella vita stessa. Il ruolo delle donne nel processo di democratizzazione è determinante. In una struttura familiare in cui le donne non sono emancipate, non è possibile instaurare un ordine sociale democratico. Infatti, la disuguaglianza all’interno della famiglia è un riflesso in miniatura delle più ampie disuguaglianze sociali. L’emancipazione femminile è quindi una necessità non solo individuale, ma strutturale. La democratizzazione deve iniziare innanzitutto con la messa in discussione dei rapporti di potere all’interno della famiglia. L’amore, da solo, non è sufficiente a creare una relazione democratica; rimane incompleto se non è sostenuto da uguaglianza, responsabilità reciproca e libertà. In caso contrario, l’amore può trasformarsi in un velo che legittima la disuguaglianza.
La società democratica non è un modello già pronto, ma un processo che deve essere costantemente costruito, che parte dal mondo interiore dell’individuo e si estende fino alle relazioni sociali. Solo in questo modo la democrazia può smettere di essere una parola e trasformarsi in un vero e proprio stile di vita. Libertà e responsabilità sono due concetti indissolubilmente legati. L’essere umano, per sua natura, soppesa le conseguenze delle proprie azioni, prende decisioni ponderate e si assume le proprie responsabilità. La libertà, contrariamente a quanto si crede, non è uno spazio di movimento illimitato, ma un equilibrio etico costruito nel rispetto dell’altro. Pertanto, la libertà delle donne non è solo una questione di scelta individuale, ma un processo di trasformazione direttamente collegato alla riorganizzazione delle relazioni sociali. È importante rendere i modi di pensare e di agire costantemente aperti alla riflessione. Una parola, un intervento, un modo di prendere decisioni o persino un momento di silenzio possono riprodurre o trasformare i rapporti di potere esistenti. Una società democratica è possibile solo grazie all’esistenza di individui democratici. L’individuo democratico è colui che è in grado di confrontarsi con il proprio desiderio di potere, di vedere l’altro come un soggetto e di convivere con le differenze. Da questo punto di vista, la libertà delle donne non è soltanto un loro problema, ma una questione di ricostruzione dell’intera struttura sociale, possibile solo attraverso una consapevolezza costante e una trasformazione pratica che si estendano a tutti gli ambiti della vita.

“la guerra è la continuazione storica della mentalità maschilista e gerarchica.” affermazione che trovo più che mai corretta. Ottimo articolo, grazie.