Ayney Öcalan è nipote di Abdullah Öcalan, figlia di suo fratello Mehemet.
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La nozione di “società democratica” di Öcalan implica un ripensamento profondo del rapporto tra individuo, comunità e potere. In contrapposizione alla centralità dello Stato-nazione inteso come dispositivo di omogeneizzazione e controllo, Öcalan propone una visione fondata sull’autonomia locale, sulla pluralità delle identità e sulla partecipazione diretta.
Il nazionalismo, indotto dal sistema capitalista e spesso accompagnato da un accentuato maschilismo, è all’origine delle guerrei. Lo è stato tre decenni fa nei Balcani; lo è oggi in Kurdistan dove il regime turco e quello di altri Stati della regione cercano di mettere in conflitto popoli che, per secoli, hanno convissuto in pace e concordia.
L’autorizzazione all’incontro di Öcalan con il nipote Omer, dopo oltre quattro anni di isolamento, è parso un segnale di distensione. Ma subito è arrivata la smentita, con l’attacco dell’esercito turco in Rojava. In realtà la Turchia ha problemi sociali, economici e politici sempre più gravi e cerca di dirottare l’attenzione del popolo sul nazionalismo. Ma senza soluzione del problema curdo non ci sarà pace in Turchia.
Sono 26 anni che Abdullah Öcalan è prigioniero in isolamento nell’Isola di Imrali e da 42 mesi non si hanno sue notizie. La preoccupazione per la sua salute si accompagna a quella per il popolo curdo alla cui causa, insieme a quella delle donne e della pace, Öcalan ha dedicato la propria vita. Per ottenere la sua liberazione è necessaria una forte pressione internazionale e anche l’Italia deve fare la sua parte.
Una testimonianza intensa e toccante della nipote di Abdullah Öcalan: «Tutta la mia vita ho sentito parlare di mio zio ma non ho potuto conoscerlo di persona. Non ero ancora nata quando è andato in esilio in Siria. Con lui il mio popolo è diventato consapevole e fiero della propria identità e ha cominciato a conoscere la propria lingua e le proprie tradizioni. Eppure non so se riuscirò mai a vederlo e a parlargli».