Parlare di Palestina – ancora – è necessario, per i palestinesi, e per noi. Un modo è leggere e discutere due libri di Paola Caridi, Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi, Feltrinelli, 2024 e Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, 2025. Sono testi densi e intensi; parole che toccano il cuore e la mente; trasmettono emozioni, pensieri, riflessioni.
Continuare a parlare e ad agire per la Palestina è necessario perché il genocidio non è terminato, come non si fermano l’apartheid e il violento colonialismo in Cisgiordania. È necessario perché il piano Trump, recepito nella risoluzione 2803 delle Nazioni Unite, una risoluzione anomala e incongruente, che dimentica l’illegalità dell’occupazione e l’autodeterminazione dei palestinesi, è l’affermazione esplicita del colonialismo e della collusione tra potere economico e politico, una collusione che si mostra ormai nuda, senza remore, con protervia, in Palestina e non solo. Parlare di Palestina è necessario perché è un laboratorio su come il potere, il dominio, tratta gli eccedenti (e li ha sempre trattati nella storia): disumanizzazione, espulsione, eliminazione (come dimenticare, era ancora l’ottobre del 2023, le parole di Gallant sui palestinesi di Gaza come «animali umani»). Rivendicare fame e violazione del diritto umanitario bellico (che tutela il nucleo minimo dei diritti umani) è un passo che, per quanto possa apparire sproporzionato affermarlo (cosa può essere peggiore delle atrocità?), va oltre lo stesso compiere le atrocità: legittimarle implica disconoscere le atrocità come tali, annullare le persone e la loro dignità.
Per parlare di Palestina, e di noi, attraverso i libri di Paola Caridi, provo a proporre un percorso di lettura attraverso tre parole: storia, città, voce.
Storia
La storia è raccontata attraverso le persone, le esistenze e la vita non umana (il paesaggio, gli alberi), che la animano. È, come recita il sottotitolo de Il gelso di Gerusalemme, “l’altra storia raccontata dagli alberi”: «Toglierci dal centro del palcoscenico. Metterci, noi umani, quanto più ai margini, anche per comprendere la nostra, di Storia» p. 10); accedendo a un tempo storico, più lungo della vita individuale umana. Attraverso gli alberi compare la storia nella sua dialettica: da un lato, gli alberi che raccontano delle vite umane e le vite umane legate agli alberi, e il paesaggio come luogo di vita; dall’altro lato, le piante come «materie prime e merce», «colonne portanti del colonialismo», e il paesaggio come «campo di sfruttamento», «confine artificiale» (p. 16) e come oggetto di ecocidio. Ricordo, per tutti, l’urlo di Abdallah al Majaida, un bambino di Khan Younis: «Lo vedi? Tutto distrutto. Questa è la mia terra. La vedi? Era piena di alberi d’ulivo. Dove sono gli ulivi? Non c’è più nulla. Nulla. Nulla» (p. 36). E allora, le arance come simbolo della perdita e quindi risignificate come israeliane, a raccontare il colonialismo, l’espropriazione, il dominio. E poi ancora: i gelsi, albero amico e amato, quindi sfruttato come monocultura e veicolo della grande fame del Libano; il divieto di raccogliere le erbe tradizionali; i pini che nascondono i villaggi palestinesi distrutti; il radicamento degli alberi per costruire una nuova indigenità, il «colonialismo verde». E attraverso gli alberi appare la storia dei palestinesi di Gaza, contro l’annullamento della storia: i sicomori come alberi pubblici, in condivisione (e non proprietà), come alberi piazza, «centro della vita anche civile», «l’albero che accoglie la comunità» (p. 31). Un inciso. Si apre qui tutto il discorso su un altro modo di vivere, sui beni comuni, ma direi, anche oltre, perché si rinvia ad una cosmogonia diversa dove l’uomo è la natura: «io sono natura» (p. 86); dove c’è chi, i popoli nativi, sa comprendere la lingua degli alberi (p. 118); dove gli esseri umani sono solo uno degli elementi e appartengono alla terra ma non la posseggono (Sudari, p. 113). Un approccio decoloniale e non solo (e mi viene in mente un altro bellissimo libro, che racconta un’altra storia, D. Graeber, D. Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, 2022). È una storia di Gaza, e oltre Gaza, che ci restituisce l’umano, che apre – cito da Sudari – alla nostra empatia, a biografie, amori, desideri, lavoro, fame, sogni e vita (p. 14), che racconta la Palestina come terra amata e da amare, un antidoto potente contro la disumanizzazione; che ricorda la storia dai margini e i conflitti che attraversano la storia.
Città
Gli alberi e i parchi sono letti come modo «di vivere e concepire lo spazio urbano» (p. 93). Da un lato, «gli alberi contro il neoliberismo del bulldozer» (p. 97), come possibilità di riappropriazione dello spazio politico da parte dei margini, degli esclusi, le piazze come luogo di protesta; dall’altro lato, la risignificazione, la gentrificazione (p. 93), la “città igienizzata”, senza mescolanza, la città-fortezza, postmoderna, sorvegliata ossessivamente, la città, chioso, che si vuole immunizzata dai conflitti. E di nuovo la Palestina riguarda noi: le piazze e le strade invase per la Palestina come riappropriazione della città e dello spazio pubblico, ma penso anche alla ricostituzione dei luoghi come legame sociale e spazio politico compiuta, per tutti, dai movimenti territoriali (per un esempio, i presidi e la Libera repubblica della Maddalena del movimento No Tav); dall’altro lato, l’espulsione sociale e la repressione del dissenso, il daspo urbano come strumento per costruire una città blindata in un esistente “sicuro” per pochi. Si innesta qui il discorso sul nostro presente, sulla metamorfosi del concetto di sicurezza, da sicurezza dei diritti e declinata come sociale a sicurezza come ordine pubblico; sulla metamorfosi del diritto alla città in città capitalista, global city. Nelle città, nascosto, – ricorda Paola Caridi – c’è quindi un colonialismo meno apparente, quello degli orti e dei giardini botanici delle città, che raccontano attraverso la botanica, che rinomina le piante, come se non avessero già un nome, come le istituzioni scientifiche non siano neutrali e ci ricordano il colonialismo di cui è intrisa la “nostra” storia.
Voce
La “voce” dei sudari esplicita il tempo del genocidio e la responsabilità che ne deriva, di Israele e dei suoi complici; le macerie di Gaza che urlano descrivono l’orrore che dobbiamo ascoltare (p. 65). E poi c’è il sussurro, che si sente nei margini e deve emergere (le mobilitazioni di Ultimo giorno per Gaza, per aiutare il sussurro ad emergere), farsi «dissenso finalmente espresso, come una liberazione» (p. 107). Il sussurro che diviene una voce, che chiama le cose con il loro nome, a partire dalla parola proibita, genocidio; la parola che studentesse e studenti, denigrati, hanno avuto sin da subito il coraggio di pronunciare.
I libri di Paola Caridi parlano della Palestina, di chi è ai margini, dei subalterni nella storia, mostrando, una volta ancora, la necessità di unire le lotte, realizzare «trasversalità nella società» e convergenza, mantenendo quel riscatto di dignità, quel senso di liberazione, di rottura della cappa asfissiante della passività, di ribellione al senso di impotenza, che si è sentito, forte, nelle piazze stracolme per la Palestina.
