Stati Uniti, Cina, Europa: gli imperi e i cittadini

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In principio è stato Tucidide e la sua “trappola”. Che è un ottimo prisma per osservare quanto la superficialità della comunicazione abbia sostituito la profondità della cultura. Perché in effetti ridurre Tucidide alla figura dalla trappola è come ridurre le sue sterminate pagine di storia a poche righe iniziali, quelle in cui lo storico greco suppone che il motivo più autentico che scatena la rivalità (e poi la guerra) tra Sparta e Atene sia la minaccia portata dalla crescita della potenza ateniese al consolidato e tradizionale primato spartano. Tucidide parte da questa constatazione per offrirci una delle prime e più affascinanti versioni del mestiere dello storico, mentre molti secoli dopo – poco più di dieci anni fa – è stato il politologo americano Graham Allison ad adattare quell’intuizione al rapporto tra Stati Uniti e Cina. Un’immagine che è finita per diventare quasi uno slogan culturale, forse al di là del suo valore. Per cui, mentre tutti si chiedono se Trump abbia la minima idea di chi sia Tucidide, a me resta il dubbio che anche Xi Jinping abbia letto solo Allison e non abbia mai studiato Tucidide. Non sono affatto certo che anche il presidente cinese, insistendo ancora una volta su quest’immagine, sia consapevole che essa non sintetizza ma apre la storia dei rapporti tra Sparta e Atene. Le variabili che lo storico greco descrive, infatti, sono tante e, alla fine dei conti, cosa succeda quando due potenze si cacciano nella stessa trappola è più importante e più incerto della necessità di cascarci.

Perché comincio nel peggiore dei modi, cioè divagando? Perché forse anche le interpretazioni che vanno per la maggiore dell’incontro di qualche giorno fa dei leader di Stati Uniti e Cina rischiano di essere delle robuste semplificazioni, orientate come sono da quella che mi appare ormai la semplificazione originaria: la tendenza a leggere la complessa storia del tempo presente a partire dal primato della geopolitica. Sarà che, in quanto professore di filosofia, mi sento detronizzato di un primato secolare. Ma è curioso come negli ultimi decenni abbiamo assistito a un susseguirsi di scienze prime: in origine gli economisti hanno preso il posto dei filosofi e presunto di poter dare una spiegazione a ogni evento sociale, poi per un brevissimo periodo da incubo agli economisti si sono sostituiti i virologi, adesso abbiamo gli analisti di geopolitica. Assistere all’incontro tra i due leader mondiali deve esser stata per loro una grande soddisfazione. Una celebrazione della tesi secondo cui il nuovo ordine mondiale non è altro che una sfida finale tra due imperi.

Ecco, chi volesse approfondire analiticamente questa tesi geopolitica, può anche smettere di leggere queste mie righe. Che sono dedicate a contestare proprio l’opportunità di cadere nella trappola – non di Tucidide – ma della semplificazione e della geopolitica come scienza prima. Tutto sommato, credo che sia questo il nostro cedimento più grande: assecondare questa tesi, rassegnarci che le cose non possano ormai che seguire la direzione che indicano queste due superpotenze rimodellate anacronisticamente come veri e propri imperi.

In fondo quella citazione indiretta di Tucidide acuisce il mio sospetto. Mi pare inquietante il fatto che uno dei due leader ricordi “pacificamente” all’altro che da una rivalità portata all’estremo possa scaturire una guerra, che se due potenze si scontrano, quel che risulta è una trappola. Non fa che confermare che la guerra è diventata ormai da tabù a totem della civiltà contemporanea, da ciò che non si può pronunciare a ciò che viene evocato in tutte le occasioni possibili. In fondo una trappola è una trappola: se la nominiamo così è perché se ci caschiamo dentro non sappiamo come uscirne. Più o meno come il riarmo: la storia ci ha sempre insegnato che, a furia di sostenere che per fare la pace dobbiamo preparare la guerra, finiremo per fare la guerra. Chissà perché tutti ricordano che in una rinnovata logica imperiale, le potenze finiranno quasi necessariamente per farsi la guerra (e dunque dobbiamo prepararci), ma nessuno ricorda una lezione che la storia ci ha regalato infinite volte: che la guerra è probabilmente una trappola, ma una trappola da cui nessun impero è mai uscito indenne, alla fine dei conti. Gli imperi sono tali non solo perché sostituiscono altri imperi, ma anche perché sono necessariamente destinati a crollare.

Forse è questo il punto ed è il motivo per cui non mi rassegno al primato della geopolitica. Il fatto che la storia del presente si possa leggere solo con gli occhiali geopolitici dello scontro tra potenze e, cosa ancor più grave, aver introiettato il riduzionismo geopolitico per cui l’unico modo rimasto per contare sulla scena del mondo sia accrescere la propria potenza mi pare nient’altro che un gigantesco suicidio collettivo (letteralmente, perché rispetto a Tucidide la potenza delle potenze è tale da mettere in discussione persino la propria stessa sopravvivenza: è la doppia lezione della crisi atomica e della crisi ecologica).

Chi avrebbe dovuto capire tutto questo è l’Europa. Che invece segue il suo profeta, Mario Draghi. Il cui grido disperato di aiuto elevato il giorno stesso dell’incontro tra i due pesi massimi della geopolitica si può riassumere così: l’unico modo che l’Europa ha per sopravvivere – abbandonata ormai al proprio destino – è di ridiventare essa stessa un impero. Estendere la sfida geopolitica, farla diventare una sfida a tre e non solo a due (che poi ci sarebbe pure la Russia, e non solo). La logica imperiale di Trump e Xi Jinping è la stessa che Draghi invoca per salvare l’Europa: riarmarsi, sacrificare quel poco di universalismo dei diritti rimasto per far crescere e valorizzare le imprese eccellenti e monopolistiche, le nuove testuggini della potenza europea. Per questo diffido fortemente di coloro che tessono le lodi del nostro ex primo ministro da sinistra: ho come l’impressione che il loro intento sia demolirla definitivamente. Non è un caso che Draghi abbia tenuto questo discorso in consonanza con il cancelliere tedesco, che sta brutalmente praticando la necessità che l’Europa politica si metta definitivamente al servizio delle imprese. Sono entrambi due banchieri, del resto. Non troppo dissimili dai diciassette super-Ceo che Trump ha portato con sé in Cina. Segno tangibile di almeno due drammatiche patologie delle società occidentali. La prima è la resa ormai esplicita delle democrazie alla élite economica e finanziaria. L’immagine è davvero eloquente, nella sua brutalità: cos’è oggi la democrazia? Nient’altro che un aereo di Stato pronto a trasportare i grandi capitalisti da un lato all’altro del mondo. Un taxi del capitale. La seconda è la definitiva affermazione di un’economia monopolistica contro ogni primitivo ideale concorrenziale. Il capitalismo occidentale assegna ogni potere a un’élite che è tanto ristretta quanto sterminato è il suo potere. Diciassette persone, il cui potere privato ha ormai preso possesso allo stesso tempo di ogni sovranità statale e di ogni forma di vita individuale. Gli Stati ricattati con il cappio dell’indebitamento, le nostre vite singolari affidate nei loro particolari più intimi agli algoritmi di Silicon Valley. C’è qualcosa di profondamente osceno in questo fallimento, in questa hybris che assegna all’infinitamente piccolo un potere così infinitamente grande.

Per Draghi e per tutti quelli che si sono ormai convertiti alla religione della geopolitica, l’unica cosa che resta da fare è provare ad aggiungere qualche altro invitato eccellente a questa compagnia. Sono certo che se chiedessi a Draghi e a quelli come lui che ne è degli ospedali, dei nostri figli senza prospettive, della scuola sottofinanziata, mi risponderebbe che crescere e finanziare i “campioni” è l’unico modo rimasto per mettere in salvo qualche briciola di Welfare. Una risposta che mi atterrisce, perché è vecchia di qualche decennio: è ancora l’idea che, dando ai ricchi, qualche goccia arriverà anche ai poveri. La democrazia come una gentile concessione di diciassette miliardari ospitati sull’Air Force One. Sarebbe bello – e probabilmente anche orribilmente spietato – comporre un ritratto complessivo delle loro storie e del modo in cui hanno velocemente conquistato un potere egemonico sugli Stati. Per fare solo un esempio: tra quei diciassette campioni – quelli che dovrebbero essere da esempio per rifondare l’Europa di Draghi – c’era anche David Solomon, l’attuale Ceo di Goldman Sachs. Ora, tutti ricordiamo il ruolo della sua azienda nella crisi del 2008. Anche questo è un segno di ciò che sono diventate le democrazia. Chi ha avuto responsabilità in quella crisi viaggia in prima classe nell’aereo dei (pre)potenti e chi ha affamato la Grecia a causa di quella crisi suggerisce ieraticamente che dobbiamo avere qualche Godman Sachs europea. Intanto, i cittadini sono soltanto sudditi silenti: si arrabattano tra visite mediche impossibili da ottenere e lavori che non permettono di oltrepassare la soglia di povertà.

Peccato non avere più alcun Brecht, alcun intellettuale in grado di dirci la cruda verità di questo mondo: che la potenza che lo guida è solo una, quella degli oppressori. E noi – che ne siamo oppressi – continuiamo a osservarla con deferenza, persuasi che l’unico modo per salvarci sia diventare come loro. Ecco, mi pare un ottimo finale per questo articolo: la geopolitica e la logica univoca della potenza non è che il modo in cui gli oppressi, rinunciando a interpretare il mondo secondo un altro ordine simbolico e materiale, legittimano i loro carnefici e si scavano persino la fossa con le proprie mani. Brecht l’avrebbe scritto meglio, ma questo credo proprio mi possa essere perdonato.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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2 Comments on “Stati Uniti, Cina, Europa: gli imperi e i cittadini”

  1. Sono praticamente d’accordo su tutto ma non metterei sullo stesso piano Trump e Xi Jinping.
    Trump è un criminale psicopatico, affetto da demenza senile e infantile, più la seconda. Xi, fino a prova contraria, non deporta o uccide i propri cittadini, non bombarda indiscriminatamente pescatori, non rapisce presidenti di altri stati, non supporta stati genocidi come Israele, non minaccia di far sparire una civiltà millenaria, non strangola popolazioni intere con sanzioni… e si potrebbe continuare per parecchio. Se Xi ha ricordato “pacificamente” a Trump che da una rivalità portata all’estremo può scaturire una guerra penso lo abbia fatto perché quello è l’unico linguaggio che Trump comprende. Se gli avesse detto solamente, come in effetti gli ha anche detto, “dovremmo essere partner e non rivali” credo che Trump l’avrebbe interpretato come un segnale di resa… c’era perciò bisogno di rinforzare la frase. Inoltre la visione di Xi è per un mondo multipolare, non bipolare, mentre quella di Trump la conosciamo bene. Detto ciò desidero condividere queste parole di Salgado, che personalmente considero di buon auspicio:
    “L’uomo sparirà. La terra è stanca di noi. Il punto di non ritorno è stato superato. Non c’è vita dopo di noi, c’è vita prima di noi. Non finirà il mondo; finiremo noi. Il pianeta ha risorse incredibili, ma le stiamo esaurendo. La Terra è stanca di noi. Ha attivato meccanismi di difesa, per sbarazzarsi dell’uomo”.

  2. Segnalo una coincidenza : da 2002 al 2005 Draghi rivesti’ un incarico apicale in Goldman Sachs, l’azienda di uno dei 17 super-ceo citati nell’articolo

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