Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
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La crisi del centro destra non è affatto un’evidenza del presente, ma un compito per il futuro. Questo è il deposito politico che l’esito del referendum consegna in eredità. Sta all’opposizione coltivare questo compito e non illudersi che sia un’evidenza di cui impossessarsi senza scrupoli. Altrimenti i due milioni di votanti usciti dal limbo dell’astensione spariranno di nuovo dall’orizzonte della rappresentanza.
La morte di Habermas è l’ultimo definitivo congedo da un secolo costellato di grandi speranze emancipative. Quel che resta della sinistra – marginale nella società ma virale sulle nostre bolle social –, invece di non concedere ad Habermas nemmeno il rispetto in morte, dovrebbe interrogarsi precisamente sul suo rapporto con quel secolo di cui la morte di Habermas rappresenta la pietra tombale.
Srebrenica è il nostro specchio. È il passaggio dal mondo di ieri, in cui credevamo alla mescolanza e alla ricchezza della convivenza, a quello di oggi, in cui dominano la guerra e i nazionalismi. Con il mio teatro cerco di dirlo. Almeno questo lo dobbiamo alle vittime del genocidio di Srebrenica e ai sopravvissuti, che meritano di avere una voce.
Tra la storia della civilizzazione e la storia della barbarie c’è qualcosa in comune, ed è che nessuna delle due coincide con la storia delle vittime. Io sto con le vittime, per questo mi oppongo disperatamente alle guerre e ai suoi coriferi. Eccolo, i terzi esclusi: gli oppressi, le vittime. Come se non sapessimo che in guerra a morire non sono soprattutto i soldati, ma gli innocenti, gli ignari, i poveri, i capitati lì per caso.
I milioni di documenti contenuti nei cosiddetti Epstein files rappresentano una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo, nonché del suo sadismo e della sua capacità di smantellare le democrazie e orientare l’ordine del mondo. Per questo non conviene né minimizzarne né ignorarne gli effetti morali e politici.
Se oggi c’è un pericolo che avanza a grandi passi – e si materializza non solo in Italia ma in tutte le (ex o post) democrazie occidentali – non è la violenza contro lo Stato, ma la violenza di Stato. In questo contesto dire che “il futuro comincia adesso” e comportarsi come se fosse davvero così, pretendendo, per di più, di rappresentare le moltitudini non fa che perpetuare l’attuale assetto di potere.
Il discorso del premier canadese a Davos è stato nettissimo. Ci ha ricordato che non possiamo illuderci di stare dove siamo stati e che il suicidio dell’Occidente e del suo mondo è irreversibile. Tuttavia non abbiamo idea di dove stiamo andando. E ciò ha consentito al potere di fare quadrato, accantonando la verità e cercando di ridurre la situazione a una difficoltà contingente. Anche se è un tentativo disperato.
La scelta di raccogliere e riproporre in una “Talpa” gli articoli pubblicati negli ultimi mesi in queste pagine su Pasolini ha una ragione precisa. Il loro insieme, infatti, aiuta a comprenderne la straordinaria e sconcertante attualità nel cogliere la mutazione antropologica indotta dal capitalismo e ci consegna un intellettuale a tutto tondo in un tempo che ha perso il gusto del conflitto, dell’autonomia, della poesia (cioè il proprium degli intellettuali).
Rileggere oggi il discorso che Pasolini prepara per il congresso del Partito radicale del novembre 1975 è un esercizio d’attualità politica. In quelle poche pagine lo scrittore friulano sembra parlare di ciò che è accaduto a noi e, anche, di ciò che dobbiamo fare per ricominciare a stare dalla parte degli sfruttati senza confonderli con gli sfruttatori.
L’astensionismo cresce. Tutti, a parole, si stracciano le vesti ma, poi, praticano politiche che lo favoriscono. Vale per la destra, e ci sta. Ma vale anche per il Pd. Eppure è chiaro: la polarizzazione, la personalizzazione della politica e la cosiddetta vocazione maggioritaria non incoraggiano certo gli elettori a recarsi alle urne. Dunque, se si insiste su quella strada, il problema non è l’astensionismo ma chi insiste.