Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).
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In atletica e nuoto vincono italiani e italiane di seconda generazione e di inedita semplicità. Ma noi non impariamo nulla. La destra somiglia sempre di più ai filmati dell’Istituto Luce e il centro sinistra a una commedia all’italiana anni Sessanta. Che miseria deve apparire questa politica allo sguardo affaticato e orgoglioso di nuove generazioni che ci danno lezioni di civiltà attraverso le loro vittorie (e anche le loro sconfitte) sportive?
Non possiamo essere che ciò che non siamo davvero. È questo il grande filo conduttore che muove le fila dell’opera di Francesco Guccini: l’elogio della contingenza. Cioè, l’essenza della politica moderna. Per questo mi stupisce il fatto che la commozione per la sua morte si confonda con giudizi cauti sulla qualità politica della sua opera. Guccini è stato – tra i grandi cantautori italiani – quello più coerentemente politico.
Le preferenze sono un inganno, come lo è il maggioritario. Ma l’inganno non è una tattica della politica; è, oggi, la politica. Meloni, Vannacci, Trump non sono degli eroi, ma dei mediocri esecutori. Portano a compimento la civiltà dell’inganno e, senza accorgersene, la congedano definitivamente, perché la svelano nella sua miseria finale. Seguendo un copione rappresentato sullo schermo dall’Ulisse di Nolan.
L’inganno del nostro tempo sta nel personalizzare i giudizi politici, nel dire che sono gli umori instabili di un leader a determinare il flusso del lungo fiume della storia. È quest’ottica che va ribaltata: Trump non è un pessimo politico perché è un villano, ma perché è responsabile di genocidi, guerre e atti sociali di sadismo. Il resto è solo una soap opera di scarso interesse.
La logica imperiale di Trump e Xi Jinping è la stessa che Draghi invoca per l’Europa: riarmarsi, sacrificare quel poco di universalismo dei diritti rimasto per far crescere e valorizzare le imprese eccellenti e monopolistiche, le nuove testuggini della potenza europea. Da un lato gli imperi reali o presunti, dall’altra i cittadini sempre più oppressi. È questa la realtà che la geopolitica e i suoi alfieri cercano di occultare.
La democrazia del lavoro si reggeva sulla necessità del capitalismo di estendere la società dei consumi e di “addomesticare” le rivendicazioni sociali dei lavoratori. Quando al capitalismo tutto questo non è servito più il compromesso è stato abbandonato. E allora? Chi siamo noi oggi? Quelli che vedono nella democrazia del lavoro un esperimento del passato? O quelli che scendono in piazza per difendere ancora i diritti sociali?
Manca poco più di un anno al voto. Saranno elezioni cruciali. Bisogna impedire che vinca la destra. Non ci si può tirar fuori dallo scontro politico. Ma non si può sostenere stancamente un centro sinistra impresentabile in nome del male minore. Occorre individuare e porre sul tappeto le questioni per noi inaggirabili. Poche ma buone. Un piccolo elenco di cose su cui non transigere, ingoiando i rospi di tutte le altre.
La crisi del centro destra non è affatto un’evidenza del presente, ma un compito per il futuro. Questo è il deposito politico che l’esito del referendum consegna in eredità. Sta all’opposizione coltivare questo compito e non illudersi che sia un’evidenza di cui impossessarsi senza scrupoli. Altrimenti i due milioni di votanti usciti dal limbo dell’astensione spariranno di nuovo dall’orizzonte della rappresentanza.
La morte di Habermas è l’ultimo definitivo congedo da un secolo costellato di grandi speranze emancipative. Quel che resta della sinistra – marginale nella società ma virale sulle nostre bolle social –, invece di non concedere ad Habermas nemmeno il rispetto in morte, dovrebbe interrogarsi precisamente sul suo rapporto con quel secolo di cui la morte di Habermas rappresenta la pietra tombale.
Srebrenica è il nostro specchio. È il passaggio dal mondo di ieri, in cui credevamo alla mescolanza e alla ricchezza della convivenza, a quello di oggi, in cui dominano la guerra e i nazionalismi. Con il mio teatro cerco di dirlo. Almeno questo lo dobbiamo alle vittime del genocidio di Srebrenica e ai sopravvissuti, che meritano di avere una voce.