La Mostra del Cinema di Venezia volta le spalle al presente?

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L’estate che ci stiamo lasciando alle spalle è stata all’insegna dei supereroi – Ulisse e Spiderman – e del declino dei cinema all’aperto: il caldo tropicale ha reso invitanti le sale chiuse e climatizzate, un tempo disertate alle prime giornate di sole. A chiudere la stagione cinematograficamente più ingrata arriva come sempre la Mostra del Cinema di Venezia e quest’anno le acque della laguna sembrano calme come non mai, dopo la burrasca dell’anno scorso.

Come si ricorderà, nell’agosto 2025 più di un migliaio di personaggi del mondo del cinema e della cultura firmarono una lettera aperta alla Biennale e alla Mostra del Cinema di Venezia, nella quale si chiedeva di prendere una posizione netta rispetto al «genocidio compiuto in diretta dallo Stato di Israele in Palestina», rivendicando «la necessità di spazi e modalità di narrazione per la Palestina (…). A Venezia tutti i riflettori saranno puntati sul mondo del cinema, abbiamo tuttә il dovere di far conoscere le storie e le voci di chi viene massacratә anche con la complice indifferenza occidentale» (dalla versione italiana della lettera).

Al di là del vespaio giornalistico sollevato, del balletto degli aderenti poi ritiratisi con distinguo e della risposta ufficiale inevitabilmente pilatesca della Biennale, di fatto la questione palestinese fu ben presente all’interno della Mostra, grazie alla presenza in concorso del film La voce di Hind Rajab, premiato col Leone d’argento e diretto dalla regista tunisina Kawthar ibn Haniyya. Significativa fu anche la scelta di chiudere la cerimonia di premiazione con un video messaggio del cardinale Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.

Ma la Mostra dello scorso anno si era dimostrata aperta al presente anche rispetto a molti altri temi, con una selezione di film in concorso che spaziava dalla minaccia atomica al fine vita, dalla catastrofe ambientale al lavoro (https://vll.staging.19.coop/commenti/2025/09/09/cosa-resta-della-mostra-del-cinema-di-venezia/). E compariva addirittura un film sull’ascesa al potere di Putin, Il mago del Cremlino di Olivier Assayas. Tra tanti film politici, aveva però inaspettatamente trionfato con il Leone d’oro Father mother sister brother di Jim Jarmusch, un film dedicato ai legami familiari che non si può proprio dire avesse suscitato unanime consenso.

E quest’anno, al di là della presenza in giuria di Kawthar ibn Haniyya, la Mostra pare aver scelto di ripartire proprio dall’opera di Jarmusch, visto che i film dedicati alla famiglia e alle relazioni rappresentano il gruppo più cospicuo. Le varianti sono molteplici: i segreti e l’esplorazione del passato familiare e personale (L’estranea di Paolo Strippoli, Un peu avant minuit di Nicolas Pariser e Woman unknown di May el-Toukhy, in cui il passato è visto come minaccia allo status sociale garantito dal matrimonio); i legami simbiotici e/o più o meno tossici (Bucking fastard di Werner Herzog, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis e The echo chamber di Andrea Pallaoro, da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci); l’esplorazione del rapporto di coppia (Possible love di Lee Chang-dong, Bunker di Florian Zeller e Succederà questa notte di Nanni Moretti, che dopo Tre piani diabolicamente persevera ispirandosi nuovamente a un libro di Eshkol Nevo). Se poi ai legami amicali sono dedicati Look back di Hirokazu Koreeda e 15/18 A place to heal di Cédric Kahn, anche film meno evidentemente riconducibili all’area delle relazioni sembrano comunque orbitarci intorno. Ad esempio Company di Casey Affleck è presentato come «una riflessione sul dolore, sulla grazia e sulla silenziosa forza del legame umano», mentre Un bon petit soldat di Stéphane Brizé è ambientato sì nel mondo del lavoro, ma esplorandone la tossicità nei rapporti interpersonali.

Chi esce da questi temi, sceglie di guardare al passato, a vicende già consegnate al giudizio della storia come Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis (sulla dittatura argentina), Dau di Ilya Khrzhanovsky (sul sistema totalitario dell’URSS) e Mr Nelson, did you kill people? di Shinya Tsukamoto (sulla guerra del Vietnam). Perfino due film dedicati al mondo dell’informazione non scelgono un’ambientazione contemporanea: Ink di Danny Boyle si svolge nel 1969, quando Rupert Murdoch acquisendo il The Sun creò un nuovo modello di quotidiano aggressivamente scandalistico; Primetime di Lance Oppenheim nel 2006, con un caso tratto dalla realtà di giustizia-spettacolo estrema. Tra l’altro la denuncia della spregiudicatezza dei media non è esattamente una freschissima novità, se si pensa che probabilmente il più bel film sul tema è del 1951 (L’asso nella manica di Billy Wilder).

Tra i cineasti della selezione veneziana, chi resta allora a posare ancora gli occhi sul presente? Solo l’iraniano Ali Asgari, già coautore con Alireza Khatami di Kafka a Teheran (2023), dedicato al regime iraniano nel suo aspetto di assurdo e ossessivo controllo di ogni aspetto della vita dei suoi cittadini. Allo stesso tema era dedicato anche il bellissimo La bambina segreta (2022), che al tempo stesso metteva sotto osservazione anche le chiusure e le storture dei rapporti familiari e tra i sessi, mostrando l’estrema solitudine di una ragazza madre in Iran. Quest’anno invece Asgari porta A bit of light, nel quale il raggio di luce per un medico perseguitato dal regime e deciso al suicidio arriva proprio dalla riscoperta dei legami familiari. Certo non sarà esattamente come La vita è meravigliosa di Capra, ma si vede che quest’anno a Venezia dalla famiglia non sfugge proprio nessuno!

Post scriptum: tra la scrittura e la pubblicazione di questo articolo è stato in parte posto rimedio a questa “vacanza dal presente” della Mostra, inserendo in extremis nel programma del concorso Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi coautori del documentario No Other Land; «girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza».

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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