Incipit
Donald Trump è seduto alla scrivania dell’Ufficio Ovale mentre una decina di leader religiosi gli impongono le mani in preghiera. Accanto a lui c’è Paula White, sua consigliera spirituale e figura centrale del White House Faith Office. È il volto più noto della prosperity theology, la corrente evangelica che interpreta ricchezza, successo e realizzazione terrena come segni della benedizione divina. Quella fotografia ha fatto il giro del mondo ed è stata spesso interpretata come il segno di una saldatura tra religione e politica nell’America trumpiana, che starebbe vivendo una improvvisa torsione nazional-cristiana. Nelle settimane successive questa lettura si è consolidata. Lo scontro tra Trump e Papa Leone, insieme alle parole di J.D. Vance – che ha richiamato la tradizione cattolica della guerra giusta invitando il pontefice alla prudenza quando interviene su questioni teologiche legate alla politica – hanno riacceso nel cattolicesimo americano il dibattito sul rapporto tra autorità religiosa e potere temporale. Poi il sostegno quasi incondizionato offerto a Netanyahu e la minaccia di annichilire l’Iran “come civiltà”. Per molti osservatori questo ha richiamato i temi del Christian Zionism evangelico, la corrente escatologica che attribuisce allo Stato di Israele un ruolo centrale nella storia della salvezza e negli eventi che precederebbero la fine dei tempi. Infine le manifestazioni pubbliche di religiosità, dalle preghiere promosse al Pentagono sotto Pete Hegseth fino a Rededicate 250, la grande celebrazione religiosa sostenuta dalla Casa Bianca per i 250 anni della nazione, in programma sul National Mall il 4 luglio 2026. È allora che Trump si preparerebbe a indossare la corona – o la tiara papale – del potere assoluto.
Tutto questo ha alimentato, negli ambienti laici americani e soprattutto in Europa, un atteggiamento oscillante tra allarme e sarcasmo. Il peso politico della religione nell’America trumpiana viene raccontato come un’anomalia da denunciare o irridere. Ma le cose sono più complicate. Lo stesso Ufficio per la fede della Casa Bianca non nasce con Trump. George W. Bush aveva creato già nel 2001 una struttura stabile di collaborazione con organizzazioni religiose. Obama e Biden la mantennero rafforzandone il carattere pluralista e interreligioso. Trump ne ha certamente spostato il baricentro avvicinandolo molto di più al mondo evangelical conservatore e alle guerre culturali contemporanee. Ma la genealogia istituzionale è risalente. Anche i richiami a Dio nei discorsi presidenziali, le preghiere istituzionali, le invocazioni religiose nelle cerimonie ufficiali acquistano significato solo se inserite dentro una storia molto più lunga. Il rapporto tra religione e politica negli Stati Uniti – e in particolare il ruolo dell’evangelicalismo e della destra cristiana – non può dunque essere ridotto né allo scandalo di una fotografia né alle polemiche degli ultimi mesi. È una storia più profonda. Ed è stata studiata molto seriamente.
Il Christian Nationalism: chiavi di lettura
Negli ultimi dieci anni lo studio della destra cristiana è diventato uno dei campi più vivaci della riflessione sulla crisi della democrazia americana. Dalla vittoria di Trump del 2016 fino al consolidamento del trumpismo con il secondo mandato, studiosi di diversa formazione hanno provato a rispondere a una domanda comune: quale ruolo svolgono evangelicalismo e cristianesimo conservatore nella costruzione del potere politico negli Stati Uniti?
Un primo problema è capire di che cosa stiamo parlando esattamente e per questo possiamo riferirci alla descrizione empirica del Christian Nationalism elaborata da Samuel Perry e Andrew Whitehead in Taking America Back for God (2020). Il loro contributo segna un passaggio importante: trasforma un fenomeno spesso evocato in termini impressionistici in un oggetto misurabile. Basandosi su sondaggi nazionali e grandi dataset sociologici, gli autori mostrano che il nazionalismo cristiano non coincide semplicemente con la religiosità evangelica. Definisce piuttosto una visione del mondo che salda identità nazionale e identità cristiana, sostenendo che gli Stati Uniti siano nati come nazione cristiana e debbano restare tali. Questo orientamento si associa più frequentemente a diffidenza verso il pluralismo culturale e religioso, nazionalismo etnico, maggiore apertura verso leadership forti e consenso particolarmente elevato per Trump. Ma il punto più importante è metodologico. Perry e Whitehead mostrano che il Christian nationalism non va trattato come una semplice convinzione religiosa, ma come una cultura politica capace di orientare comportamenti collettivi.
I dati non ci dicono però come si forma nel tempo una cultura politica di questo tipo. È il problema affrontato da John Fea in Believe Me (2018), che racconta questo mondo dall’interno. Storico del cristianesimo americano e docente alla Messiah University, una università evangelica della Pennsylvania, Fea interpreta il trumpismo evangelicale come il risultato di una progressiva trasformazione morale di una parte dell’evangelicalismo bianco americano. La tradizione originaria, secondo Fea, non conduceva necessariamente a esiti autoritari. Per una lunga fase storica aveva anzi predicato principi di umiltà, prudenza nell’esercizio del potere e attenzione all’etica pubblica, oltre a una certa diffidenza verso la politica come terreno di compromesso morale. La trasformazione arriva quando una parte crescente dell’evangelicalismo comincia a organizzarsi attorno alla percezione di minacce incombenti: secolarizzazione, cambiamenti demografici, multiculturalismo. E quando la politica viene interpretata come conflitto esistenziale, cresce la disponibilità a sostenere leader forti percepiti come difensori della comunità. Trump intercetta i linguaggi di quel mondo e ne sfrutta le reti e gli strumenti di comunicazione.
Se Fea distingue tra origini ed esiti dell’evangelicalismo politico, Philip Gorski aggiunge un ulteriore passaggio: distinguere il Christian nationalism dalla più antica tradizione americana della “religione civile”. In The Flag and the Cross (2022) Gorski sottolinea che i tradizionali richiami a Dio – dal this nation, under God pronunciato da Lincoln a Gettysburg fino a In God We Trust, presente sulla moneta americana già dall’Ottocento e formalizzato come motto nazionale sotto Eisenhower nel 1956 – potevano convivere con pluralismo religioso e istituzioni liberali. La transizione verso il Christian nationalism introduce una dinamica diversa. La nazione tende a caricarsi di una missione storica quasi provvidenziale. Il conflitto politico assume una dimensione morale assoluta, sacralizzata. L’avversario smette di apparire come un concorrente legittimo e diventa un nemico annidato tra le pieghe del paese. È qui che simboli religiosi e identità politica entrano progressivamente in tensione con la democrazia liberale. Per una parte dell’America la religione civile si trasforma in nazionalismo cristiano.
Ma se questi autori chiariscono le distinzioni teoriche, la domanda storica resta: attraverso quali passaggi politici prende forma questa trasformazione? Per buona parte del Novecento, infatti, molti ambienti evangelical si astengono dal partecipare alla politica nazionale, concentrandosi sulla costruzione di comunità morali separate dallo Stato. La rimobilitazione prende forma prima con Reagan e la Moral Majority, poi con George W. Bush e il suo stratega Karl Rove, che nel 2004 portano alle urne milioni di evangelicals intrecciando voto presidenziale e referendum locali conservatori – specialmente contro i matrimoni omosessuali. Quella stagione consolida la partecipazione politica nella Bible Belt, il grande spazio evangelico del Sud destinato poi a confluire nella più ampia “America profonda” trumpiana. Trump e il suo movimento raccolgono anche questa eredità: la culture war come strumento di mobilitazione identitaria.
C’è però un ultimo problema da chiarire, invero cruciale. Chi organizza questa energia sociale? Chi costruisce la macchina? Chi la finanzia? È la prospettiva adottata da Katherine Stewart. In The Power Worshippers (2020) e Money, Lies, and God (2025) il nodo centrale non è più soltanto la cultura politica, ma l’infrastruttura organizzativa del Christian nationalism inteso come una coalizione stabile capace di tenere insieme reti evangeliche, grandi finanziatori e media conservatori. Stewart insiste soprattutto sul rapporto tra guerra culturale e interessi economici. Dagli anni Settanta una parte del conservatorismo americano comprende che le tradizionali ricette economiche – deregolazione, riduzione del welfare, tagli fiscali – difficilmente costruiscono da sole una maggioranza sociale durevole. Il conflitto si sposta così lentamente dal terreno economico a quello della cultura e dell’identità: la difesa della “vera America”, della comunità minacciata, dei suoi riferimenti religiosi. Aborto, religione nelle scuole, famiglia tradizionale o “decadenza morale” delle élites diventano strumenti di mobilitazione politica. È qui che Stewart colloca il rapporto tra religione, capitale e potere. La religione offre linguaggio morale. Le reti economiche investono risorse. Chiese e media costruiscono organizzazione. Nasce così una “macchina da guerra” capace di trasformare identità culturale e appartenenza religiosa in strumenti di conflitto politico e consenso elettorale. La teologia della prosperità assume un ruolo importante in questo contesto perché salda ricchezza, potere e favore divino dentro una cornice simbolica a forte carica legittimante. Trump, ancora una volta, non crea questo mondo. Lo incontra quando è già costruito.
Una nazione benedetta da Dio?
Dentro questa traiettoria – dalle trasformazioni culturali alle infrastrutture organizzative – si inserisce il recente lavoro di Paolo Naso, Dio benedica l’America (2026), che porta in copertina proprio la fotografia da cui siamo partiti. Naso ricostruisce un percorso di lungo periodo: dalle battaglie creazioniste contro il darwinismo alla Guerra fredda, dalla nascita della destra evangelica organizzata fino al trumpismo. Il suo lavoro si colloca pienamente dentro gli studi sul Christian nationalism, ma ne propone una lettura più politologica e meno culturalista. Lo sguardo si concentra sul modo in cui una visione religiosa acquista continuità organizzativa e capacità di incidere nello spazio pubblico. Per Naso una precisa sequenza conduce alla graduale politicizzazione dell“America cristiana”. Un linguaggio teologico costruisce comunità. Le comunità generano reti capaci di orientare i comportamenti politici. Le grandi chiese evangeliche e il televangelismo accompagnano il processo. La Moral Majority prima, la Christian Coalition poi, contribuiscono a costruire una macchina stabile di mobilitazione elettorale.
Il punto di partenza resta il modo in cui gli Stati Uniti costruiscono la propria identità nazionale. Se il richiamo a Dio ha storicamente accompagnato la religione civile americana, il cristianesimo della destra evangelicale offre una grammatica potente orientata alla mobilitazione politica e alla rilettura della storia nazionale. È dentro questo quadro che acquista rilievo la teologia politica di Paula White, che consente di rafforzare l’autorevolezza del potere con la benedizione divina. Quindi lo sguardo si sposta sul funzionamento concreto della macchina politica. Al vertice le chiese evangeliche partecipano alla costruzione delle coalizioni conservatrici. In basso, sul territorio, le reti religiose accompagnano la mobilitazione elettorale. La questione migratoria mostra bene questi meccanismi. Negli Stati del Sud, dove comunità religiose e conflitto pubblico si intrecciano quotidianamente, il confine meridionale diventa uno spazio di guerra nel quale fede e politica combattono per fermare gli “invasori”. Naso insiste anche su una dimensione spesso trascurata. Il fondamentalismo evangelico americano non opera soltanto dentro gli Stati Uniti. Il sionismo cristiano e alcune letture escatologiche del Medio Oriente contribuiscono a orientare il modo in cui una parte del conservatorismo americano legge conflitti e alleanze strategiche. La centralità geopolitica attribuita a Israele mostra quanto immaginario religioso e politica internazionale possano intrecciarsi.
Emerge così la tesi di fondo di Dio benedica l’America. Il Christian nationalism – la saldatura tra identità religiosa e progetto politico nazionalista – non è solo una cultura politico-religiosa, ma una infrastruttura capace di organizzare consenso, mobilitare partecipazione e lasciare effetti durevoli negli equilibri istituzionali. Capire il rapporto tra fede e politica negli Stati Uniti significa allora osservare come religione, organizzazione e conflitto attraversino la vita pubblica americana.
Verso il 4 di luglio
A questo punto anche la fotografia da cui siamo partiti cambia significato. Non è più il segno improvviso di una torsione. È il punto di arrivo di una trasformazione costruita nel tempo. Trump eredita linguaggi religiosi, reti organizzative e forme di mobilitazione sedimentate per decenni. Le assorbe nel proprio movimento e le porta al centro del potere americano. È anche questo che rende il fenomeno più difficile da liquidare con ironia. Il prossimo 4 di luglio, nelle sfarzose celebrazioni per il 250° anniversario della nascita degli Stati Uniti, questa lunga traiettoria troverà una nuova rappresentazione pubblica. Non sappiamo se il presidente cingerà la corona o la tiara, o magari entrambe. Sappiamo però quale immaginario politico accompagnerà quel gesto. «Dieu me l’a donnée, gare à qui la touche!»
Bibliografia
Paolo Naso, Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump, Claudiana 2026
Katherine Stewart, Money, Lies, and God. Inside the Movement to Destroy American Democracy, Bloomsbury Publishing, 2025§
Philip S. Gorski, Samuel L. Perry, The Flag and the Cross: White Christian Nationalism and the Threat to American Democracy, Oxford University Press, 2022
Katherine Stewart, The Power Worshippers: Inside the Dangerous Rise of Religious Nationalism, Bloomsbury Publishing 2020
Andrew L. Whitehead, Samuel L. Perry, Taking America Back for God: Christian Nationalism in the United States, Oxford University Press 2020
Kristin Kobes Du Mez, Jesus and John Wayne: How White Evangelicals Corrupted a Faith and Fractured a Nation, Liveright Publishing (W. W. Norton & Company) 2020
John Fea, Believe Me: The Evangelical Road to Donald Trump, William B. Eerdmans Publishing Company, 2018.
