Ottorino Cappelli è docente di Politica comparata presso l’Università di Napoli L’Orientale. Ha scritto, da ultimo, “Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano” (Editoriale scientifica, 2026).
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Forse nelle elezioni midterm la spunteranno i democratici. Ma la partita sarà assai complessa. La democrazia non è il sistema in cui un partito vince le elezioni ma quello in cui chi perde accetta la sconfitta. E negli Stati Uniti non è così. Perché Trump ha costruito la propria strategia per non perdere, o per non accettarlo: la sconfitta sarebbe frutto di una frode o della sovversione comunista. Da evitare con ogni mezzo.
Le elezioni di midterm si avvicinano. E Trump non può perderle. Nel suo sistema e nella ideologia che lo sostiene la sconfitta elettorale non è un’alternanza ma un’usurpazione che va evitata con ogni mezzo, anche ridisegnando i collegi elettorali, limitando la platea dei votanti, diffondendo il sospetto di brogli, creando le condizioni per rinviare le elezioni in stati chiave. L’importante è non lasciare il voto in mano agli elettori.
Trump è seduto alla scrivania della Sala Ovale mentre una decina di leader religiosi gli impongono le mani in preghiera. La scena, in noi europei, suscita ilarità, ma non può essere liquidata con ironia. Quella scena – e l’alleanza che esprime – è il punto di arrivo di una trasformazione costruita nel tempo. Trump ha ereditato linguaggi religiosi, reti organizzative e forme di mobilitazione risalenti e le ha portate al centro del potere.
Trump non è un “folle”, ma ha una visione molto lucida dell’utilità politica delle guerre. Di alcune si serve per dire che le chiude. Altre le usa per mostrare che domina il proprio emisfero. E quelle che diventano un problema cerca di usarle come veicolo di una politica interna dell’emergenza per intaccare il nucleo – minimo, ma essenziale – della democrazia.
Neli Stati Uniti è in corso un conflitto tra il progetto politico di un esecutivo forte e senza regole e un sistema giudiziario politicizzato e ambiguo (in parte strumento, in parte argine del progetto autoritario). È un classico delle democrazie attraversate da spinte illiberali. Ma negli Stati Uniti la frammentazione dei poteri lo rende più aspro. C’è da credere che la “guerra a pezzi” di Trump contro la magistratura sia solo all’inizio.
Negli Stati Uniti la politica si sta riorganizzando attorno al paradigma dell’emergenza. Il secondo mandato di Trump porta al limite una tendenza latente da decenni, mostrando che la fragilità dell’ordine americano non sta tanto nella forza dei poteri presidenziali quanto nel loro fondamento: un sistema che dipende dal senso del limite di chi lo guida diventa vulnerabile quando incontra un presidente che quel limite lo rifiuta.
La sola lettura psicologica dell’oerato di Trump è fuorviante. Il presidente statunitense agita il caos, ma il trumpismo non è la proiezione di una mente malata bensì il prodotto di una trasformazione lunga e riconoscibile. Ridurre tutto all’equilibrio mentale di Trump significa non vedere il disegno politico che sta rivoluzionando.