Un fantasma si aggira per gli Stati Uniti: è il socialismo?

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La paura dei rossi, sebbene oggi non così diffusa tra la popolazione statunitense, è inoculata in dosi sempre più massicce nel Paese dal traballante Trump, che teme una débâcle, quanto meno alla Camera, nelle elezioni di medio termine che si terranno il 4 novembre. E una conseguente possibilità di esser portato di fronte a una procedura di impeachment, se i numeri in Parlamento dovessero essere sufficienti (e se il Partito Democratico volesse praticarla).

Nel novembre 2025, Trump ha istituito una “Settimana dell’anticomunismo” con annesse dichiarazioni: «Per più di un secolo, il comunismo non ha portato altro che rovina. […] Nuove voci ora ripetono vecchie bugie, ammantandole nel linguaggio della “giustizia sociale” e del “socialismo democratico”, eppure il loro messaggio rimane lo stesso: rinunciare alla propria libertà, riporre la propria fiducia nel potere assoluto del governo, e scambiare la promessa rassicurante di prosperità col controllo totale. L’America rifiuta questa dottrina malvagia». Tutto questo ardore di Trump (e anche di alcuni del Democratic Party, come l’associazione Third Way, gli aziendalisti anti-radicali alla ricerca della “Terza Via”) contro i comunisti potrebbe anche avere un collegamento col quadro economico-sociale degli Stati, che si sta sempre più deteriorando, a causa della “guerra ai poveri” dell’amministrazione Trump e di quelle esterne, che succhiano sempre più risorse (anche se finora è assente nel Paese un movimento forte e diffuso contro la guerre esportate da Trump). Niente di nuovo comunque sotto il cielo degli Stati Uniti: nel 1917-1920 e negli anni Cinquanta del secolo scorso due “Red Scare” (“pericoli rossi”) attizzarono il fuoco contro “un’ideologia straniera” e attivarono repressioni dei dissidenti.

Oggi il bersaglio principale della crociata contro la sinistra sembrerebbero essere i Democratic Socialists of America (DSA). Un Partito che negli ultimi anni ha rafforzato la propria presenza nei Sindacati e nelle Istituzioni. I DSA sono una delle filiazioni della diaspora del 1973 del Socialist Party of America (SPA), la cui storia è stata illuminata dal più importante organizzatore sindacale e politico degli Stati Uniti: Eugene Debs. Fuochista a 16 anni, leader del sindacato American Railway Union (ARU) che organizzò lo sciopero dei treni Pullman del 1887, quando Debs fu imprigionato una prima volta. In seguito, tra i fondatori nel 1905 dell’Industrial Workers of the World, il sindacato soprattutto dei lavoratori migranti che lasciò presto per divenire candidato per sei volte a Presidente degli USA per il SPA, ottenendo nel 1912, contro i sei milioni del vincitore Woodrow Wilson, ben 901.000 voti (il 6%). Percentualmente il maggior successo che un candidato socialista abbia mai riscosso negli USA. In quell’occasione, il suo vicepresidente designato era Emil Seidel, sindaco di Milwaukee (scriveremo ancora di questa città). Debs fu poi condannato a 10 anni di reclusione per un discorso del 1918 contro la guerra mondiale e a favore degli obiettori di coscienza. Graziato dopo due anni e mezzo, uscì di prigione logorato da una malattia cardiaca, aggravata dal periodo di detenzione, di cui morì. In quel periodo, i socialisti dello SPA erano prevalenti in alcuni importanti sindacati, tanto da rappresentare un terzo di un’assemblea congressuale dell’americana Federation of Labor (il sindacato di allora, ancor oggi il principale nel mondo del lavoro degli USA). E nel 1912 avevano 1.200 eletti in 340 città, e 79 sindaci in 24 Stati. Oggi i loro successori, i DSA, hanno più di 100.000 iscritti a livello nazionale, tanti quanti ne ebbero al massimo i comunisti statunitensi del CPUSA prima della seconda guerra mondiale e poco meno dei 135.000 che ne tesserava attorno al 1910 il SPA. Nei DSA si potrebbe intravedere una divisione interna in cui, schematicamente, da una parte ci sono alcuni istituzionali, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), criticata dal Partito per alcuni voti parlamentari; dall’altra i/le movimentisti/e, quelli che hanno scritto il documento programmatico di cui parleremo.

La strada ai DSA l’ha aperta Bernie Sanders con la sua partecipazione come indipendente alle primarie del Democratic Party (DP), sia nel 2000 che nel 2004. Una diffusa campagna elettorale, una ventata d’aria fresca in un panorama politico asfittico, aveva portato all’impegno politico a suo sostegno migliaia di persone (tra cui moltissimi giovani) e l’aveva portato non lontano dalla nomina a candidato presidenziale nel 2016 e nel 2020. Nel primo caso appoggiò infine comunque Hillary Clinton tra i fischi di numerosi suoi sostenitori, mentre nel secondo caso fu accerchiato dal ritiro degli altri candidati in favore della elezione di Biden. Il programma di Sanders era in molte sue parti una summa della miglior tradizione delle lotte sociali statunitensi e un richiamo forte alla tradizione dello Stato sociale della vecchia socialdemocrazia europea.

L’ingresso in politica di Alexandria Ocasio-Cortez AOC è raccontato dal film di Neflix del 2029 Knock Down the House (in italiano: Alla conquista del Congresso), che illustra la formazione di quattro donne per prepararle a sfidare i consolidati rappresentanti istituzionali del DP finanziati da grandi gruppi di potere. Anche Cori Bush, un’altra eletta al Congresso dal 2021 al 2025, ha fatto parte della stessa iniziativa di nuovi e giovani politici “promettenti” realizzata dai comitati di azione politica che sostengono candidati alternativi a quelli dell’establishment del DP. AOC vinse le primarie del DP nel suo distretto e poi inevitabilmente le elezioni (NY è una roccaforte democratica). Dal 2018 si fa strada alla Camera, un po’ singolarmente, con grande capacità di utilizzo dei social, un po’ a fianco di Sanders, con cui recentemente ha condotto con una campagna di affollati comizi in giro per il Paese. Una sua candidatura alle primarie presidenziali del 2028 del DP non sembra esser vista bene da alcuni del suo Partito, tanto che uno dei principali ideologi del DSA (il professor Eric Blanc) propone, se AOC rifiutasse, di presentare alle primarie del DP un/a candidato/a qualunque che incarni simbolicamente la classe lavoratrice.

Nel contempo, i DSA o i loro politicamente contigui, hanno ottenuto successi indubbi: dalla carica di sindaco della città di New York di Zohran Mamdani, ai/alle componenti (oggi in 8) della cosiddetta Squad (squadra) alla Camera; ai molti seggi nei Consigli comunali, soprattutto di città amministrate dai Democratici (come Chicago, Minneapolis e New York); alle ultime vittorie, che hanno avuto grande risonanza, nelle primarie odierne del DP per il Parlamento, dove sono passati otto candidati dei DSA, iscritti o vicini politicamente (come gli appartenenti al Sunrise Movement e i cosiddetti Uncommitted nella primarie del DP nel 2024). Non sempre, tipico il caso di New York, appoggiati anche da sezioni locali di sindacati e dal Working Families Party (un partito di riferimento di comunità, associazioni e sezioni sindacali). A Jacksonville (Florida), Angie Nixon ha battuto Alex Vindman, accusatore di Trump nel primo tentativo di impeachment per lo scandalo dell’Ucraina del 2019, che godeva, come di consueto, di risorse per la campagna elettorale 16 volte maggiori di lei. Nixon ha anche evidenziato un problema generale dei DSA delle difficoltà nel voto di ispanici e neri. Tutti queste vittorie “socialiste” sono il frutto di campagne elettorali supportate da pochi soldi ma da tanti militanti in giro per le città (in genere giovani e universitari) a parlare di problemi impellenti come il lavoro, la sanità, il costo della vita, la critica dei miliardari che pagano poche o nulle tasse. E l’appoggio ai sindacati, malgrado alcuni di essi abbiano sostenuto, come a New York con Cuomo, i candidati dell’establishment.

I riferimenti politici dei DSA non paiono essere soprattutto il barricadiero Debs quanto l’esperienza del suo vicepresidente delle presidenziali del 1912. Lo si è visto nel comizio della vittoria di Mamdani nel gennaio scorso, iniziato con la frase di Debs «Posso vedere l’alba di un giorno migliore per l’umanità», e poi richiamante l’esperienza di Milwaukee (nel Wisconsin), dove il SPA elesse tre sindaci socialisti (in pratica dal 1910 al 1960), facendone un’isola di amministrazione pro-lavoratori, con le cosiddette politiche di sewer socialism (“socialismo delle fogne”). Un termine, inteso inizialmente in tono dispregiativo, ma poi utilizzato anche da loro per vantarsi del fatto che in quella città le acque nere erano trattate in modo efficace ed igienico (cosa che non accadeva allora per decenni in altre grandi città degli USA). Un’ottica pragmatica, di dar utile soluzione anche ai piccoli problemi, cercando di attuare un socialismo pratico che apre, come sta facendo Mamdani, negozi comunali con beni alimentari a buon mercato, tappa le buche delle strade di New York, attiva le necessarie manutenzioni dei beni pubblici dei quartieri, fa una lotteria tra le etnie per favorirne la partecipazione civica e conquistarsi una nuova altalena nel parco giochi ecc. Ma anche congela per qualche anno gli affitti degli alloggi popolari e cercherà di realizzare 200.000 nuovi appartamenti a canoni accessibili, combattendo la speculazione di immobiliaristi come lo fu, a New York, il padre di Trump. Tutto ciò nel difficile equilibrio di tenere insieme le disparate giuste esigenze delle varie etnie. E magari coinvolgerle nella decisionalità cittadina, con una vaga reminiscenza del bilancio partecipativo di Porto Alegre, un’esperienza brasiliana anni fa assai popolare. L’idea di alcuni dei suoi sostenitori (anche di Mamdani?) è di far tornare in campo i 104.400 volontari della sua campagna che hanno bussato a 3 milioni di porte, di modo che «le voci della classe lavoratrice newyorkese siano le forze trainanti delle decisioni che plasmano le loro vite». Per il momento, una politica che faccia pagare tasse scandalosamente basse ai ricchissimi si è presto infranta di fronte al veto della governatrice democratica dello Stato; poi, in versione ridotta di “tassa sui pied-à-terre“, le seconde case con un valore superiore a 5 milioni di dollari, avversata da tutti i riccastri e i loro sostenitori della magistratura e della politica, a partire da Trump, che ha case simili in città.

Una storia non nuova quella del potere elettorale di ricchi, che negli USA ha raggiunto apici inverosimili contro i candidati progressisti (contro El-Sayed, vincente nelle primarie in Michigan per il Senato, sono stati impiegati 32 milioni di dollari, soprattutto da settori pro-Israele dell’economia). Ma anche un’altra storia non nuova: quella della difficoltà di gestire una macchina amministrativa di una grande città, dove, tra l’altro, tra i 300.000 dipendenti pubblici ci sono anche migliaia di agenti della polizia municipale, certo non in maggioranza a favore di Mamdani e protagonisti di attacchi alle lotte sociali cittadine. Ciò che corre il rischio – come afferma la rivista Jacobin, dell’area dei DSA – «di riprodurre un modello conosciuto: un’amministrazione progressista circondata da élite ostili, blocchi procedurali e una base sociale che si mobilita ogni pochi anni solo per smobilitare una volta iniziato il solito governo compromesso con l’establishment», quando tale base sociale sarà esclusa del tutto dal potere effettivo delle città.

Ma veniamo infine al programma elettorale presentato dal DSA a giugno che raffigura una società futura socialista, uno scritto che ha attirato fulmini e saette a destra e a manca. En passant, lo stesso – inavvertitamente? – non era avvenuto così fortemente per il Project 2025, preparato dalla Heritage Foundation per il governo di Trump nel 2014. Una “bibbia”, in cui sono presenti tutti i revanscismi anti-popolari e anti-democratici di difesa della libera impresa e dei “valori americani tradizionali” (un termine ridicolo per un Paese che ha solo 250 di vita). Pure corredata da un sito dove osservare i grandi risultati finora raggiunti coi provvedimenti presi da Trump. Ma cosa c’è nel programma di 25 pagine dei DSA, scritto nella primavera del 2026 coinvolgendo anche esterni al partito, che viene utilizzato da Trump e dai suoi sodali per cercare di terrorizzare il popolo votante (come se i rivoluzionari intendano ballare nel salone della nuova ala della Casa Bianca in costruzione, così come alcuni conquistatori del Palazzo d’Inverno nel 1917 approfittarono delle comodità del biliardo dello zar)?

In prima pagina, in rosso, il titolo “Workers deserve more!” (“I lavoratori meritano di più!”) e il pugno chiuso introducono un viaggio nel futuro socialista in cui una persona avrà la pensione, la sanità, il cibo, l’istruzione, i trasporti gratuiti, «non imprese a scopo di lucro ma beni e servizi comuni». E, con la fine del capitalismo, tutti avranno tanto tempo per sé, le loro famiglie, i loro interessi. Segue un breve sunto della drammatica situazione degli Stati Uniti odierni: guerra, autoritarismo e mancanza di servizi pubblici eguali per tutti. Ciò a causa – si afferma – del Partito Repubblicano ma anche del Partito Democratico «che dorme al volante». «Entrambi finanziati dalla stessa classe criminale di miliardari e profittatori di guerra». Da qui il ruolo dei DSA, che stanno costruendo un Partito «il cui obiettivo è una società democratica della classe lavoratrice», «trasformare la società, vincere la battaglia per la democrazia, elaborare una nuova Costituzione e creare una repubblica socialista democratica». Infine, si elencano obiettivi – è difficile riportarli tutti – come 32 ore di lavoro settimanale, istruzione pubblica gratuita, assistenza sanitaria universale, costruzione di alloggi sociali, rafforzamento delle leggi contro le discriminazioni, smilitarizzazione della polizia, transizione verso un futuro verde, fine del ruolo di guerra degli USA nel mondo, Palestina libera con Gerusalemme capitale, fine degli embarghi ad altri Paesi, abolizione dell’ICE, diritto di voto per tutti, autodeterminazione dei territori soggetti agli USA, sostituzione del Presidente e della Corte Suprema con un esecutivo e un sistema giudiziario scelti e subordinati al Congresso, abolizione del Senato, sistema elettorale proporzionale, proprietà pubblica delle più grandi aziende essenziali, aumento il potere dei lavoratori nelle imprese e democratizzazione dei sindacati. Sarebbe senz’altro un bel salto in avanti, rispetto all’oggi! La risposta del programma dei DSA è quella giusta. L’utopia non è mai inutile. Tanto più se saranno confermati i sondaggi che danno il socialismo in grande spolvero, soprattutto tra i giovani. E il capitalismo in declino di consenso (pertanto solo nella versione dell’avidità insaziabile dei Paperoni delle multinazionali). Una speranza trascinante quella che il fantasma del socialismo non s’aggiri solo discretamente ma entri nelle urne elettorali e sopratutto s’inveri nelle lotte per le conquiste sociali e la difesa della democrazia (anche se un altro fantasma si aggira negli Stati Uniti: quello della mancata accettazione di un’eventuale sconfitta da parte di Trump).

Gli autori

Ezio Boero

Ezio Boero, nato a Torino nel 1954, si è laureato in Scienze politiche con una tesi su “Politica dei trasporti e sviluppo urbano: il caso torinese”, ha fatto attività politica, sindacale e ambientalista. Da ultimo ha pubblicato “Storia sociale e del lavoro degli Stati Uniti”, StreeLib, 2019 (aggiornato nel 2023).

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