Oltre Askatasuna: un confronto che deve proseguire

Download PDF

1. Dello sgombero di Askatasuna e delle vicende che ne sono seguite abbiamo, in queste pagine, ampiamente parlato. In particolare ci siamo occupati, da ultimo, del corteo torinese del 31 gennaio di cui molto – forse troppo – si è detto, soprattutto deprecando gli scontri in esso intervenuti con toni per lo più sopra le righe. Eppure, nonostante le apparenze (indotte dalle amplificazioni politiche e mediatiche e dalla ripetizione ossessiva di due o tre immagini e filmati, sempre gli stessi), la manifestazionecome altre nelle ultime settimane – non è stata, in punto scontri tra polizia e manifestanti, molto diversa da quelle dei decenni scorsi che, anzi, sono state spesso assai più violente, come ben sa chiunque abbia vissuto (o anche solo letto sui giornali o sui libri di storia) le tappe principali della storia del nostro dopoguerra. Basti ricordare – per limitarsi ad alcuni casi eclatanti – i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti, la sommossa di Genova del luglio 1960, gli scontri di piazza Statuto e di corso Traiano a Torino del 1962 e del 1969 o, ancora, alcune manifestazioni del 1968 e, poi, del 1977 a Roma, Bologna e altrove, nonché, più di recente, le giornate del luglio 2001 a Genova. Ma anche, su altro versante politico, i “moti” di Reggio Calabria e il movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971, paralizzarono la città per sei mesi con sei morti, assalti alla questura e alla prefettura, carri armati sul lungo mare. E basti guardare ai numeri, che hanno la testa dura: tra il 1946 e il 1977 si sono contati, nel nostro Paese, ben 155 morti (14 tra le forze di polizia e 141 tra i dimostranti) in manifestazioni di piazza. A non diverse considerazioni si perviene – è bene sottolinearlo – se si guarda al panorama internazionale, da ultimo all’Iran le cui immagini (celebrate dalla nostra stampa di ogni colore) hanno proposto, in un impressionante crescendo, auto rovesciate e incendiate, colonne di fumo che salivano verso il cielo, giovani col volto coperto che lanciavano sassi all’indirizzo della polizia e cariche di quest’ultima. Immagini – tutte – incomparabilmente più violente di quelle della piazza di Torino. Non si tratta – lo abbiamo detto e ridetto – di minimizzare, ma di contestualizzare e di cercare di capire (cosa che, seppur decisiva, sembra interessare pochi).

2. La novità delle manifestazioni più recenti nel nostro Paese – e di quella torinese del 31 gennaio tra le altre – non sta tanto nelle loro modalità ma nel contesto in cui sono intervenute. Un contesto nel quale sono cambiati in buona parte i protagonisti: non più (almeno in prevalenza) operai e braccianti sostenuti da grandi organizzazioni politiche e sindacali, come nella seconda metà del secolo scorso, ma (sempre in prevalenza) antagonisti, lavoratori della logistica (spesso di origine straniera), studenti e attivisti ambientali (a cominciare dagli odiati No Tav), considerati, dopo il fallimento dell’iniziale tentativo dell’establishment di blandire i Fridays for Future e l’irruzione sulla scena di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione, dei pericolosi sovversivi. Un contesto, inoltre, in cui i manifestanti sono per lo più privi di sponde nella politica e isolati dai media, che, pur in presenza di un conflitto di bassa intensità, veicolano la vulgata di una situazione di particolare gravità. Fino a punte grottesche, come l’evocazione continua del pericolo anarchico o, addirittura, dell’“attacco al cuore dello Stato” realizzato con l’imbrattamento, con vernice lavabile, dell’ingresso del Senato (sic!). È, a ben guardare, il contesto della crisi della democrazia, evidenziata dalla fuga dal voto e dalla caduta della partecipazione, a cui il potere risponde con la strumentalizzazione della paura, la considerazione dell’antagonismo alla stregua di un delitto e degli antagonisti come “nemici della società” e una repressione crescente.

3. La repressione indiscriminata non è una risposta necessitata e, anzi, non è sempre stato così. Basti pensare all’amnistia politica concessa con l’art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970, intervenuta all’esito di un periodo in cui, solo nell’ultimo quadrimestre del 1969, erano state denunciate – secondo i dati del ministero dell’interno (contestati nel dibattito parlamentare in quanto errate per difetto) – 8.396 persone per 14.036 reati: 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici, 1.376 per interruzione di pubblici servizi e via seguitando. L’amnistia venne concessa per tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, addirittura per la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti e il porto illegale di armi o parte di esse. Disse, allora, il relatore della legge autorizzativa dell’amnistia che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un’epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni».

4. Ma torniamo allo sgombero di Askatasuna e al corteo del 31 gennaio per tirare le somme delle principali questioni che restano sul tappeto e sulle quali bisognerà tornare in una prospettiva generale: a) la vicenda di Askatasuna ha, anzitutto, mostrato un inedito protagonismo del Comune di Torino che ha avviato un dialogo con il collettivo di Askatasuna e con altre realtà del territorio per sviluppare in chiave partecipata l’esperienza del centro sociale: il tentativo è rientrato di fronte alle prime difficoltà, ma resta l’indicazione di un’altra strada possibile nel governo delle città; b) il progetto del Comune di Torino e del collettivo del centro sociale è stato bruscamente interrotto dallo sgombero imposto dal ministro dell’interno e dalla questura: un intervento a freddo fatto contro la città più che contro gli (ex) occupanti, nella piena consapevolezza, anche per le modalità che lo hanno caratterizzato, delle conseguenze che ne sarebbero derivate; c) la prevaricazione governativa e la militarizzazione della città hanno prodotto una reazione superiore alle previsioni: si sono susseguite assemblee e manifestazioni imponenti sino ad arrivare, il 31 gennaio, a un corteo di 50.000 persone (con una partecipazione assolutamente eterogenea), che nessuno avrebbe pensato possibile in solidarietà a un centro sociale e che conteneva in nuce potenzialità di alleanze inedite anche in prosecuzione delle manifestazioni pro Pal dell’autunno; d) in conclusione del corteo ci sono stati – come si è detto – scontri significativi, con atti di violenza, da parte di manifestanti, «lontani dal costume, dalla cultura, dai comportamenti di chi opera per un’alternativa al liberismo», favoriti da una gestione dell’ordine pubblico tanto maldestra da apparire sospetta (è l’ex capo della polizia Gabrielli a evocare una gestione da talk show o da bar sport) e contrassegnata da cariche e pestaggi indiscriminati anche nei confronti di passanti; e) più ancora di altre volte, i commenti della politica e dei media (con rarissime eccezioni) si sono concentrati, con toni apocalittici, sull’episodio delle percosse in danno di un agente di polizia ponendo una censura pressoché totale su ogni altra ricostruzione e immagine (a cominciare dalle fotografie e dai filmati di passanti insanguinati e dalla testimonianza di una giornalista freelance, presente al pestaggio, inascoltata dai più e, anzi, ricoperta di insulti e minacce).

5. Lo sgombero di Askatasuna e il corteo del 31 gennaio lasciano, dunque, dietro di sé una scia di questioni aperte su cui il confronto dovrà continuare. Tra esse spicca quella della violenza nel corso di manifestazioni, su cui un supplemento di riflessione è necessario: non per cedere alle provocazioni di chi, sostenendo e praticando continue violenze istituzionali (e non solo), non ha alcun titolo né morale né politico per farlo, ma per un’esigenza interna ai movimenti. Un’esigenza già emersa nei primi anni 2000 e affrontata con importanti contributi (tra cui il denso libretto Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo, con interventi di F. Bertinotti, L. Menapace e M. Revelli, Fazi, 2004), ma poi lasciata incomprensibilmente cadere. Per meglio canalizzare tale confronto può essere utile sintetizzare alcuni spunti emersi negli scritti sinora pubblicati. Primo. La violenza è un arcipelago variegato, presente da sempre, in maggiore o minor misura, nelle piazze (come immortalato nell’“assalto al forno” dei Promessi Sposi e recepito finanche nel codice penale fascista che prevede un’attenuazione di pena, a determinate condizioni, per chi abbia “agito per suggestione della folla in tumulto”). Scambiare l’imbrattamento di un muro o l’effrazione di un vetro con l’aggressione fisica a una persona non fa un buon servizio alla verità. Come non lo fa confondere uno striscione con un’arma, l’asta di una bandiera con un coltello. La violenza su donne e uomini è altro rispetto a quella sulle cose: sotto il profilo morale e sotto quello giuridico. Il discrimine – intuitivo – sta nella dignità e nell’integrità delle persone. Secondo. La violenza di cui qui si parla è, evidentemente, quella esercitata contro le persone. È con riferimento ad essa che si pone l’imperativo di “restare umani, di non disgiungere i mezzi dai fini (anche perché le lezioni della storia hanno dimostrato che i nuovi assetti politici risentono del surplus di violenza che li ha generati e sono a immagine e somiglianza del modo in cui sono stati edificati), di non diventare simili, nella disumanità, a chi si vuole contrastare. Si tratta di questioni ineludibili che non possono essere superate semplicemente ignorandole, come ha fatto Askatasuna nel comunicato “Il futuro comincia adessodiramato nell’immediatezza dei fatti. Terzo. C’è, infine, la questione, tutta politica, del rapporto tra l’esercizio della violenza e gli obiettivi politici perseguiti. Il problema non si pone per la componente, reale ma minoritaria, definita da Sergio Bologna dell’intifada importata, che «non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria, che è una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore, spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine», ma si pone per il resto del movimento, chiamato a una scelta non esorcizzabile tra prospettive diverse e incompatibili: cedere al primato della comunicazione e accontentarsi di occupare comunque le prime pagine dei giornali (magari coltivando una concezione estetica e narcisistica della violenza come veicolo di esaltazione di sé, tristemente simile al cedimento al fascino della guerra che ha sedotto in altri tempi parti della sinistra); perseguire una politica, pur difficile, di alleanze tra diversi, confrontandosi sulle modalità di stare in piazza, di agire un “si parte insieme e si torna insieme” caratterizzato da rispetto reciproco e interessato a definire obiettivi comuni e a coniugare antagonismo e solidarietà; andare da soli a uno scontro, illudendosi di essere l’avanguardia di un mondo che non c’è, come sembra trasparire da alcuni documenti diffusi dal movimento all’indomani del 31 gennaio..

6. In tale confronto, che avvieremo anche raccogliendo in un’apposita TALPA i materiali fino ad oggi comparsi in queste pagine, c’è più che mai bisogno del concorso di intellettuali liberi e capaci di guardare al reale con occhi sgombri da pregiudizi. Merce rara, purtroppo, in un’epoca in cui, addirittura, la procuratrice generale di Torino, ergendosi a maestra di vita e di politica, definisce chi non si allinea al pensiero unico «un’area grigia che rinuncia a svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto» (sic!) e va di moda un umore antisociologico per il quale è connivenza ogni sforzo di capire, spiegare, discutere e adoperarsi per tutelare la coesione sociale e prevenire la violenza. Ragionare pare richieda troppo sforzo, ma noi continueremo, ostinatamente, a provarci.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Oltre Askatasuna: un confronto che deve proseguire”

  1. Condivisione totale.
    Molte delle riflessioni di Pepino sono state fatte da me in più occasioni e, in particolare, con chi voleva negare i limiti politici (simmetrici a quelli del potere) degli ‘antagonisti).
    Grazie per la chiarezza e l’onestà intellettuale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.