Torino: chi specula sull’“area grigia”

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Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)

L’Italia è un paese bloccato. La produttività e i salari ristagnano da decenni, le disuguaglianze crescono, i giovani se ne vanno. Crescono le disparità territoriali, a danno del Mezzogiorno e delle aree interne, ma anche l’antica roccaforte industriale torinese è in grave sofferenza. Subito l’espianto di un’azienda che non troppo tempo fa contava 100 mila addetti, più 40 mila nell’indotto, la città si è difesa come poteva. Le amministrazioni locali di centrosinistra, pur nei limiti tracciati dal paradigma neoliberale, hanno creato infrastrutture, adeguato la mobilità, migliorato l’attrattività turistica, promosso grandi eventi e ancora. Ma attutire una crisi non è risolverla. Anche perché sul versante delle imprese le pregiate novità sul piano dell’innovazione non hanno compensato la ritirata dell’automotive.

Della sofferenza di Torino e dei danni inferti alla coesione sociale ha dato conto la relazione del procuratore Musti all’inaugurazione dell’anno giudiziario, tracciando un elenco di criticità in cima al quale, ancor prima della microcriminalità che allarma i cittadini, ha posto le responsabilità di “imprenditori e colletti bianchi – i quali scientemente e coscientemente – interagiscono e fanno affari con la ‘ndrangheta”. La relazione continua indicando il disagio delle “periferia post-industriale” e la condizione delle generazioni più giovani, specie se appartenenti a famiglie più fragili, attratte da ogni sorta di attività criminali, anche di considerevole gravità. Non è mancato il tema dell’ordine pubblico. Turbato da una nutrita sequenza di “danneggiamenti, lesioni, resistenze, violenze private, impedimento della libera circolazione, interruzioni di pubblico servizio”, e perfino da un episodio di “guerriglia urbana” tra il 3 e 4 ottobre scorso. I fatti sono fatti. Se non che, il procuratore ha aggiunto alla denuncia una singolare chiamata di correo per la upper class, ove alcuni “con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio” costituirebbero un’“area grigia”, che rinuncia a “svolgere un illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto”.

Il punto, guarda caso, ha suscitato l’attenzione dei media e di alcuni ambienti politici ben più delle collusioni mafiose. A chi allude il procuratore? Tra chi più ha contribuito ad alleviare il disagio della città spiccano la scuola e le due università, nonché il rigoglioso tessuto associativo, che annovera il Gruppo Abele, Libera, l’Unione culturale, il polo del Novecento, Volere la luna, le parrocchie, il volontariato cattolico e altri ancora.

Si situano su questo sfondo le vicende che hanno visto protagonista il centro sociale Askatasuna. Nato nel 1996, occupando un edificio pubblico abbandonato, il centro è salito agli onori delle cronache e dell’azione giudiziaria per una serie di episodi violenti, per lo più avversi alla costruzione dell’alta velocità in Val di Susa. Nei suoi trent’anni di vita, la componente, diciamo più estrema, del centro ha però subito una progressiva attenuazione, consentendogli di divenire un’apprezzata istituzione a servizio del quartiere: attivo nella stagione del Covid, è diventato luogo di doposcuola, attività teatrali, concerti, convegni. Pertanto, il Comune ha avviato un percorso d’istituzionalizzazione analogo a quello svolto a Napoli all’Albergo delle povere. Ci ha messo la faccia un gruppo di stimati intellettuali facendosi garante del processo. Finché la mattanza di Gaza non ha risvegliato l’anima antagonista. Ne ha tratto motivo il ministro degli interni per sgombrare il centro, blindare il quartiere e bloccare l’integrazione. Ne è seguito una prima manifestazione che ha coinvolto il quartiere, pacifica, pur se conclusa da petardi e cassonetti incendiati da un lato e lacrimogeni e manganellate dall’altro. La replica è andata in scena il 31 gennaio, quando decine di migliaia di persone hanno traversato il centro di Torino, finché un gruppo folto di antagonisti non ha concluso la sfilata con una nuova esplosione di violenza.

La violenza non ha giustificazioni. Ed è controproducente. Turba l’opinione pubblica e legittima gli istinti repressivi di Governo e maggioranza. Ha guastato una grandiosa festa popolare. Non fosse che, col passare dei giorni, resoconti più circostanziati, a cominciare da quelli di Rita Rapisardi, hanno smentito distorsioni mediatiche e politiche. Gli antagonisti hanno innescato la violenza, ma le forze dell’ordine non sono esenti da responsabilità. Non hanno in partenza isolato i potenziali violenti, peraltro identificabili dal loro abbigliamento e dai passamontagna, e si sono lasciate andare a brutalità esagerate contro manifestanti pacifici, con curioso contorno di foto manipolate. L’immagine dell’agente a terra e brutalmente malmenato impressiona tanto quelle di un anziano abbandonato sanguinante per strada e di un fotografo anche lui a terra, manganellato dagli agenti.

Prontamente il Governo ha evocato il fantasma delle Brigate Rosse e colto l’occasione per adottare nuove misure repressive. Per chi a queste si oppone resta invece l’obbligo d’interrogarsi sulla persistenza di un grumo di antagonismo violento. Non è una scusa che i poteri dello Stato siano al momento adoperati in maniera oltremodo violenta: sgomberi, carceri, accanimento sui migranti ecc. Non è una scusa nemmeno lo spregio in cui sono tenute le giovani generazioni, che è una forma estrema di violenza. La rabbia si spiega, ma la violenza non è uno sfogo appropriato. Perché manca una protesta pacifica e matura, senza residui violenti, come quella di Minneapolis? E ora di discuterne senza reticenze. A quanto pare Askatasuna ci sta provando.

Infine, respingendo le accuse di corresponsabilità rivolte ai manifestanti pacifici, viene il tema dell’area grigia additata dal procuratore. Che finora ha solo stimolato le ingenerose insinuazioni di qualche accademico in cerca di visibilità mediatica e forse di accreditamento politico. Si è fatto qualche nome di colleghi e si è perfino denunciato un dipartimento meritoriamente attivo e internazionalmente prestigioso sul crimine organizzato, sul disagio sociale, sull’innovazione. Gli è che non solo in Italia va di moda un umore antisociologico per il quale è connivenza ogni sforzo di capire, spiegare, discutere e adoperarsi per tutelare la coesione sociale e prevenire la violenza. Ragionare pare richieda troppo sforzo.

Una versione ridotta dell’articolo è comparsa su il manifesto del 10 febbraio

Gli autori

Alfio Mastropaolo

Alfio Mastropaolo, politologo, è professore emerito di Scienza Politica nell'Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “La mucca pazza della democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica” (Bollati Boringhieri, 2005), “Il parlamento. Le assemblee legislative nelle democrazie contemporanee” (con L. Verzichelli, Laterza, 2006), “La democrazia è una causa persa? Paradossi di un'invenzione imperfetta” (Bollati Boringhieri, 2011) e "Fare la guerra con altri mezzi. Sociologia storica del governo democratico" (Il Mulino, 2023).

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