Dopo il corteo di Torino. Non ci sono [contro]poteri buoni

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Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)

Il 15 ottobre 2011, quindici anni fa, si tenne una giornata di mobilitazione internazionale. In molti paesi le piazze furono invase da milioni di persone che, sulla scia del movimento spagnolo 15M, manifestavano la loro indignazione e la loro opposizione alle politiche di austerità che aspiravano (come poi riuscirono) a far pagare alla gente comune il costo della crisi economico-finanziaria esplosa, qualche anno prima, a partire dalla bolla statunitense dell’immobiliare, dei mutui subprime, dei derivati. La piazza italiana, a Roma, era enorme. E, nella sua pluralità, aveva anche un orizzonte confuso ma ambizioso: porre le premesse per una rottura in profondità dell’assetto politico esistente, immaginando di poter usare (tra gli altri) gli strumenti della democrazia rappresentativa per mettere in discussione l’alleanza tra egemonia berlusconiana e ortodossia neoliberista. Quella manifestazione e quegli obiettivi furono oggettivamente sabotati. Gli scontri di piazza di quel giorno furono duri, anche se non più che in altre occasioni o ad altre latitudini. A fare la differenza, però, fu il contesto capace di attribuire significato a quelle forme di conflitto sociale.

Non è inutile ricordarci che i conflitti sono, allo stesso tempo, un pezzo ineliminabile della realtà che viviamo, una necessità che ci investe (magari perché non possiamo che aprire un conflitto, o perché nostro malgrado lo subiamo), uno strumento dell’azione individuale e collettiva. In questo senso, non ci si dovrebbe mai limitare a chiedersi se un conflitto sia lecito o illecito, “accettabile” o “violento”: ogni persona pacifica, che abbia rispetto e amore per il diritto e per i diritti, dovrebbe guardare con diffidenza a queste contrapposizioni binarie e astratte, figlie di un certo feticismo della legalità. Piuttosto, è importante osservare che, alla fine della fiera, tra conflitti sociali e contesti c’è sempre una relazione circolare. Quale che sia la loro modalità concreta di esprimersi, i conflitti sono legittimati o stigmatizzati – possono trovare voce e forza, o venire silenziati e repressi – solo dentro i contesti in cui hanno luogo. E questi contesti – questi insiemi di rapporti di forza – possono mutare, a loro volta, solo se i conflitti sono agiti in modo lucido e strategico. Due esempi? Basta pensare a come il Governo ha chiamato terroriste (!) le persone, militanti non-violente di Ultima Generazione, che imbrattano con vernice lavabile opere d’arte e monumenti, rivendicando l’abbandono dei combustibili fossili e strategie reali di gestione (ecologica e sociale) della crisi climatica. Oppure a quanto è difficile affermare, nell’Italia di oggi, la semplice e tragica verità per cui le condotte agite da decenni dai coloni israeliani, a danno della popolazione palestinese nei Territori occupati, sono una strategia coloniale che si avvale di metodi terroristici, mafiosi e fascisti.

Dicevamo del 15 ottobre 2011. Quella sera, mentre a Roma gli scontri non erano del tutto terminati, su Infoaut apparve un editoriale dal titolo “Doveva finire con qualche comizio…”. Un’intera area politica organizzata, Autonomia Contropotere, rivendicò la giornata quasi irridendo la moltitudine di persone e movimenti scesa in piazza a Roma. Al di là dei toni e del merito, però, a stupire ancora oggi è il delirante narcisismo di quel testo. Tentando di appropriarsi dei corpi e della partecipazione di centinaia di migliaia di persone, quelle righe si raccontavano una storia di “irrappresentabile” riscossa alle porte quando, tutto al contrario, fu subito chiaro che gli scontri del 15 ottobre sarebbero stati usati come una cesura simbolica, capace di legittimare una chiusura reazionaria del discorso pubblico e del quadro politico. Potrà essere sgradevole, ma occorre riconoscere che, oggettivamente, la macelleria sociale del Governo Monti e quindici anni di cancrena del paese stavano per cominciare anche “grazie” alle azioni rivendicate in quel testo.

Sono passati, appunto, quindici anni. A dispetto delle tante lotte che hanno sempre provato a portare boccate d’ossigeno, in questo lasso di tempo l’aria in Italia è diventata irrespirabile. Il paese è incattivito, impoverito e svenduto, devastato in quasi ogni sfera della società da un impasto di cialtroneria, affarismo, fascismo e realismo capitalista. Le disuguaglianze sono cresciute come in nessun altro paese a cosiddetto capitalismo avanzato. Le forme di violenza istituzionale sono sempre più diffuse e radicate; e, purtroppo, spesso normalizzate. Il progetto di orbanizzazione perseguito dal governo di Giorgia Meloni è ormai spregiudicato: la Costituzione è sotto attacco (un inciso imperativo: andare a votare NO il 22 e 23 marzo!); la conoscenza critica è assediata dal servile conformismo dei media (dire che l’Italia è scesa fino al 49° posto del World Press Freedom Index è vago; dire quanto spesso è indecente il sistema mediatico mainstream rende il problema più intuitivo) e dagli attacchi a scuola e università; gli spazi di agibilità democratica si restringono ogni giorno di più. La situazione locale è drammatica, in un terrificante quadro globale di genocidio, violenza coloniale, dominio tecnocapitalista, riarmo e guerra. Ma certe cose non sembrano cambiare.

Il 31 gennaio 2026 si è svolta a Torino la manifestazione nazionale “Askatasuna vuol dire libertà”. Chiamata sulla base di una piattaforma ampia, e anche in risposta a quella vera e propria intimidazione di Stato che era stata lo sgombero di Askatasuna il 18 dicembre 2025, la mobilitazione è stata capace di esprimere numeri importanti. Cinquantamila persone sono scese in strada per manifestare la loro radicale diversità rispetto all’idea e alla pratica di mondo di chi ci governa. Poi ci sono stati degli scontri. Per poco più di due ore, nei dintorni di corso regina Margherita 47 alcune centinaia di persone hanno fronteggiato le forze dell’ordine, in una situazione che, anche questa volta, è risultata dura, anche se non più che in altre occasioni o ad altre latitudini. E, anche questa volta, su Infoaut è apparso un testo: “Quando il popolo indica la luna, lo stolto guarda il dito”. Una presa di parola, firmata da Askatasuna, che in fin dei conti romanticizza quanto successo in un insieme omogeneo di significato politico (tanto da arrivare a sostenere che «i 50.000 scesi in piazza il 31 gennaio hanno fatto una proposta politica al paese») e non si fa carico di riflettere sul contesto capace – che ci piaccia o no – di attribuire senso pubblico alla nostra rabbia e anche alle nostre pratiche di piazza. Anzi, chi legge sembra destinatario di un monito piuttosto supponente: restare incagliato in una “discussione sugli scontri” significa essere lo stolto che guarda il dito. Ora: vogliamo chiederci davvero chi guarda il dito, e chi ci costringe a guardare dita?

Qual era l’obiettivo alla base del ricorso a uno strumento di azione collettiva come la presenza conflittuale, e anche violenta, in piazza? Se l’obiettivo era “riprendere Askatasuna”, l’obiettivo non è stato centrato. Anzi: la prospettiva di una restituzione di corso Regina 47 alla fruizione collettiva della cittadinanza sembra allontanarsi inesorabilmente. Se l’obiettivo era, invece o anche, dare forza alle tante resistenze che attraversano il paese, l’obiettivo non è stato centrato. Anzi: i fatti di Torino hanno danneggiato in un modo che rischia di essere epocale tutte le lotte e le persone quotidianamente impegnate per un mondo meno violento e ingiusto.

A dispetto delle cronache e delle riflessioni che hanno tentato di restituire la complessità e la stratificazione della piazza, o di mostrare anche gli abusi delle forze dell’ordine, infatti, “quello che resta” di una giornata come il 31 gennaio sono due frame. Il primo: la troupe della Rai intimidita e allontanata mentre stava facendo il proprio lavoro. Il secondo: il breve video dell’agente della celere aggredito a terra da diversi manifestanti, e colpito anche con un martello. Si tratta di due azioni “isolate” (anche nel senso che sono state del tutto astratte dal contesto in cui sono avvenute), ma non per questo meno vergognose e da condannare. Il punto, però, è che queste azioni non sono solo azioni. Sono già diventate, ancora una volta, cesure simboliche del discorso pubblico e del quadro politico. In un contesto come quello italiano – dove, ricordarlo non guasta, i fascisti sono al governo ed esercitano un’egemonia aggressiva, magari non granitica ma non superficiale –, la reazione a quanto successo era del tutto prevedibile. Sul piano discorsivo, esponenti di punta della maggioranza (la vice-segretaria della Lega Sardone, il ministro Crosetto, Giorgia Meloni) sono arrivati ad accostare espressamente – con un’operazione che è tanto ridicola al livello storiografico quanto politicamente irresponsabile – gli scontri di Torino al terrorismo, alle Brigate Rosse, ad “attacchi allo Stato” da fronteggiare all’insegna dell’unità nazionale. Sul versante giuridico, il “precedente” torinese sembra spianare la strada per un nuovo pacchetto sicurezza, chiamato a restringere ulteriormente gli spazi dell’agibilità democratica e le maglie della repressione. Il tutto in un contesto già clamorosamente deteriorato: tanto che non è difficile pronosticare che gli strascichi della manifestazione torinese del 31 gennaio saranno peggiori di quelli seguiti alla mobilitazione indignata di quindici anni fa.

Ora: è vero che, pur nelle enormi differenze di contesto, la somiglianza tra il 2011 e il 2026 è impressionante?, ed è vero che l’impianto di ragionamento appena proposto è plausibile? Se la risposta a queste domande è affermativa, credo (e non lo credo solo io: ne hanno scritto, per esempio, Livio Pepino e Sergio Bologna; e Ida Dominijanni nel post “Gaza Minneapolis Torino”) che sia necessario prendere parola per fermare questo loop tossico e per rompere liturgie politiche che sono ormai così stanche da risultare cringe.

A costo di fare “dietrologia da bar”, proviamo allora a formulare un’ipotesi. Siamo nell’autunno 2025 e il Governo Meloni è in difficoltà: i movimenti contro il genocidio palestinese hanno riacceso la voglia di partecipare e la capacità di indicare responsabilità israeliane e complicità occidentali; il mondo fa schifo e in Italia si vive sempre peggio. E la gente lo sa: non si beve più le bugie del Governo e sembra disposta a esprimere un netto rifiuto di questa realtà terrificante. Ma a fine novembre appare a chi ha il potere, insperata, una finestra di possibilità. A Torino, un piccolissimo pezzo di una manifestazione irrompe nella redazione de La Stampa: un’azione ridicola, dato che i locali sono vuoti perché è in corso uno sciopero di lavoratrici e lavoratori; un’azione controproducente, perché non riesce a denunciare la disonestà e la “violenza” di una parte non trascurabile dei media mainstream italiani, venendo anzi recepita come simbolicamente molto grave. A Roma però sono furbi, e annusano l’opportunità. Passano circa tre settimane e, il 18 dicembre, Askatasuna viene sgomberato. La città di Torino e il quartiere Vanchiglia sono militarizzate e ferite, ma non abboccano all’amo della provocazione: la risposta partecipativa è forte, l’idea che Aska sia da difendere come un bene comune della città ritrova spazio nel discorso pubblico. Questa prospettiva è però fragile, e il 31 gennaio viene spazzata via anche perché qualcuno, con fare narcisistico e compiaciuto, si è seduto alla tavola della provocazione meticolosamente apparecchiata dai fascisti al governo.

Le conseguenze di quanto successo a Torino le pagheremo tutte e tutti; le pagheranno le persone con cui e per cui cerchiamo di sabotare ogni giorno il mondo terrificante che abitiamo. Proprio per questa ragione, però, è decisivo avere l’onestà intellettuale di dirci, ad alta voce, che, se Askatasuna vuol dire libertà, l’esercizio di libertà significa prima di tutto assunzione di responsabilità. Non si tratta di fare divisioni binarie (e in fin dei conti stupide) tra persone buone e cattive, pacifiche e violente, moderate e radicali. Si tratta, semmai, di riconoscere che la gravità del contesto in cui a ogni livello ci ritroviamo è una campana che suona per tutte e tutti. Chiunque intenda dare una mano nel contrastare e destituire la violenza del capitalismo e dei fascismi è parte di un processo collettivo di responsabilizzazione, e dovrebbe avere un pezzo di responsabilità: nel tentare lo “scandalo” della solidarietà, della lealtà e della convergenza; nel mettere in discussione le proprie teorie, pratiche e identità politiche. Non farlo, scegliendo di recitare copioni già scritti (perché anche questo significa avere legittimato le provocazioni tese dal potere, magari nell’ottica di una riaffermazione identitaria del proprio contro-potere), vuol dire – sul piano dell’oggettività storica – assumere una posizione gravemente subalterna, fino a operare, materialmente, come strumento di chi quel potere lo detiene. E se questo è stato inaccettabile nel 2011, è del tutto imperdonabile nel 2026.

Sono constatazioni dolorose? Certo che sì, ma sarebbe più doloroso e controproducente fare finta di niente, dimenticando la lezione, ancora così valida, di Fabrizio De Andrè: “Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della violenza. / Però bisogna farne altrettanta / per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni” (Nella mia ora di libertà, 1973). Glissare sulla gravità delle conseguenze di quanto successo a Torino non è solo una posizione politicamente debole. È scegliere di diventare parte del problema, invece di essere – come in tante altre situazioni è capitato – compagne e compagni di strada alla comune ricerca di soluzioni.

Gli autori

Rocco Alessio Albanese

Rocco Alessio Albanese è un attivista di Co.Mu.Net Officine Corsare e un ciclista della domenica. Insegna diritto privato all’Università del Piemonte Orientale e, tra le altre cose, ha scritto “Nel prisma dei beni comuni. Contratto e governo del territorio” (2020).

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One Comment on “Dopo il corteo di Torino. Non ci sono [contro]poteri buoni”

  1. Ma attenzione criminalizzare i “violenti”, ossia i manifestanti che hanno cercato improvvisandosi di resistere alle brutalità poliziesche, è di fatto fare il gioco del governo e non viceversa come sostiene Albanese e tanti amici democratici oltre tutta l’ex-sinistra che appunto fa il gioco del governo neofascista che vuole imitare il dispotismo hitleriano di Trump … Ricordiamoci che la radicalizzazione di una parte dei militanti negli anni ’70 sino a indurli alla lotta armata e alla tragica e paradossale illusione di “colpire il cuore dello stato” fu la reazione alle stragi di stato (da p.za Fontana sino alla stazione di Bologna) e il tragico rifiuto del PCI di cercare il dialogo con questi militanti, ma al contrario la sua solerzia nel reclamarne la criminalizzazione come terroristi per difendere uno stato infetto dalla deriva reazionaria.

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