L’immaginazione, sai che sfugge ai bordi
(Caparezza)
C’è più libertà, ai bordi. Ai margini il peso del potere si sente di meno. Ed è anche possibile che questa distanza dai centri decisionali – quelli che dovrebbero occuparsi di cose grandi, cose enormi come un genocidio – liberi la vista e il pensiero. Non è una velleità, né un auspicio. È divenuta, con i mesi, la constatazione di una realtà, di un dato di fatto. I margini d’Italia – largamente intesi – sono i luoghi in cui si esprime l’opposizione al genocidio che Israele continua a perpetrare contro il popolo palestinese. A Gaza, in grandezza tanto enorme da essere smisurata, senza possibilità – cioè – di darne una misura certa. E in Cisgiordania, ancor più nascosta agli occhi indifferenti dei decisori.
Nella periferia del nostro paese, nei bordi, nei margini, va in onda da mesi il nostro specifico – italiano – “non nel mio nome”. Diffuso, creativo, testardo, pacifico “non nel mio nome”. È un dissenso garbato e sommesso, focalizzato su Gaza, sulla cosa più enorme che ci è successa, sul genocidio che stiamo commettendo noi europei, ancora una volta. Ed è un dissenso trasversale, inclusivo, che attraversa credi, posizioni politiche, età, generazioni, sostrati sociali, culture. La base su cui poggia questo singolare dissenso è una, e una sola: un genocidio non si fa, e se ne siamo testimoni (seppure a distanza) occorre fermarlo. Un genocidio è un crimine, e un cessate il fuoco, peraltro fragilissimo, non ferma lo sterminio e non pulisce la fedina penale del criminale: chi ha compiuto e continua a compiere il genocidio deve essere processato e condannato. La giustizia internazionale fa parte della fine del genocidio. Non solo perché i responsabili saranno giudicati e pagheranno la colpa, compreso chi (noi, i nostri governi) li ha sostenuti con una complicità evidente e netta. Ma soprattutto perché è l’unico strumento che può rendere un accordo degno di questo nome, al posto di una tentata normalizzazione voluta da chi è complice del genocidio (gli Stati Uniti e non solo), una normalizzazione che esclude le vittime.
Cosa succede, dunque, ai bordi, nei margini? Succede che Gaza unisce, più di quello che avremmo mai immaginato. Proprio perché è l’immaginazione che ci è mancata, in questi tanti anni trascorsi in un progressivo prosciugamento della partecipazione. Una partecipazione sociale e politica. Ora, invece, assistiamo increduli a una nuova presenza nello spazio pubblico, e stavolta con i corpi. Un incontro tra persone, non più solo virtuale. Non immaginavamo più fosse possibile, e poi in così poco tempo, e poi su una questione internazionale, oltreconfine, ritenuta lontana e ininfluente.
Lo sciopero generale del 22 settembre scorso è stato l’atto più eclatante, la conferma di un cambiamento palpabile. Per meglio dire, di una ribellione inattesa in un paese che si pensava ormai instradato sui binari di una democratura in progress. E in effetti quello che è successo si può, a ragione, qualificare come un unicum nella storia repubblicana: lo sciopero generale delle prime volte. La prima volta che è stato indetto per una motivazione politica e morale assieme. Il primo sciopero generale non proclamato da una grande, storica, tradizionale organizzazione sindacale di massa come la CGIL Il primo sciopero generale diffuso e capillare. Il primo sciopero generale che ha messo insieme lavoratori e studenti, dipendenti e disoccupati, in aperta ribellione contro un genocidio e la politica estera del nostro governo.
Se è stato lo sciopero generale delle prime volte, non è stato né sorprendente né nato nel vuoto. Si è invece formato su mesi e mesi di proteste sommesse, riunioni, incontri, parole, disagio, condivisione del dissenso. Su mesi in cui ci si è riconosciuti tra simili, in modo capillare in tutta l’Italia. Una storia a suo modo incredibile, nata da tutti i margini e le non-organizzazioni, da un pensiero diffuso che ha messo insieme sguardi e persone. Il sociologo iraniano-statunitense Asef Bayat lo definirebbe un “nonmovimento”, e cioè un ritrovarsi assieme non su basi ideologiche, ideali, politiche simili, ma su simili bisogni e interessi del momento. Stavolta, però, non c’è stato nessun interesse di carattere sociale, nessun bisogno di elettricità o di contratti di lavoro. C’è stato, invece, un senso politico del nostro abitare il mondo, messo a rischio da chi sta tentando di distruggere un pilastro fondamentale della convivenza definita dal sistema di regole internazionali in vigore dopo la seconda guerra mondiale. E cioè la rottura massima della regola prima: che un genocidio non si fa, non si compie, e non si accetta. Non nel nostro nome. È su questo che si è compattato un singolare, inatteso “nonmovimento politico”. Perché di politico c’è tutto, meno che un partito, un programma, un progetto. C’è la politica, nel senso di condivisione di pensiero e relativo impegno civile e sociale. C’è la “vita come politica”, per citare ancora Asef Bayat, che prevede il recupero proprio di quella corporeità della vita che non sembrava più così rilevante. Perché il virtuale ci ha aiutato, eccome, a essere assieme, ma ha anche reso impalpabile la dimensione fisica della politica. Non succede solo in Italia, anche se l’Italia popolare – su Gaza – è stata modello che ha travalicato così tanti confini da arrivarci, fin sulle coste di Gaza. Succede a New York, dove la vittoria di Zohran Mamdani è stata proprio fondata sul recupero di una dimensione di cittadinanza, dell’abitare la città, del lefebvriano “diritto alla città”. Emma Goldberg, firma del New York Times ed esperta di subculture della città, descrive in un tweet la campagna di Mamdani come «costruita contro la solitudine. Ha incontrato elettori incollati agli schermi, isolati dalla pandemia, spiritualmente alla deriva, e li ha convinti a uscire di casa, perché per loro la politica era una questione personale».
Uscire di casa, da una casa pagata a caro prezzo, dentro quella bolla speculativa che uccide la dignità. Uscire di casa e, senzapotere, mettere assieme corpi e decisioni politiche. È successo a New York, ma prima ancora è successo in Italia. È successo in Italia: e per lunghi mesi nessun media mainstream ne ha parlato. I social hanno funzionato da passaparola, e le piazze si riempivano spontaneamente. Poi, quando siamo arrivati alle manifestazioni con milioni di persone, è scattata la corsa ad analizzare, arruolare, mettere a reddito il ‘movimento per Gaza’. Se la destra fascista al governo ha provato in ogni modo a delegittimare le piazze, la sinistra di opposizione sta provando legittimarsi attraverso di esse. Due tentativi speculari, entrambi destinati a fallire. Per citare il Lucio Dalla di Come è profondo il mare, «Certo, chi comanda | Non è disposto a fare distinzioni poetiche | Il pensiero come l’oceano | Non lo puoi bloccare | Non lo puoi recintare». Quello che si dovrebbe fare, invece, è ascoltarlo, questo mare.
Ascoltandolo, si capisce che le persone che sono scese in piazza per Gaza lo hanno fatto per una sola ragione: perché era la cosa giusta. Questo è il punto: la giustizia. Tra la giustizia sociale dentro il Paese e la giustizia internazionale che freni la legge del più forte e processi i responsabili del genocidio c’è una perfetta continuità. Da tanto tempo la sinistra occidentale non si chiede più cosa sia ‘giusto’, ma semmai cosa sia possibile e conveniente, finendo con l’adottare sempre di più le stesse risposte della destra, magari edulcorate (in economia, sicurezza, migrazioni…). «Non ci chiediamo più – ha scritto nel 2010 Tony Judt – di una sentenza di tribunale o di una legge, se sia buona, se sia equa, se sia corretta, se contribuirà a rendere migliore la società, o il mondo. Erano queste un tempo le domande politiche per eccellenza, anche se non era facile dare una risposta: dobbiamo reimparare a porci queste domande».
La vittoria di Zohran Mamdani a New York dovrebbe insegnare alla sinistra italiana almeno tre cose fondamentali. La prima sta nel fatto che Mamdani è socialista. E musulmano, ed è fondamentale che sia queste due cose insieme: i diritti civili e i diritti sociali non sono alternativi, e non bisogna scegliere se affermare la differenza o l’uguaglianza: bisogna costruire entrambe. La seconda è che non è vero che si vince al centro, inseguendo le politiche e le idee della destra: oggi ci vuole radicalità, ci vuole la proposta di una vera giustizia sociale. Come sul piano internazionale dimostra la complice arrendevolezza delle democrazie occidentali verso i crimini di Israele, i mali minori preparano il male maggiore. Così, la cedevolezza delle sinistre sul piano dei diritti, ha solo aperto la strada alla destra estrema al governo. La terza è che l’astensione è il primo dei nostri problemi: le persone non votano perché la sinistra non offre nulla o nessuno che dia speranza di un vero cambiamento. Se i candidati e le candidate dicessero le cose che ha detto Mamdani, il popolo che scende in piazza per Gaza senza chiedere il permesso a nessuno, tornerà a votare.
Se vogliamo ricucire i margini al centro, cioè alla democrazia rappresentativa, allora i margini devono essere ascoltati. Bisogna imparare questa lezione: non c’è altra strada.

“Che non è vero che si vince al centro” non credo che la “sinistra” l’abbia ancora capito. Bastano le parole di ieri di Conte a proposito di patrimoniale: “La patrimoniale non è all’ordine del giorno”. Forse ancor più sbalorditiva Elly Schlein che si dichiara favorevole a condizione che si tratti di una tassa europea… sapendo benissimo che non ci sarà mai l’unanimità dei 27 paesi. Come dire: “State tranquilli voi super-ricchi da 2 milioni di euro, non vi tocchereme nemmeno quel 1% proposto dalla Cgil”. E poi, che c’entra l’Europa? Siamo in Italia e la nostra Costituzione dice a chiare lettere che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. E’ una vergogna! Questa pseudo sinistra è la forza del governo fascista che oggi ci governa.