Nei giorni scorsi è comparso su il manifesto un commosso ricordo di Alberto Benzoni, vicesindaco di Roma negli ultimi anni ‘80, scritto da Paolo Berdini (https://ilmanifesto.it/alberto-benzoni-compagno-socialista). In esso si racconta un episodio illuminante della personalità di Benzoni. Scrive Berdini: «A Laurentino 38, il grande quartiere di edilizia popolare sorto a ridosso del grande raccordo anulare, ci fu una consistente occupazione di case da parte di famiglie disagiate. Nella mattinata di tensione, con la presenza di un forte spiegamento di forze dell’ordine pronte allo sgombero, venne chiesto l’aiuto dell’amministrazione comunale. Da una piccola automobile – questo il racconto riferitomi di un occupante dell’epoca – scese “un uomo alto e distinto con la fascia tricolore”. Era il vicesindaco Benzoni che prese un megafono e davanti al prefetto lì presente, rassicurò tutti che non ci sarebbero stati sgomberi: garantiva lui dell’interessamento per chi aveva bisogno di casa da parte del Comune».
Altri tempi, come commenta Berdini. Ma l’episodio mi è rimasto impresso. È forse per questo che la notte scorsa ho fatto un sogno, ambientato a Torino, in corso Regina Margherita 47, di fronte a un vecchio asilo abbandonato occupato molti anni fa dal collettivo Askatasuna (in basco “Libertà”), da un paio d’anni oggetto di un progetto, concordato tra Comune, antichi occupanti e realtà del territorio, teso a trasformarlo in “bene comune” al servizio della città. Davanti all’edificio – nel sogno – c’erano forze di polizia in assetto di guerra, pronte allo sgombero (uno sgombero anomalo, in verità, perché lo stabile era ormai dismesso, salvo qualche insignificante appendice). Ebbene mentre gli agenti stavano per entrare nell’edificio, ho visto arrivare, con un’auto blu, il sindaco di Torino che, agghindato con fascia tricolore, è andato di fronte alla porta, ha afferrato un megafono e, nella sorpresa generale, ha detto poche parole: «Qui non si fa nessuno sgombero. Questo edificio è del Comune che è in grado di gestire i rapporti con gli antichi occupanti. Io ne sono il responsabile e non ho bisogno di interventi esterni, che non ho in alcun modo richiesto». Sul più bello, peraltro, mi sono svegliato ed è bastato un attimo per realizzare che era stato, appunto, un sogno. Le cose, in realtà, il 18 dicembre, erano andate diversamente: lo sgombero è stato attuato e il sindaco non solo non è intervenuto in loco ma ha avallato l’azione della polizia, liquidando con poche battute il progetto in corso e omettendo ogni protesta per lo sfregio delle proprie prerogative (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/12/19/askatasuna-uno-sgombero-contro-la-citta/ ).
Finito il sogno (irreale, ma non insignificante) torno alla realtà. La tensione e il protagonismo di alcune giunte di sinistra della seconda metà del ‘900 (Roma, Napoli, e anche la Torino di Diego Novelli) sono solo un ricordo, ma non è mai troppo tardi per riprendere quell’esempio e quella strada. E possono (più propriamente, devono) farlo il sindaco e la giunta torinese. Con due mosse, tardive ma in grado di cambiare il corso delle cose. La prima mossa consiste nel chiedere al prefetto (o a chi per lui) l’immediata restituzione al Comune dell’edificio di corso Regina attualmente sottratto alla sua disponibilità in forza di un titolo giuridico assai dubbio, data la mancanza di un sequestro giudiziario: non si tratta di chiedere l’autorizzazione a usarne il cortile o un’altra porzione ma di rivendicare in toto la proprietà dello stabile, l’interezza delle proprie prerogative e la propria capacità di utilizzarlo nell’interesse della città senza sovrapposizioni né tutele. La seconda mossa, una volta ottenuta la reimmissione nel possesso dell’edificio, è riprendere – pur con le modifiche e gli accorgimenti imposti dal mutamento della situazione – il progetto interrotto dall’inopinato intervento della polizia, un progetto rimasto incompiuto non per la (pur indebita) presenza nei piani superiori dello stabile di sei attivisti e di due gatti (sic!) ma per i ritardi nella sua attuazione, che hanno ridato forza alle destre e alle forze reazionarie di ogni colore. Quel progetto va oggi ripreso con rinnovato impegno, previo allargamento del gruppo dei cittadini proponenti alla luce delle ampie disponibilità emerse in questi giorni
Si tratta di mosse possibili, se c’è la volontà politica, ma, soprattutto, necessarie. Per almeno tre ragioni.
Primo. Le manifestazioni (organizzate e spontanee) seguite allo sgombero hanno evidenziato un rapporto profondo del centro sociale con il territorio e la richiesta diffusa che le attività costruite negli anni (in ambito culturale, sportivo, musicale, con i bambini, con gli anziani, con i migranti…) proseguano e si intensifichino. Lo abbiamo scritto, nei giorni scorsi, su queste pagine («La presenza popolare, di generazioni e provenienze diverse, gli interventi densi e sentiti, hanno sancito, dal basso, che Askatasuna è un bene comune, che il quartiere ha costruito insieme al centro sociale una alternativa alla città competitiva, alla global city, alla gentrificazione, alla sicurezza come ordine pubblico»: https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2026/01/16/la-lezione-di-askatasuna/), e lo hanno documentato persino i giornali cittadini quando, per un momento, hanno abbandonato i pregiudizi e dato voce agli abitanti del quartiere Vanchiglia. Il Comune – se vuole rappresentare la città e non le stanze del potere – deve prenderne atto ed assumere le decisioni conseguenti, senza farsi intimidire dalle campagne mediatiche della destra. Anche perché – a dispetto di chi continua a dipingere Askatasuna come “il male assoluto” e il regista di ogni violenza – sono stati gli stessi giudici torinesi a dire che il centro sociale non è un’associazione per delinquere (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/04/16/15-giorni-dopo-lassoluzione-di-askatasuna-un-silenzio-istruttivo/), e ciò a tacere del fatto, pur ovvio, che se qualcuno – a destra o a sinistra o al centro – vuole organizzare azioni violente non ha certo bisogno, per farlo, di una base fisica…
Secondo. Due anni fa, dando via al progetto “Askatasuna bene comune”, la giunta torinese ha fatto una scelta coraggiosa e ponderata, innovando in modo significativo le modalità di governo della città e voltando pagina rispetto alle scelte delle amministrazioni precedenti (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2019/03/04/lo-sgombero-dellasilo-occupato-e-le-confessioni-di-una-cittadina-perbene/). E lo ha fatto nonostante il clima politico plumbeo, con un governo nazionale della peggior destra e mentre in città Questura e Procura stavano da tempo muovendosi per alzare il livello dello scontro e arrivare allo sgombero e alla cancellazione dell’esperienza di Askatasuna (https://vll.staging.19.coop/politica/2024/02/02/ce-qualcosa-di-nuovo-sotto-il-sole-askatasuna-e-il-futuro-dei-centri-sociali/). Oggi – in assenza di fatti nuovi (ché tali non sono, all’evidenza, alcune presenze individuali in una parte “secondaria” dell’ex asilo di corso Regina Margherita) – l’abbandono di quella prospettiva sarebbe incomprensibile e darebbe della giunta torinese l’immagine di un organo eterodiretto che ne minerebbe definitivamente la credibilità.
Terzo. Nel dibattito in consiglio comunale dopo lo sgombero, il sindaco, rettificando la posizione inizialmente assunta, ha affermato di volere continuare nel progetto intrapreso e rivendicato in termini espliciti un’impostazione diversa rispetto a quella del Governo centrale. Ciò attribuisce alla vicenda di Askatasuna un rilievo che va oltre la dimensione cittadina (https://vll.staging.19.coop/politica/2024/02/06/torino-e-il-caso-askatasuna-due-modelli-di-citta/) per assumere una portata nazionale. La gestione repressiva del dissenso e dell’opposizione sociale si sta affermando ovunque, nel mondo, a livello di governi centrali (https://www.associazioneborreverardi.it/le-democrazie-alla-prova-del-dissenso/) mentre le esperienze di resistenza e di pratiche alternative si concentrano a livello locale (esemplare, da ultimo, la situazione degli Stati Uniti: https://vll.staging.19.coop/mondo/2026/01/19/new-york-mamdani-tra-simbolismo-e-realismo/). L’Italia non fa eccezione e si moltiplicano i pacchetti sicurezza con misure repressive sempre più accentuate (ancorché inutili ai fini del benessere dei cittadini), a volte anticipate da interventi amministrativi e giudiziari abnormi: per restare a Torino, basti ricordare la vicenda dell’espulsione dell’imam di San Salvario (https://vll.staging.19.coop/commenti/2025/12/01/limam-mohamed-shahin-noi-il-maccartismo/) e le misure cautelari emesse finanche nei confronti di studenti minorenni per scontri davanti al liceo Einstein determinati dalla provocatoria distribuzione, da parte di un’organizzazione neofascista, di volantini di stampo razzista. Non sarà il sindaco di Torino a modificare la situazione nazionale ma una sua scelta coerente sarebbe un segnale in controtendenza non privo di importanza (e di possibile seguito).
Intanto, anche l’antagonismo diffuso e i centri sociali sono alla ricerca di nuove strade, come dimostra l’imponente assemblea torinese di sabato scorso in preparazione della manifestazione nazionale del 31 gennaio (https://effimera.org/assemblea-nazionale-dei-centri-sociali-autogestiti-a-torino/). Saranno, ovviamente, strade diverse. Guai se non lo fossero. Ma non sarà indifferente, per la società intera, in che misura si scontreranno o si incontreranno. E ciò non dipenderà da una parte sola.

Spero che il sindaco di Torino legga e prenda in seria considerazione l’invito del prof. Pepino. Prima che italiani i cittadini di Torino sono torinesi e la responsabilità di ascoltare e tradurre in realtà le loro esigenze (se legittime ovviamente) spetta in primis al sindaco della città di Torino. Sono convinto che se si impegnerà in senso ostinato e contrario rispetto alla deriva autoritaria del governo nazionale, il sindaco di Torino avrà l’approvazione morale dei suoi concittadini e, per quel che può valere, anche la mia. La tutela del “bene comune” è un argine che si pone a tutela della democrazia e della nostra Costituzione. E’ una forma contagiosa di resistenza.