Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)
Quanto accaduto a Torino il 31 gennaio trascende il corteo, gli scontri, Askatasuna. Vorrei provare, accantonando il tritacarne mediatico, a ragionare, contestualizzando, tentando una lettura complessa e altra, che si proietti oltre.
Muoviamo da una considerazione: non sono gli scontri che fanno paura al potere, se mai forniscono alimento alla stretta repressiva (con la precisazione, peraltro, che i pacchetti sicurezza si susseguono imperterriti e l’ultimo, appena varato, era già pronto); è la partecipazione a far paura. Cinquantamila persone a un corteo per difendere gli spazi sociali, lanciato da un centro sociale, Askatasuna, con un progetto politico radicale, fanno paura a chi vuole una massa silente e obbediente, come hanno fatto paura le enormi mobilitazioni per la Palestina, o le assemblee dense di progettualità convergente del 17 a Torino e del 24-25 a Bologna, che raccontano di alternative, pratiche e teoriche, radicate nei territori. È la partecipazione, consapevole, determinata, conflittuale e pacifica, trasversale e convergente, che si vuole colpire: è questa che mette in crisi la narrazione univoca e dominante del potere. Non è solo il classico discorso “gli scontri oscurano la manifestazione”, è un passo in più.
Si è iniziato colpendo le modalità di partecipazione (il reato di blocco stradale, le aggravanti ad hoc per le manifestazioni contro le grandi opere) e ora ad essere attaccato è direttamente il diritto di manifestare. Non si tocca formalmente il diritto, ma lo si svuota, delegittimando chi lo esercita e intimidendolo con la minaccia di pene, sanzioni, multe, fogli di via (a proposito, una curiosità: il 31 gennaio, fra gli altri, è stato comminato un foglio di via di sei mesi per possesso di Malox e mascherine ffp2). Nell’ennesimo decreto legge “sicurezza” approvato venerdì scorso si leggono nuovi obbrobri: fermo preventivo (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2026/02/07/il-fermo-preventivo-nostalgia-dellottocento/), divieto giudiziario di partecipazione, zone a vigilanza rafforzata etc. È il fascismo che si si insinua per vie legali, mantenendo le forme e svuotandole, riformandole e stravolgendole. Facile citare la riforma della giustizia, come il progetto di premierato o il premierato di fatto che già vede l’esautoramento del Parlamento. Si adottano leggi repressive e quindi si costruisce un giudice “oppressore”, rendendo norma quanto ora è abuso o sviamento.
E compare un vecchio teorema: il concorso morale. E qui siamo a un passo ulteriore, esplicitato dall’“area grigia” evocata dalla procuratrice generale di Torino Musti. Il bersaglio, questa volta, non sono solo i manifestanti in senso ampio (e tanto meno chi ha ingaggiato scontri con la polizia), ma in specie chi prende parola nello spazio pubblico, docenti, sindacalisti, intellettuali, giornalisti, politici. I nuovi nemici dello Stato, di uno Stato che si fa regime e non democrazia come partecipazione ed eguaglianza. È il seguito del processo che vede punire, oltre chi occupa le case, chi si intromette e coopera; o che, dopo aver criminalizzato, nell’ordine, il “clandestino”, lo straniero, il richiedente asilo, ora punisce la solidarietà verso i migranti. Oggi ad essere “criminali”, se non “terroristi”, sono coloro che difendono la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di riunione, di critica, di protesta, il dissenso, il conflitto, la complessità rispetto alla semplificazione binaria della guerra. Non c’è molto invero da interpretare: le parole di Piantedosi sui manifestanti – tutti – ridotti a scudo fisico e sulle forze politiche in piazza come complici (che offrono impunità), sono esplicite. Come chiarissimi in questo senso sono i disegni di legge sull’antisemitismo appiattiti sulla definizione dell’Ihra.
Infine, con una lettura schiacciata sulla violenza (che evoca il “male”, come l’antisemitismo) si vuole, una volta di più, delegittimare il conflitto, in sé. Il conflitto non è violenza, è elemento di riconoscimento dell’altro e di trasformazione, è agire per l’emancipazione contro il dominio (politico, economico, sociale). Non è scontro fisico ma stare da una parte, per opporre al conflitto vinto dall’alto, eguaglianza, pace, giustizia sociale e ambientale; certo, prospettive contrastanti con una democrazia che si vuole, ossimoricamente, trasformare in identitaria, razzista, strumento di sorveglianza delle eccedenze.
Veniamo alla violenza, tentando una riflessione che non si limita alla condanna. La premessa “classica” è: i reati compiuti saranno perseguiti dalla magistratura (per inciso non spetta alla presidente del Consiglio indicare i capi di imputazione), auspicabilmente (auspicio dal sapore irenico) secondo il principio della legge uguale per tutti (senza scudi, alias, privilegi penali, per le forze di polizia). Una premessa a cui oggi, alla luce dei vari pacchetti sicurezza, è necessario aggiungere: in attuazione di leggi che siano rispettose della Costituzione, della garanzia dei diritti e dei principi costituzionali in materia penale (tassatività e determinatezza, offensività, proporzionalità e ragionevolezza). Ragionando di violenza politica o sociale (chiariamo: in forme del tutto incomparabili a quelle degli anni Settanta spesso evocati), mi sembra manchi una parte, la prospettiva della complessità: non si tratta di inserirsi in una zona grigia, ma di riflettere, tentando di comprendere cause, intenti (di entrambe le parti coinvolte), contesti. Nulla di nebuloso, semplicemente l’orizzonte limpido, quello dello Costituzione (un orizzonte che non a caso si tenta di inquinare); a partire dalla tanto decantata sicurezza, la cui primaria declinazione è come sociale, come inclusione politica, non come ordine pubblico. Quindi, è facile annotare come la riduzione della violenza agli scontri di piazza (ovviamente contemplata solo lato manifestanti) sia un refrain utile per occultare la violenza della diseguaglianza sociale, della necropolitica nei confronti dei migranti, del genocidio in Palestina, delle guerre, dello svuotamento della democrazia. Resta, infine, certo, che nei movimenti è necessario confrontarsi sulle modalità di stare in piazza, di agire un “si parte insieme e si torna insieme” che sia rispetto reciproco, che sia coerente con il contesto e gli obiettivi (si vis pacem para pacem). L’esperienza della Global Sumud Flottilla e la resistenza dal basso di Minneapolis possono insegnarci molto. La forza non è nello scontro fisico, ma nella determinazione pacifica di essere in piazza in tante e tanti e di immaginare forme che creino un tessuto sociale resistente, in grado di costruire argini e aprire crepe.
