Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)
Sarà capitato a molti lettori, dopo l’evento di Torino, di imbattersi in qualche commento dei cattivi maestri – loro sì – che occupano ormai stabilmente gli spazi della sfera pubblica e in questo preciso caso hanno letteralmente saturato la discussione con gli stessi argomenti: che la violenza finale contro il poliziotto inerme è un atto di terrorismo politico; che il Paese sta ripiombando dentro stagioni tragiche della storia; che la colpa di ciò è di tutti coloro che hanno partecipato alla manifestazione e coperto la violenza, a partire da quegli intellettuali che si sono schierati apertamente a favore della piattaforma politica ivi rappresentata.
È inutile dire – perché lo abbiamo capito tutti – che il punto fondamentale è proprio questo: una strumentalizzazione ideologica di un frame, di una scena dell’evento e l’uso artatamente confezionato per legittimare le politiche repressive e securitarie in atto. Che, è bene ricordarlo una volta di più, coinvolgono la polizia e la sua funzione. Nei decreti sicurezza passati e in quello imminente ci sono tutele e garanzie atte a consolidare un sostanziale stato di impunità da parte delle forze dell’ordine. Del resto, come è possibile la repentina trasformazione di uno Stato di diritto in uno Stato di polizia, se non garantendo l’impunità agli abusi di potere dei detentori della violenza legittima, in un paese che non ha ancora fatto i conti con la notte della Repubblica del 2001 e che da allora premia ogni volta i poliziotti che non rispettano i diritti fondamentali? Qui c’è però da dirci una prima verità un poco scomoda, anche per coloro che giustificano la violenza in nome del fatto che “destra e sinistra, sono tutti uguali”. Io – che non sono mai stato indulgente nei confronti del centrosinistra – non posso che dire che proprio in questo momento e in questi frangenti non sono tutti uguali. Il PD, con tutti i suoi enormi limiti (del resto non è che il sindaco di Torino non abbia responsabilità nello sgombero di Askatasuna), non si proporrebbe di riformare il reato di tortura, non negherebbe accanitamente la possibilità di prevedere il riconoscimento degli agenti, non garantirebbe l’impunità. Uno Stato neoliberista è cosa dolorosa, ma uno Stato neoliberista e di polizia lo è ancora di più, perché limita e reprime ogni possibilità di modificare lo stato di cose nelle forme garantite dalla Costituzione.
Ma torniamo alla questione. Mi pare che anche stavolta tutti i cani da guardia dei potenti – genitivo soggettivo, è ormai persino inutile specificarlo – hanno fatto il loro dovere. Mieli, Vespa, tutti hanno cercato di mistificare l’evento complessivo per ridurlo a quell’unico fermo immagine. In particolare, Vespa è riuscito a rendere simpatico persino Bonelli (che non è cosa facilissima, almeno per me), sostenendo che se non avesse preso le distanze dai contenuti politici della manifestazione sarebbe stato “oggettivamente” responsabile delle violenze. Per fare una battuta, è come se qualcuno avesse detto al presidente dell’Inter che non basta prendere le distanze e dissociarsi dal tifoso che ha tirato il petardo sul portiere della Cremonese, ma per non essere il mandante politico e morale del gesto l’unica possibilità è quella di smettere di tifare Inter. Da amante della logica, ciò che mi sconvolge è l’uso rovesciato della categoria di “oggettivo”. Vespa vuole far passare per oggettivo ciò che non solo non lo è, ma che è precisamente il contrario del reale, prevedendo oltretutto un salto logico che non può essere colmato da nessuno sforzo di intelligenza. È uno di quei casi in cui l’evidenza della parola viene piegata alla violenza del potere.
È proprio questo, almeno per me, il punto fondamentale che vorrei pacatamente introdurre. Qual è la funzione pubblica di un intellettuale? Evidentemente ognuno può avere le sue opinioni e può interpretare le cose come gli pare. Ma, se un’intellettuale è davvero uno scienziato sociale, le sue interpretazioni avvengono a partire dalla realtà, non contro di essa. Non servono a negarla, ma a coglierla da vari punti di vista. Se è vero quanto ho appena scritto, allora mi pare chiaro che la strumentalizzazione a cui stiamo assistendo ha un compito ideologico importantissimo: assicurare la piena sostituzione della realtà con una rappresentazione, utile a fare in modo che quella realtà non venga messa in discussione e anzi venga ulteriormente garantita. Il problema è che se tutti parlano della rappresentazione che rovescia la realtà, è anche difficile trovare argomenti solidi. Se qualcuno sostiene che dobbiamo introdurre nuove leggi securitarie perché la violenza politica sta tornando oltre i livelli di guardia come ai tempi del terrorismo, è dura rispondere. Non è infatti un argomento giusto o sbagliato, ma è un argomento semplicemente falso. Se fuori piove e io affermo che c’è il sole, nessuno mi prende sul serio. Ma se fuori piove e sui giornali e sulle televisioni tutti dicono che c’è il sole, la questione diventa molto più complessa, perché rappresenta una sistematica falsificazione ideologica del reale.
Mi sto dilungando. Ancora due considerazioni, prima di passare però a un colpo di scena finale.
La prima considerazione: ribadire l’evidente, cioè il reale, è l’unico modo che abbiamo per contrastare questa progressiva sostituzione del reale con la rappresentazione. Se oggi c’è un pericolo che avanza a grandi passi – e si materializza non solo in Italia ma in tutte le (ex o post) democrazie occidentali – non è la violenza contro lo Stato, ma la violenza di Stato. E ricordare in ogni occasione questa semplice cosa non è un modo per legittimare o giustificare o sminuire la violenza di quel frame, ma per collocarla all’interno del reale. Quelle cinquantamila persone non stavano lì perché volevano fare eversione di Stato, ma perché volevano esercitare un loro diritto costituzionale: esprimere dissenso e manifestare in forma pubblica e nonviolenta un conflitto. In fondo questa dovrebbe essere una buona notizia per tutti, in un paese normale. Riconoscere la non-uguaglianza tra la larghissima parte dei manifestanti e quello sparuto gruppo che ha approfittato della situazione per dare luogo a una violenza ingiustificabile e fondamentalmente impolitica, come spiegherò tra poco. Invece non c’è dubbio che isolare quel frame e averlo usato in sostituzione del tutto per legittimare ulteriori leggi liberticide non servirà a scongiurare nuove violenze, ma piuttosto a produrne ulteriori. E questa, ovviamente, non è una minaccia, ma una banale previsione della scienza sociale, diciamo così.
La seconda considerazione: non c’è nulla di nuovo in tutto questo. La tentazione di liquidare la realtà per mettere al centro del discorso pubblico una sua contraffazione ideologica c’è sempre stata e negli ultimi decenni è diventata una tendenza quasi irreversibile. Ma una delle sue conseguenze più distruttive consiste nel fatto che se la politica si occupa della rappresentazione, essa finisce per diventare impotente. Non si interessa più di trasformare la realtà, ma solo di presidiare lo spazio centrale della comunicazione. Se l’oggetto della politica non è più la realtà ma la rappresentazione ideologica, i politici saranno portati a credere di esistere solo quando cavalcano quella rappresentazione, non quando trasformano la realtà e l’esistenza materiale delle persone.
Ma è proprio a questo punto che sta il mio colpo di scena. Perché a operare questo scambio dei mezzi coi fini, questo sacrificio del reale in nome del primato della comunicazione non sono soltanto i “poteri forti” e le destre, ma sono anche le sinistre e, in particolare, gli antagonisti. Che in questi decenni hanno incessantemente utilizzato lo stesso schema: l’obiettivo non è né unire il più possibile né modificare anche solo un poco la realtà effettiva. L’obiettivo sembra essere ogni volta quella di sfruttare il primato della rappresentazione per andare a finire in prima pagina. Usare le stesse armi del nemico, a partire dalle armi e dalla violenza. Mi permetto una provocazione: la stagione della violenza politica possedeva una sua dignità, pur del tutto non condivisibile. I terroristi pensavano che quella violenza potesse essere davvero fondativa, cioè che potesse rivoltare la realtà. Si sbagliavano. Ma prendere a martellate un essere umano in difficoltà non è nemmeno violenza politica. È un gesto completamente disinteressato persino alla sovversione (violenta) del reale. Non vuole sovvertire, vuole solo distruggere: perché nella dittatura della rappresentazione, è distruggendo che si finisce in prima pagina. Così il successo di una manifestazione è da decenni questa complicità col regime che sostituisce la realtà con la rappresentazione. Non è violenza politica, è violenza comunicativa. È il fallimento totale della politica in nome della rappresentazione, cioè del falso.
Prendete il documento di Askatasuna elaborato qualche giorno fa e pubblicato da Infoaut (https://www.infoaut.org/divise-e-potere/torino-e-partigiana-il-futuro-comincia-adesso ). Già il titolo mi pare situazionista: “il futuro comincia adesso”. No, dico, ma è proprio il caso di scherzare col futuro che davvero sta cominciando adesso e che abbiamo davanti? Lo schema è sempre lo stesso: nessuna autocritica e anzi un’autoassoluzione della violenza in quanto politica, quando ciò che penso l’ho appena scritto: quella violenza non è solo disumana, ma è anche del tutto impolitica, perché non modifica lo stato di cose presente ma anzi lo consolida. C’è poi un’appropriazione indebita di tutte le piazze – dai cinquantamila di Torino ai milioni per Gaza. Ora, personalmente trovo poche cose che mi fanno incazzare quanto il fatto che qualcuno decide di voler rappresentarmi a mia insaputa. La rappresentanza è una cosa seria, sarà per questo che le autocrazie la stanno velocemente dismettendo. Ma non è che se qualcuno col megafono mi dice che siamo una moltitudine e decide che sta rappresentando tutti sia meno violento delle autocrazie, dal mio punto di vista. C’è una postura anti-gramsciana in tutto questo, che non c’entra nulla con la sinistra: la rappresentanza non si costruisce con un atto di forza, ma con la capacità di costruire consenso, di dirigere e non semplicemente dominare. In quell’appropriazione indebita che ogni volta riappare c’è una classe dominante che usa contro la sua volontà un intero popolo che invece scende in piazza perché vorrebbe essere rappresentato da qualcuno. C’è un processo del tutto elitario e un disprezzo per tutto ciò che si costruisce dal basso, contro ogni sua retorica. Vespa e questo documento di Askatasuna dicono esattamente la stessa cosa: che tutti quelli che protestano – per lo sgombero e per Gaza – sono ugualmente dei terroristi. Ma qualcuno disposto a vederci e ascoltarci davvero mentre protestiamo nelle piazze c’è ancora?
Infine, in quel documento c’è tutta la retorica dell’insorgenza che in questi anni è diventata davvero grottesca. Ogni volta è la volta buona che il redentore benjaminiano si faccia vivo. Lo stiamo aspettando da decenni e nessuno che dica mai una volta che si era sbagliato. Quando comincia sto futuro che dovrebbe essere già cominciato decine di volte? Certamente non comincia adesso, come sostiene il documento. Il futuro che comincia adesso io personalmente lo vedo molto bene: è fatto di leggi repressive, di guerre, della fine delle democrazie liberali, dello sfruttamento economico. Questa è la realtà. Nessun altro futuro sta sorgendo adesso, mi dispiace. E non sta sorgendo proprio perché nessuno si sta occupando di costruirlo realmente, attraverso la tessitura politica e l’ascolto e il riconoscimento di tutte le istanze e non la loro strumentalizzazione. Come sarebbe stato utile fare anche stavolta. La sostituzione della realtà con la rappresentazione è uno degli effetti politicamente più perversi della violenza e dell’incapacità di capire – nonostante le lezioni incessanti della storia – che l’esercizio del conflitto sta nell’ordine della nonviolenza. Un futuro potrà sorgere davvero quando ci occuperemo dei processi reali e non saremo complici di questa derealizzazione che ha depoliticizzato il mondo e ci ha reso ormai tutti impotenti.

Ottimo, prof. Labate, ottimo. Penso anche io le stesse cose. E nel mio piccolo cerco di dirle. Ma mi sa che è una “vox clamantis in deserto”. C’è troppa voglia di menare le mani. Come andrà a finire è fin troppo ovvio.
Capisco lo spirito con cui è stato scritto questo articolo e in buona parte lo condivido, in particolare riguardo alla impoliticità delle violenze di frange di manifestanti. Ma non si può correre il rischio di mettere sullo stesso piano la violenza di tali frange, (ripresa in un frammento di video, messa in evidenza e ripetuta per l’ennesima volta), con la violenza sistematica di Stato, che invece viene taciuta ed oscurata. Penso che denunciate le violenze impolitiche e controproducenti di alcune decine di facinorosi ( ammesso che si tratti solo di esse), il compito dell’analista è quello di sottolineare la forza e le ragioni della contestazione popolare, alla quale invece risponde la violenza sistematica dello Stato nelle piazze e nella azione di governo con misure repressive e liberticide, strumentalizzando le vicende con una narrazione che distorce e tende a mistificare la realtà.
Caro Giuseppe, nell’articolo ho scritto: “ Se oggi c’è un pericolo che avanza a grandi passi – e si materializza non solo in Italia ma in tutte le (ex o post) democrazie occidentali – non è la violenza contro lo Stato, ma la violenza di Stato”. Avrei certo potuto aggiungere ulteriormente. Ma più chiaro di così non credo si possa dire di quale sia la questione più rilevante, almeno da parte mia.
Prendo la citazione (di Jean Giono) da un editoriale del direttore della “Stampa”, Malaguti: “Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita”. Ne prendo un’altra (che conferma la prima) da una fonte meno nobile (Matteo Renzi alla Leopolda, 2014): “Il futuro è solo l’inizio”. Una citazione sensata contro una sgangherata. Non se ne può più di parlare del futuro dimenticandosi che l’unica possibilità che ci è data è agire nel presente. Grazie per l’articolo, professor Labate – è attraversato da una bella tensione etica e coglie uno dei punti fondamentali: usare gli stessi mezzi (di comunicazione e non) degli avversari vuol dire avere già perso.