Intifada a Torino

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Il corteo torinese del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna e i suoi esiti occupano la scena politica. Per le strumentalizzazioni (spesso volgari) della destra, alla ricerca di “argomenti” a sostegno di ulteriori inasprimenti repressivi, ma anche per l’apertura di un confronto a sinistra e nei movimenti su temi cruciali come la violenza, le culture politiche in campo, le modalità di gestione del conflitto. A questo confronto, dopo il commento iniziale di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2026/02/02/askatasuna-la-violenza-il-futuro/), apriamo le pagine del sito pubblicando alcuni degli interventi pervenuti (con analisi anche molto diverse): non tutti, per il loro numero e per evitare sovrapposizioni eccessive, ma anche per non diventare monocordi assecondando una pratica tesa a silenziare altri temi cruciali. (la redazione)

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità. Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”. La Torino che invoca l’ordine, una Torino che non ha connotati di classe, socialmente simile a quella che negli USA sta con Trump, non sembra dolersene. Se muore l’industria, può anche andare in pensione La Stampa. La massa indistinta che chiede ordine è oltre il capitalismo, perché il capitalismo dice che se sarai bravo starai meglio. Questi sanno di non poter mai star meglio, a loro basta veder messi in galera quelli di Askatasuna.

Punto terzo. Qui è la procuratrice generale della Corte d’appello di Torino a parlare: «Sempre più imprese ricorrono alle cosche mafiose per appaltare servizi di logistica, di security, di smaltimento rifiuti e di recupero crediti». Finita la manfrina che i poveri imprenditori sono taglieggiati dalla mafia.

In questo quadro di generale declino, così simile a tante altre città italiane – alcune messe molto peggio, come Milano – avviene un fatto nuovo, un qualcosa che squarcia l’atmosfera asfittica: il movimento trasversale per fermare lo sterminio del popolo palestinese. Sembra a prima vista un movimento capace di realizzare una saldatura con le generazioni dei centri sociali, generazioni al plurale, perché alcuni hanno ormai i capelli bianchi e altri hanno vent’anni. La spinta di questo movimento suscita una disponibilità all’opposizione che si manifesta proprio in difesa di Askatasuna, incrina la compattezza di chi invoca l’ordine, contagia chi si oppone alla censura di certi intellettuali, rilancia le occupazioni dell’Università, risveglia un certo interesse per la condizione operaia, per il precariato. Insomma, sembrano venire a galla tante cose in grado alla fine di cambiare le carte in tavola, di pulire l’aria che si respira, di rendere meno facile la logica Piantedosi. Sembra di assistere a quel fenomeno rarissimo della ricomposizione, ossia del convergere spontaneo di tante resistenze in un unico fronte, dove il comportamento “pacifico” è segno di forza, non di paura. Almeno, questo è il tipo di interpretazione proprio di quella cultura del conflitto, che affonda le sue radici nella tradizione socialista e comunista, nella soggettività operaia degli anni 70, cioè in tutte le visioni che hanno nel loro orizzonte una possibile riuscita, una vittoria, e sanno di non doverla sprecare con forzature. Tutto questo s’infrange con gli scontri del 31 gennaio?

Meloni, svelta di mano, è già a Torino la mattina dopo. Chiede ai magistrati di procedere per tentato omicidio. La scena di un gruppo di persone che menano un poliziotto a terra, che cerca di ripararsi la testa dai colpi, ricorda le migliaia di volte che abbiamo visto immagini simili di gruppi di poliziotti accanirsi su manifestanti isolati. Forse non le conviene. Nel campo di coloro che si erano decisi a scendere in piazza prima per la Palestina e poi anche per Askatasuna, e a maggior ragione nel campo cosiddetto “antagonista”, non sembra regnare chiarezza, perché ormai le due culture del conflitto, quella della ricomposizione e quella che ha come modello l’intifada non riescono a convivere. La forma del conflitto, la forma della protesta di piazza, corrispondono sempre a una determinata cultura e ci sembra di poter dire che l’intifada non prevede un processo di crescita né ha orizzonti di vittoria. È una testimonianza, un urlo di rabbia e di dolore. L’intifada importata poi, sradicata dal contesto palestinese, è ancora più spoglia di visione strategica, sia pure di brevissimo termine. Ma rientra in problematiche che i movimenti rivoluzionari conoscono da decenni, almeno dagli Anni Sessanta, si pensi alla “teoria dei fuochi” di un certo guevarismo rispetto a una lotta di popolo di lunga durata. Per questo l’intifada importata non si può liquidare con il termine di provocazione. È qualcosa che le proteste di piazza si porteranno dietro ancora a lungo. Perché le proteste, malgrado l’aumento della pressione repressiva, continueranno. Per la semplice ragione che questo Paese slitta verso l’abisso come le case di Niscemi.

L’articolo è pubblicato anche nel sito Officina Primo Maggio

Gli autori

Sergio Fontegher Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937). Studia alla Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste poi, dopo un soggiorno di studio a Magonza, alla Statale di Milano dove si laurea in storia. Già da studente inizia la sua attività di traduttore ( L’anima e le forme di G. Lukacs, Resistenza e resa di D. Bonhoeffer, I russi a Berlino di E. Kuby, Nazionalsocialismo. Documenti di W. Hofer). Nel 1961 entra a far parte dei “Quaderni Rossi”, nel 1964 è tra i fondatori di “Classe Operaia”, negli stessi anni inizia la lunga collaborazione con i “Quaderni piacentini”. La sua tesi di laurea è pubblicata da Feltrinelli nel 1967 con il titolo La chiesa confessante sotto il nazismo, 1933-1936. Dopo una breve esperienza lavorativa presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti (suoi colleghi sono Franco Fortini e Giovanni Giudici) passa all'insegnamento universitario, prima a Trento poi a Padova (è il primo docente a introdurre all’Università i corsi delle 150 ore). Al culmine di un'intensa militanza politica nei movimenti della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta fonda e dirige la rivista “Primo Maggio”. Lasciata l'Università dall'inizio degli anni Ottanta si specializza in consulenze su problematiche marittimo-portuali e trasportistiche, mentre prosegue l'attività editoriale (consistente la sua produzione in lingua tedesca come redattore della rivista “1999. Zeitschrift für die Sozialgeschichte des XX. und XXI. Jahrhundertes"). Nel 1991 fonda la rivista “Altre ragioni” con Franco Fortini, Michele Ranchetti, Edoarda Masi, Giovanni Cesareo e numerosi ex collaboratori di “Primo Maggio” e di “Quaderni Piacentini” nel cui ambito scrive il saggio Nazismo e classe operaia (ristampato da Il Manifestolibri nel 1994) ed i due saggi sul lavoro autonomo pubblicati nel volume Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli 1997). Fonda Lumhi (Libera Università di Milano e del suo Hinterland) e successivamente l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA), di cui scrive il Manifesto programmatico. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Ceti medi senza futuro? Scritti e appunti sul lavoro e altro (Derive&Approdi, 2007), Vita da Freelance con Dario Banfi (Feltrineli, 2011), Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale (edito nel 2010 dalla casa editrice dell’Università Bocconi).

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One Comment on “Intifada a Torino”

  1. In questo articolo uno dei più attenti studiosi dei movimenti sociali e delle loro mille sfaccettature, Sergio Bologna, in poche righe ci invita ad alzare lo sguardo proponendo alcuni punti essenziali di partenza per capire cosa sta succedendo a Torino e non solo. Si tratta di uno sguardo dall’interno, consapevole anche del fatto che nel movimento radicale di protesta e di rivolta esistono mille modi di essere e contraddizioni vive e vere, politiche ed umane, a volte laceranti, altro che le brutali e strumentali semplificazioni scritte e dette su pochi violenti contrapposti a moltitudini pacifiche o peggio ancora su presunti infiltrati. P.S. Siccome ho imparato nella vita a separare la persona dal ruolo che esercita, sono contento che il volto dell’agente ferito testimoni che le sue ferite non siano gravi come avevo temuto. Resta il fatto che non vedremo mai né il volto né il codice identificativo di quei suoi colleghi che hanno commesso ogni genere di abuso di potere, a Torino come in altri infiniti luoghi.

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