Unire le forze contro la guerra

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La gravità della fase che stiamo attraversando a livello globale è fuori discussione. Stiamo vivendo, secondo l’espressione adottata da papa Bergoglio, ormai di uso comune, una “guerra mondiale a pezzi”. L’orologio dell’olocausto nucleare non è mai stato così vicino alla mezzanotte. Il disordine conflittuale regna nelle relazioni internazionali mentre nell’Occidente, di cui siamo parte, sta prendendo il sopravvento un centro di potere, articolato ma ispirato da una comune visione del futuro, in cui sarebbero destinati a imporsi i (pochi) più forti in campo sia militare che tecnologico, a cui il resto dell’umanità dovrebbe assoggettarsi per essere libera … di sopravvivere. Secondo una simile visione, figlia di ideologie riconducibili in varie forme (tra loro anche in conflitto) al fanatismo suprematista, il dominio delle regole è un futuro inaccettabile. Il Leviatano planetario che dovrebbe regolare i conflitti, detenendo il monopolio della forza di coercizione – assoggettato a quelle stesse regole –, rappresenta per costoro l’apocalisse da combattere per la resurrezione dell’umanità: i loro argomenti, insomma, al di là dei richiami fideistici, di per sé sottratti al vaglio della ragione, non poggiano che sulla forza di coercizione che esibiscono e con cui pretendono di imporsi.

Il rifiuto di questa prospettiva distopica, e perfino l’indignazione, sono ampiamente diffusi, anche nel mondo occidentale, ma stentano a prevalere. La situazione, così, si va aggravando: il massimo esponente della potenza attualmente egemone in Occidente, eletto in base alla promessa di far cessare le guerre in corso e di non scatenarne di nuove (e autocandidatosi al Nobel per la Pace) ha già scatenato sette guerre, incoraggiato (e, si insinua, ricattato) dai centri di potere che, a Washington e a Tel Aviv, perseguono la prospettiva del dominio planetario: ossia, di un mondo pacificato perché assoggettato. L’estrema gravità della situazione, se non si disarmano i fautori del dominio della forza, sta nel fatto che non la si sta esercitando con spade, lance e cavalli, né con archi e balestre, né con polvere da sparo e cannoni, ma con ordigni assai più sofisticati. Due bombe atomiche sono state usate già 80 anni fa, in una versione dal potere distruttivo assai ridotto rispetto a quello raggiunto dagli ordigni nucleari attualmente in possesso di diversi stati, a conclusione della guerra che, in tutta la storia dell’umanità, ha coinvolto più popolazioni e provocato più morti. Una guerra, ricordiamolo, già vinta e una carneficina (centinaia di migliaia di vittime civili) a scopo essenzialmente dimostrativo, come monito a futura memoria della propria supremazia. A questi ordigni, per di più, si stanno affiancando sofisticati dispositivi elettronici che sono stati usati per punire, a morte, senza processo, migliaia di esseri umani colpevoli di appartenere a gruppi etnici considerati ostili, tra cui singoli esponenti dei vertici istituzionali di stati sovrani. È questa medesima hybris, questo medesimo delirio di onnipotenza, che sta portando i nuovi “signori della terra” (o pretesi tali) a illudersi di poter dominare non soltanto i propri simili ma il mondo naturale che ci ospita senza preoccuparsi della sua riproducibilità e della compatibilità con le esigenze vitali. Nel futuro che siamo chiamati a scongiurare, se prevale la “legge del più forte” o lo schema “apocalisse/resurrezione”, non sono dunque a rischio soltanto la pace e la prosperità ma può perfino essere minacciata la sopravvivenza della nostra specie nelle condizioni vitali che è arrivata a garantirsi (ricordiamo l’immagine cui è ricorso Einstein, di una quarta guerra combattuta con sassi e bastoni se mai ci dovesse essere una terza guerra mondiale).

In un simile quadro, credo che nella sinistra debba maturare la convinzione di essere chiamata a una particolare responsabilità. Credo, cioè, che tornare a far valere il primato delle regole, la forza del diritto anziché la legge del più forte, significa riaffermare l’impianto ideologico che ha preso forma nel tempo a partire dalla metà dello scorso millennio, in una Europa afflitta dal susseguirsi di sanguinosi conflitti, passando attraverso l’illuminismo e le rivoluzioni borghesi e attorno a cui la sinistra ha costruito la sua identità politica.

È evidente che, definita in questi termini, la sinistra è un’area piuttosto ampia. La parte che si sta impegnando con più decisione è quella rimasta con più coerenza fedele all’idea di un indissolubile connessione tra uguaglianza, solidarietà e libero sviluppo della persona: ossia, quella che, prendendo le mosse la “sociologia scientifica” di Marx, ha dato vita ai movimenti socialista e comunista: ma questa parte è, al momento, minoritaria nella più ampia area della sinistra, per effetto, dapprima, della battuta di arresto subita dall’esperimento socialdemocratico al termine dei “Trenta Gloriosi” e poi del collasso dell’esperimento sovietico: due vicende che, per quanto assai diverse, nel loro susseguirsi hanno molto indebolito la presa di quella cultura e di quei movimenti politici, mentre una parte prevalente è stata indotta ad accettare parametri di giudizio e impianti programmatici (la “Terza Via”) caratteristici della destra liberista (più che liberale). Nonostante questa situazione di debolezza, sono dell’opinione che quella parte sia l’area culturale meglio attrezzata per prospettare un’alternativa che consenta di scongiurare il disastro: senonché ritengo anche che in quest’area debba maturare la convinzione dell’assoluta necessità di allargare quanto più possibile l’arco di forze disponibili a compiere il complesso lavorio necessario per scongiurare il disastro prevedibile e che, a questo fine, si possa puntare a far convergere filoni della sinistra oggi distanti.

Il presupposto su cui si basa questa convinzione è che la visione ora dominante nel mondo occidentale, per la sua matrice (riedizione aggiornata, modernista e tecnocratica, del nazifascismo) e per il futuro distopico che accarezza, non è compatibile con una visione che, per quanto moderata e liberista, si richiami alla democrazia: nei termini, per intenderci, in cui è declinata nella Dichiarazione Universale (ma, potrei dire, nell’esordio della Dichiarazione di Filadelfia del 1776). E che si può dunque pensare che sulla base di una convergenza attorno a questa visione comune sarebbe possibile mettere in atto una reazione tale da scongiurare il disastro in vista.

Un primo punto fermo, che va in questa direzione e su cui mi sembra vi sia un consenso abbastanza vasto, ci riguarda da vicino ed è il ruolo che in questa prospettiva l’Europa è chiamata a svolgere. Se negli USA, nella costola dell’Europa che ha acquistato una potenza che non ha uguali, non prevale un cambio di rotta radicale (su cui al momento non si può fare alcun affidamento); se la Russia non inverte la rotta rispetto all’ambizione (e alla postura) imperiale; se i due stati più popolosi del pianeta (Cina e India) non si espongono per prendere la guida di una iniziativa per il rilancio dell’ONU attraverso una riforma radicale in cui sarebbe messa in gioco ogni loro ambizione (e rivalità) di natura imperiale; se il “rest” diverso dal “West” non raggiunge un peso determinante tale da renderlo protagonista in questa direzione; se, insomma, nessuna ipotesi alternativa ha maggiori probabilità di prendere corpo e, soprattutto, di riuscire, all’Europa spetta l’onere di prendere l’iniziativa per metter fine alla conflittualità che si sta diffondendo su scala planetaria: non solo per risarcire il debito contratto nei confronti del resto del pianeta, avendola per prima generata e alimentata, ma perché avrebbe nelle sue radici culturali le ragioni per perseguire quel disegno e le condizioni per riuscire nell’intento.

Un ostacolo rilevante in questa prospettiva deriva dalla divaricazione subita dalla sinistra, avendo una parte perso di vista il problema rappresentato dalla tendenza alla massima accumulazione di ricchezza astratta, che determina due condizioni insostenibili: un aumento degli squilibri sociali (crescita progressiva della divaricazione tra le condizioni vitali di una parte sempre più ristretta dell’umanità e il restante) e un degrado delle condizioni di vivibilità della biosfera. Pur tuttavia, un terreno comune di riflessione si potrebbe trovare, questo il tema che suggerisco di approfondire senza andare qui troppo oltre nell’argomentazione, attorno alle diseguaglianze e all’accumulazione di ricchezza astratta che ne è all’origine, ripercorrendo le ragioni del cambio di rotta avvenuto nei Settanta, quando si è imposta l’idea di uno “stato minimo” sullo “stato sociale” e ha fatto breccia nel campo riformista la tesi dell’”eccesso di aspettative” a cui occorreva metter fine scommettendo sul “gocciolamento” anziché sulla leva fiscale e il ruolo attivo dello stato.

Quanto alla sostenibilità ambientale, si dovrebbe tornare a considerare, come condizione per la sopravvivenza della specie, che gli elementi naturali utilizzati come forza motrice o manipolati per “produrre” non siano ulteriormente sottratti all’ambiente senza alcun riguardo per la loro riproducibilità né per gli squilibri provocati dalla loro sottrazione e dal loro utilizzo.

Dovrebbe essere di impulso per una riflessione comune la constatazione dell’uso ripetuto, in forme sempre più aggressive nei confronti della specie e dell’ambiente, del potere di coercizione affidato alle istituzioni statali, sorrette da apparati militari sempre più tecnologicamente avanzati, mentre viene ridotta al minimo la funzione dello stato di regolare i rapporti interumani in base a regole liberamente condivise. Che a questa condizione, aberrante e disumana, si debba mettere fine prima che sia troppo tardi dovrebbe essere una convinzione comune per la cultura della sinistra nella sua accezione più ampia, equivalente a cultura democratica: e non mancano, a ben vedere, elementi che autorizzano a ritenere credibile questa prospettiva. Un primo riguarda il compito, sempre più urgente, di recuperare la centralità dell’ONU, una volta riformato. Un progetto organico messo a punto da un’associazione, Costituente Terra, promossa nel nostro paese da un eminente giurista, Luigi Ferrajoli, sta suscitando interesse fuori dai nostri confini, al punto che sarà oggetto di un incontro con il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nella stessa direzione è andato l’attuale presidente della Finlandia, Stubb, già eurodeputato del gruppo conservatore (un democratico che, dunque, non si colloca nelle file della sinistra) sollecitando una revisione dello statuto dell’ONU che affranchi quell’organismo dall’ipoteca imposta dai due protagonisti della guerra fredda, come sarebbe stato necessario già alla sua conclusione. Perfino il cancelliere tedesco, Merz, nel suo discorso introduttivo alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco, nello scorso febbraio, ha dichiarato conclusa la convergenza, fin qui incrollabile, con gli USA proprio in quanto l’Europa intende restituire all’ONU il ruolo che le era stato assegnato alla fondazione. E non ha certo avvicinato le posizioni l’accorato richiamo alle comuni radici, con cui il segretario di stato USA Rubio gli ha risposto il giorno successivo, in quanto ha preso le mosse dall’affermazione della legge del più forte, all’opposto del dominio delle regole, e dall’esortazione a “non aver paura della guerra”. Così come meritano un richiamo le affermazioni del Presidente del Consiglio canadese Carney a Davos che ha invitato le “medie potenze” a coalizzarsi per far fronte al rifiuto dell’ordine internazionale basato sulle regole, così da evitare la subordinazione alle grandi potenze, e nello specifico agli USA.

Un’Europa che messa difronte a una scelta cruciale, a cui non era preparata ma di cui sta prendendo coscienza, torni a richiamarsi alle sue radici democratiche in aperto contrasto con la cultura a cui sta approdando l’incontro tra la follia sionista di matrice israelo/ebraica e quella USA/wasp potrebbe porsi in prima linea in una iniziativa di forte contrasto nei confronti della deriva attuale. Senza paura – per rispondere a Rubio – potendo contare sulla forza dei numeri della grande maggioranza dei “cittadini del mondo”. Il compito della sinistra più coerente con le sue basi ideologiche non è quello di combattere la parte che oggi appare più disorientata che ostile, ma di guidarla.

Le priorità immediate sono tutte riconducibili all’obiettivo di mettere fine alla guerra a pezzi ripristinando il dominio delle regole. Anche in Ucraina, se si riparte dall’accordo raggiunto a Istanbul sciogliendo il nodo delle garanzie, come ha ampiamente dimostrato lo studio approfondito di quella trattativa compiuto da Charap e Radchenk (ormai un punto di riferimento), affidando l’attuazione dell’accordo di Minsk all’ONU: che Putin lo dichiari oggi superato non è di ostacolo se quello che viene superato per primo è il veto USA quanto alla rinuncia ad accogliere l’Ucraina nella NATO visti i prezzi che la Russia, che lo ammetta o meno, sta pagando. Sarebbe, oltre tutto, un modo per costringere Israele, isolato, a doversi difendere dalle accuse di aver violato apertamente il diritto internazionale e a dover chiudere la questione palestinese (e iraniana) accettando i due stati, accollandosi il prezzo della ricostruzione di Gaza e affidandone il governo alla supervisione ONU. Infine, si dovrebbe risarcire l’Iran per gli attacchi che ha subito in base all’accusa indimostrata e presumibilmente falsa di aver violato gli impegni sul nucleare riprendendo il percorso, interrotto, di enforcement del Trattato di non proliferazione nucleare nella prospettiva di un disarmo radicale. Perché, rispondendo di nuovo a Rubio, l’istinto omicida NON è connaturato all’homo sapiens, che lo sanziona e lo condanna (NON più a morte fisica ma a morte civile): anche se non può cancellarlo (come non può impedire il suicidio).

Gli autori

Giovanni Principe

Giovanni Principe (Roma, 1947), economista nel campo delle politiche sociali, già primo ricercatore nell’Istituto di Studi e Analisi Economiche (ISAE) e direttore generale dell’Istituto per la Formazione dei Lavoratori (ISFOL) è stato a lungo dirigente di strutture CGIL. Attualmente fa parte del comitato scientifico di “Politiche Sociali” (Il Mulino) e “La Rivista delle Politiche Sociali” (Futura-Ediesse).

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2 Comments on “Unire le forze contro la guerra”

  1. Ci si può ancora illudere che questa Europa, proprio questa, non quella utopica o quella degli inizi, abbia coscienza e determinazione nei suoi apici di fare qualcosa di serio contro guerra e bellicismo ?
    Purtroppo non ho buone speranze.
    Non sono economista né politologa, ma ho occhi per vedere e orecchie per sentire cosa proviene da quegli scranni. Nulla di buono sulle cose fondamentali, sui problemi dirimenti.

  2. Per formazione o deformazione professionale, ho sentito prioritaria, dopo le tante affermazioni tutte ampiamente condivisibili, l’ultima frase: l’opposizione al” Homo homimini lupus e al più radicale Mors tua vita mea”, perché lla naturale socialitàò umana é stata assolutamente necessaria per la sopravvivenza della specie e il suo sviluppo, . la sua cancellazione segna l’insorgenza della più grave malattia mentale, la schizofrenia, purtroppo legittimata e istituzzionalizzata dal potere, che può portarci alla totale distruzione e sparizione.

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