Mai la distanza fra centro e periferia negli Stati Uniti è sembrata così grande come oggi. Da un canto c’è un’amministrazione federale che fa strame di ogni principio di separazione dei poteri e di pesi e contrappesi, così come previsti dalla Costituzione, forte della mancanza di quei freni che dovrebbero provenire sia dal Congresso che dalla Corte Suprema federale. Dall’altro si assiste, invece, a una resistenza senza precedenti messa in atto dalle Corti federali inferiori, dalle amministrazioni municipali e dalla gente comune, in particolare quando investita di compiti istituzionali. Si tratta di un aperto conflitto interno, che sabato 6 settembre Trump non ha esitato a chiamare “guerra”, quando – dopo aver rinominato in tal guisa il dipartimento di difesa – in un post sul suo social (intitolato Chipocalypse Now, dove il riferimento è ovviamente al film di guerra del 1979 Apocalypse Now, e accompagnato da un’immagine che mostrava elicotteri, fiamme che si alzavano e lo skyline di Chicago) ha scritto: “Chicago sta per scoprire perché si chiama il Dipartimento della GUERRA”! (https://www.nytimes.com/live/2025/09/07/us/trump-news#trump-chicago-ice-raids-immigration). La risposta del governatore dell’Illinois al brutale attacco online, che minacciava una occupazione militare di Chicago – al pari di quanto avvenuto nel recente passato a Los Angeles o a Washington, se non peggio – allo scopo di piegare ancora una volta al volere dell’amministrazione centrale una città così detta “santuario”, per via della politica di non collaborazione con le forze federali nella cattura dei migranti irregolari, dà il senso del livello di conflittualità raggiunto far centro e periferia. «Il Presidente degli Stati Uniti sta minacciando di fare guerra a una città americana» ha detto, infatti, il governatore JB Pritzker, e ancora: «L’Illinois non si lascerà intimidire da un aspirante dittatore». Nel frattempo, nel pomeriggio di sabato, i cittadini di Chicago scendevano in massa nel centro della città per protestare contro le parole di Trump.
Così l’esecutivo è giunto addirittura a rivendicare il potere di guerra senza il consenso del Congresso – pur previsto come necessario dalla Costituzione federale – per affondare le imbarcazioni di chi senza prove è ritenuto un trafficante di droga venezuelano, membro dell’organizzazione dichiarata terrorista Tren de Aragua (https://www.nytimes.com/2025/09/03/us/politics/hegseth-venezuela-drug-strike.html), usurpando una volta di più prerogative che non gli appartengono senza alcuna reazione da parte del suo legittimo detentore, ossia il Parlamento. Al contrario, all’uso o alla minaccia di far uso della forza militare contro i suoi stessi cittadini, le corti federali di grado inferiore, le municipalità, e le persone comuni si oppongono e si sono opposti con forza. Alle proteste dei cittadini contro le occupazioni militari delle città democratiche (giustificate queste ultime con i più diversi argomenti: dalla presunta violenza dei manifestanti anti retate dei migranti, come a Los Angeles, o dalla inconsistente accusa di criminalità fuori controllo, come a Washington D.C.) hanno, infatti, dato sostegno le decisioni delle Corti federali inferiori e le azioni legali intraprese dalle municipalità volte a dichiarare o a far dichiarare l’illegittimità delle azioni governative di “guerra” interne.
Il giudice di distretto di San Francisco, Charles R. Breyer, adito dal governatore della California Gavin Newsom, ha recentemente ritenuto (https://www.nytimes.com/interactive/2025/09/02/us/newsom-v-trump-176-pca-order-granting-injunctive-relief.html) che il dispiegamento delle truppe della Guardia Nazionale a Los Angeles – da lui bollato come illegale – abbia calpestato un principio fondamentale della democrazia americana, ossia che i militari non dovrebbero essere coinvolti nell’applicazione della legge sul territorio nazionale. Sulla base dello stesso criterio il Distretto di Columbia, nella persona del suo Attorney General, ha poi fatto causa all’amministrazione Trump in un tribunale federale giovedì 4 settembre, contestando il dispiegamento delle truppe della Guardia Nazionale nella città e descrivendo la loro presenza come una “occupazione militare”.
La resistenza all’accentramento di potere dell’amministrazione Trump da parte delle Corti federali inferiori, a fronte della inerzia del Congresso, va d’altronde avanti fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, in una vera e propria schermaglia a suon di sentenze fra il giudiziario inferiore e la Corte Suprema, la quale – sia pur in pronunce per ora espresse soltanto in via emergenziale – ha invece finora quasi sempre assecondato le ambizioni autoritarie di Trump. Nel tempo le Corti inferiori si sono, infatti, opposte allo smantellamento delle agenzie federali (create e finanziate dal Congresso a partire soprattutto dai tempi di FD Roosevelt), alla cacciata in massa dei loro dipendenti, al licenziamento financo dei loro vertici, al blocco del finanziamento all’agenzia internazionale USAID, all’imposizione dei dazi ai paesi terzi non decisi dal Congresso (come secondo Costituzione), alla deportazione di migranti in forza di una legge (l’Alien Enemies Act) pensata per tempi di guerra, alla deportazione di coloro che avevano ottenuto da Biden un permesso temporaneo di soggiorno e lavoro, alla espulsione con procedura accelerata di chi non può provare di essere nel paese da più di due anni o a quella dei bimbi guatemaltechi senza che fosse accordato loro un giusto processo, e via elencando.
In tutte queste occasioni le Corti federali di primo grado – e sovente anche quelle di secondo – hanno ritenuto che l’esecutivo stesse esorbitando dalle proprie competenze. Sono state però, nella stragrande maggioranza dei casi, smentite dalla Corte Suprema adita da Trump in via emergenziale, che ha bloccato per ora l’efficacia dei relativi provvedimenti. L’ultimo episodio risale a lunedì 8 settembre (ieri per chi scrive https://www.supremecourt.gov/opinions/24pdf/25a169_5h25.pdf ), quando la Corte Suprema ha annullato, per ora, l’ordine di un giudice federale (confermato in appello) volto a vietare agli agenti governativi l’effettuazione di controlli indiscriminati sui migranti nell’area di Los Angeles, che i ricorrenti avevano definito come una “palese profilazione razziale”. Avendo l’ultima parola in proposito, la US Supreme Court si pronuncerà nel merito sulla gran parte di tali questioni, ma l’appiattimento sull’esecutivo finora dimostrato dal giudice supremo statunitense nei provvedimenti cautelari in via di emergenza non fa ben sperare chi auspicherebbe che il giudiziario fungesse – come da mandato costituzionale (almeno a partire dal 1803 con Marbury v. Madison) – da contro limite allo straripamento di poteri di Trump.
A fianco della resistenza dei giudici federali di grado inferiore, soprattutto di distretto, e dei tanti governatori e sindaci del paese che – come la sindaca di Los Angeles Karen Bass (1) – si battono contro lo straripamento di potere dell’esecutivo, ci sono poi anche le persone comuni. E non solo quando, contro le occupazioni militari delle loro città o contro le retate disumane, indiscriminate e a tappeto contro i loro co-residenti da parte di forze governative mascherate e senza possibilità di essere identificate, scendono in piazza in massa. La resistenza della gente comune alle politiche del governo centrale passa oggi anche attraverso la loro inedita presa di posizione in sede istituzionale. Nel sistema processuale penale statunitense, i pari, ossia i cittadini del luogo in cui si è svolto il fatto contestato, ricoprono – si sa – un ruolo importante. Non soltanto in veste di giurati: prima ancora in quella di “grandi” giurati, con il compito di decidere sul rinvio a giudizio dell’accusato richiesto dal prosecutor. Orbene, mentre è noto come il grand jury sia uno strumento nelle mani dell’accusa, al punto che si dice che nel sistema statunitense un prosecutor potrebbe ottenere il rinvio a giudizio anche di un sandwich al prosciutto, oggi i grandi giurati sorprendentemente si rifiutano spesso di assecondare l’organo dell’accusa federale e non concedono il rinvio. I casi giudiziari sono i più vari, ma riguardano sempre accuse collegate alle politiche governative. Che si tratti di manifestanti di piazza contro il governo o di chi minaccia il presidente oppure ancora di chi – come Sean C. Dunn, un ex impiegato al dipartimento di giustizia – getta un panino in faccia a un agente fedarle in pattugliamento, i giurati del rinvio a giudizio si oppongono con forza a quello che percepiscono come un eccesso di potere da parte dell’esecutivo centrale.
Così mentre sui muri di Washington compaiono immagini in stile Banksy di figure che lanciano panini (2) e la dinamica dei pesi e contrappesi che non funziona più a livello centrale sembra essersi spostata a livello di periferia, la distanza fra le istituzioni centrali (siano esse il governo federale, i suoi agenti, il Congresso o la Corte Suprema) e gli attori locali periferici (ovvero i sindaci, i governatori di Stato, i giudici federali di distretto o financo di circuito e la gente comune) pare crescere a dismisura e con essa una conflittualità che fa presagire uno scontro sempre più aspro.
Note:
(1) Dopo il via libera garantito dalla Corte Suprema alle retate condotte su base etnica e razziale, la prima cittadina di Los Angeles ha affermato: «Voglio che l’intera nazione mi ascolti quando dico che questo non è solo un attacco contro il popolo di Los Angeles, è un attacco contro ogni persona in ogni città di questo Paese».
(2) Immagini che fanno il paio con il nuovo murale proprio di Bansky, apparso – e poi subito rimosso- sulla facciata dell’edificio della Royal Courts of Justice, nel centro di Londra, raffigurante un giudice con la tradizionale parrucca e toga nera che colpisce un manifestante steso a terra, con schizzi di sangue che macchiano il suo cartello di protesta (https://www.theguardian.com/artanddesign/2025/sep/08/court-staff-cover-up-banksy-image-of-judge-beating-a-protester).
