Di Gaza, del tramonto dell’Occidente, dell’egemonia della destra

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In un’epoca drammatica e convulsa come questa non mi azzardo a fare previsioni su quanto accadrà nel futuro più o meno vicino, ma, per affrontare le prossime scadenze, provo, almeno, a mettere ordine in alcune riflessioni.

1. Il mondo oggi è Gaza. Ci sono altri comprimari e guerre sanguinose, ma Gaza è il centro. Lì non c’è stata una guerra. C’è stato un genocidio che si è accanito su bambini e neonati, che ha affamato volontariamente un intero popolo e distrutto intenzionalmente ospedali e luoghi di cura, che ha ucciso in modo mirato chi provava a documentarlo, che ha violato tutte le risoluzioni internazionali e delegittimato chiunque non ne avallava obiettivi e metodi. E non è finita. Tutto è appeso a un filo e lo stesso uso del tempo verbale al passato è improprio. Quel genocidio è stato (è) un crimine senza paragoni nel nuovo millennio, che rimanda alle peggiori atrocità della storia (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/08/29/gaza-lucraina-e-la-sinistra-gli-abbagli-di-micromega/). Gaza è uno spartiacque etico. È il luogo dove è stata infranta la soglia minima dell’umanità, dove donne e uomini sono stati (di nuovo) privati di ogni dignità, annullati, ridotti al rango di “non persone”. Per questo non vale evocare l’eccidio del 7 ottobre. Non ci sono ragioni né giustificazioni né attenuanti. E risuona, per tutti e per ciascuno, il monito di Primo Levi che fa da esergo a Se questo è un uomo: «Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi alzandovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi». Gaza è, per le generazioni del duemila, quel che è stato, per il popolo del novecento, la shoah, quel che è stato Auschwitz, quel che sono stati i luoghi che una indegna ministra della Repubblica definisce sprezzantemente meta di gite. Con l’aggravante che questo genocidio è trasmesso in diretta, è noto a tutti. Anche a chi, per interesse o per ignavia, lo nega, proprio come chi, ottant’anni, fa negava l’esistenza dei lager. È, prima di tutto, per questo abisso morale che Gaza sta mobilitando una parte crescente del mondo. E cambia gli scenari di riferimento. I nostri nipoti piangeranno e si formeranno su libri di scrittrici e scrittori palestinesi sopravvissuti, come la nostra generazione ha fatto con i libri di Primo Levi.

2. Ma Gaza è anche altro. È l’epicentro e, insieme, il segnale della fine (avvenuta o in itinere) del sistema politico sorto sulle ceneri della seconda guerra mondiale. Sta, infatti, accadendo – a Gaza e non solo – l’indicibile. La guerra torna ad essere, per molti, l’“igiene del mondo” e le parole della follia futurista (reiterate da capi di Stato che promettono un “inferno” purificatore) si accompagnano a una rinnovata corsa agli armamenti, praticata senza vergogna da un’Europa che si autodefinisce patria di civiltà e di democrazia. Il nazionalismo si accompagna a un colonialismo che ha gettato anche la maschera dell’ipocrisia e che disegna sulla carta geografica, senza neppur consultare gli interessati, nuovi “protettorati” che chiama, spudoratamente, pace. Intanto il diritto internazionale – nato come strumento per evitare guerre e conflitti e per favorire i diritti dei popoli – muore, lasciando il campo al puro dispiegarsi della forza. Le risoluzioni dell’Onu sono disattese e irrise e i tribunali internazionali delegittimati, mentre i destinatari dei loro provvedimenti restrittivi vengono accolti con ogni onore dai potenti del mondo. L’immagine plastica del disfacimento è l’aula dell’Onu pressoché vuota mentre Netanyahu, forte della protezione degli Stati Uniti, rivendica ed esalta il genocidio in atto. È sempre difficile per i contemporanei cogliere appieno l’entità dei fatti che accadono sotto i loro occhi e anche noi finiamo per lasciare agli storici di domani il compito di sottolineare e interpretare la realtà attuale. Così tutto ci sembra ordinario, ma non è così. Quel che accade oggi è il disfacimento di un ordine mondiale, di un sistema di governo del pianeta. Non era – quell’ordine – una garanzia di pace, di uguaglianza, di parità di diritti. Anzi. Ma era, almeno, un tentativo. La sua dissoluzione – è facile prevederlo – non porterà una pace giusta e duratura in Palestina e innescherà altri conflitti e altre guerre.

3. Il disfacimento dell’attuale ordine mondiale va di pari passo con la fine del primato degli Stati Uniti e dell’Europa. Nessuno può dire cosa verrà dopo, ma due cose sono chiare: il primato dell’Occidente, il suo potere, la sua egemonia sono arrivati al capolinea; la sua crisi è irreversibile ma non indolore e si consumerà (si sta già consumando) con colpi di coda devastanti. L’epoca d’oro dell’Occidente ha coinciso con la prosperità economica, con una grande fioritura culturale e artistica, con il monopolio delle moderne tecnologie e con una veste istituzionale democratica fondata su regole condivise (di grande spessore teorico anche se spesso smentita da prevaricazioni e sfruttamento coloniale). Tutto questo semplicemente non c’è più e il testimone è in mano (o sta passando) ad altri soggetti (https://vll.staging.19.coop/mondo/2025/09/26/la-cina-e-l-india-protagoniste-del-nuovo-ordine-mondiali/) che lo proclamano con lucida consapevolezza: «100 anni fa, l’Impero britannico dominava il commercio globale, controllando più del 20% della ricchezza mondiale. Molti credevano che il suo sole non sarebbe mai tramontato. 200 anni fa, la Francia dominava il palcoscenico europeo, con i suoi eserciti temuti e la sua cultura invidiata. Napoleone si dichiarò immortale. 400 anni fa, la corona spagnola regnava da Manila a Città del Messico, con le sue flotte del tesoro cariche di argento e seta. I re pensavano che la loro gloria sarebbe durata per sempre. Ogni impero si proclamava indispensabile. Alla fine, ognuno di essi è stato superato. Il potere diminuisce, l’influenza si sposta, e la legittimità muore nel momento in cui viene assunta piuttosto che guadagnata. Se l’America perderà il rispetto del mondo, scoprirà ciò che ogni impero caduto ha imparato troppo tardi: il mondo va avanti. Sempre» (così il presidente cinese Xi Jinping: https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/07/03/loccidente-il-calciatore-imbolsito-che-si-crede-ancora-un-campione/). Non so dire se il futuro che ci aspetta sarà unipolare o multipolare e, soprattutto, se sarà un bene o un male per il mondo, ma so che è un fatto con cui ci si dovrà, nei prossimi decenni, misurare. Quanto ai colpi di coda del sistema che perde il suo primato, basta guardare a quanto sta accadendo negli Stati Uniti: la schizofrenia di una politica estera piegata ai propri esclusivi interessi, l’uso spregiudicato dei dazi come arma impropria e la progressiva cancellazione dello Stato di diritto sono, a ben guardare, la reazione scomposta a una perdita di ruolo conclamata e inarrestabile (che la megalomania di un presidente psicopatico ha aggravato ma non inventato).

4. Intanto in Italia, come in gran parte del mondo, si dispiega l’egemonia della destra. È la risposta, non solo emotiva, alla situazione sin qui descritta e – inutile cercare di esorcizzarlo – durerà a lungo: almeno sino a quando permarranno il caos internazionale, l’incertezza economico-sociale e il disorientamento culturale attuali. Questa egemonia ha alcuni tratti che è necessario cogliere. Primo. C’è, anzitutto, l’alleanza con i poteri forti e la rassicurazione di una borghesia che teme di perdere il proprio status. Di qui le scelte economiche antipopolari (seppur non disgiunte da un pizzico di demagogia), il taglio delle tasse per i ceti medio-alti, la strizzata d’occhi agli evasori, la chiusura delle frontiere ai migranti e il razzismo, le politiche sicuritarie e l’enfasi sui valori più tradizionali (Dio, patria e famiglia), coniugati in chiave apertamente reazionaria. Niente di nuovo, verrebbe da dire. Ma c’è, rispetto al passato recente, un elemento aggiuntivo: un surplus di aggressività, di intolleranza e di volgarità, che non è solo un tratto antropologico di questa destra ma è anche l’indice di una concezione della politica fondata, secondo il modello trumpiano, sull’esaltazione degli istinti peggiori delle persone e dei gruppi, sulla contrapposizione, sullo scontro, sullo spirito di parte. Secondo. Corollario di questa impostazione è il tentativo di riscrivere la storia attraverso la riabilitazione del fascismo, l’esaltazione di personaggi del regime, la censura di testi scolastici sgraditi, l’ostracismo degli storici non allineati, l’arruolamento di “cattivi maestri”: il tutto all’insegna del vittimismo e del peggior revanscismo. Terzo. Funzionale a questa operazione è la conquista del sistema della comunicazione e l’uso martellante e spregiudicato dei social. L’occupazione della televisione pubblica non ha uguali nella storia repubblicana, il rapporto con la grande stampa indipendente è all’insegna di una “benevola neutralità”, i videomessaggi hanno sostituito i dibattiti parlamentari e le conferenze stampa. Così si veicola il “culto della personalità” della presidente del Consiglio e si costruisce un’informazione di regime (non senza punte di grottesca comicità, peraltro ininfluenti sul consenso dei fans, come la velina del ministero dell’Interno secondo cui nella straordinaria mobilitazione nazionale pro Gaza del 3 ottobre ci sarebbero state 29 manifestazioni con 396.400 [sic!] partecipanti).

5. Nonostante tutto, spinto da ragioni sociali, economiche e politiche, il dissenso emerge e si manifesta. E la risposta istituzionale rivela altri due tratti del governo della destra: l’uso abnorme della repressione penale (e amministrativa) nei confronti del “nemico interno” e l’irrigidimento autoritario dello Stato. Sul versante repressivo basta ricordare il salto di qualità realizzato con il decreto legge 11 aprile 2025 n. 45 (convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80) che prevede, tra l’altro, il reato di resistenza passiva (del tutto inedito nel nostro sistema), la criminalizzazione – attraverso il ripristino del blocco stradale mediante la sola interposizione del corpo – di tutte le manifestazioni spontanee o non previamente comunicate, l’aggravamento delle pene per numerosi reati se commessi nel corso di manifestazioni (così ribaltando la stessa impostazione del codice penale fascista che aveva previsto come attenuante, ai sensi dell’articolo 62 n. 3, il fatto di «aver agito per suggestione di una folla in tumulto»), la “mano libera” per le forze di polizia, suggellata dall’autorizzazione ai suoi appartenenti a portare comunque, senza licenza e anche fuori dal servizio, un’arma diversa da quella di ordinanza. A conferma del fatto che l’elemento distintivo dei sistemi democratico/liberali rispetto a quelli autoritari è sempre più l’entità della repressione: mentre i primi tendono a minimizzarla e a circondare di garanzie il suo esercizio, i secondi la usano come strumento ordinario di governo, azzerando o riducendo drasticamente i diritti di chi vi è sottoposto (https://www.questionegiustizia.it/articolo/criminalizzazione-attivisti). Sul versante isituzionale, poi, la risposta della destra all’opposizione e alla protesta sociale e politica consiste nell’attacco al pluralismo, alla partecipazione, ai contrappesi diretti a evitare la concentrazione del potere. Questi istituti sono da tempo delegittimati attraverso l’incentivazione dell’astensionismo (anche con leggi elettorali che hanno falsato la rappresentanza), la marginalizzazione del Parlamento con il ricorso indiscriminato ai decreti legge e al voto di fiducia, la riduzione di fatto dell’indipendenza della magistratura mediante intimidazioni e leggi ad hoc. Ma oggi questo processo degenerativo subisce un’ulteriore accelerazione con le riforme costituzionali in cantiere in tema di premierato elettivo, riorganizzazione della magistratura, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/09/29/lestremismo-istituzionale-di-giorgia-meloni-e-leredita-di-almirante/) che delineano una sorta di “democrazia del capo”, titolare di un potere sostanzialmente illimitato. È, a ben guardare, il fascismo del terzo millennio la cui affermazione sembra trovare come unico possibile sbarramento i referendum oppositivi delle “riforme” costituzionali in corso di approvazione.

6. In questo contesto hanno fatto irruzione, come in altre parti del mondo, le imponenti manifestazioni pro Palestina delle scorse settimane, veri e propri movimenti tellurici in un Paese apparentemente anestetizzato, con pochi analoghi precedenti nella storia nazionale (https://vll.staging.19.coop/commenti/2025/10/08/un-tempo-nuovo-sullottobre-italiano/). Di esse molto si è detto, anche se resta aperto l’interrogativo sulla loro idoneità ad aprire una nuova stagione politica (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/10/06/la-mobilitazione-per-gaza-puo-aprire-una-stagione-politica/). La risposta può essere positiva se ci sarà un lavoro nel profondo e di lunga lena, per costruire un modo diverso di fare politica senza cercare scorciatoie e impossibili ricadute sugli attuali assetti di potere. La destra avverte questa potenzialità e i connessi rischi per la propria egemonia. E reagisce, per questo, in modo nervoso e scomposto: con insinuazioni volgari sulle finalità degli scioperi per Gaza, con prediche paternalistiche sui percorsi da seguire per raggiungere davvero la pace (sic!), con denunce di cedimenti all’antisemitismo (magari proposte da chi, come il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, non disdegna di farsi immortalare in divisa nazista e con la svastica al braccio) e con alti lai per le “inaccettabili violenze” che accompagnano manifestazioni e cortei. L’operazione è strumentale e pretestuosa e va contrastata e smascherata senza complessi di inferiorità nei confronti di chi la cavalca mentre giustifica e sostiene la violenza indicibile del genocidio. Occorre conservare, almeno, il senso delle proporzioni. Anzitutto perché nelle manifestazioni delle scorse settimane gli scontri e i danneggiamenti sono stati limitati e marginali. E poi per la consapevolezza del fatto che nelle piazze, di qualunque genere e colore, si scaricano da sempre (basta leggere le pagine dei Promessi sposi sull’assalto al forno) tensioni incontrollate che non vanno fomentate ma gestite con intelligenza e realismo (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/01/16/dopo-ramy-violenza-ordine-pubblico-ipocrisia/). Non si tratta di giustificare o minimizzare, ma di evitare strumentalizzazioni controproducenti. Personalmente non ho mai ceduto alla fascinazione della violenza: perché le dure lezioni della storia hanno dimostrato che raramente essa è levatrice di democrazia e di libertà e, al contrario, la sua pratica alimenta assai spesso prevaricazioni e intolleranza. Ma contrapporre ad essa altra violenza, verbale e fisica, è, a dir poco, insensato e irresponsabile.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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One Comment on “Di Gaza, del tramonto dell’Occidente, dell’egemonia della destra”

  1. Completamente d’ accordo. Manca solo il problema del clima e del limite fisico dello sviluppo. Io credo che contrariamente a quanto vogliono fare credere, Trump e suoi sodali in giro per il mondo conoscano benissimo questi problemi ed è proprio per questo che sono disposti a scatenare l’inferno (Gaza ne è il paradigma) pur di creare una cintura di paesi privilegiati padroni incontestati delle risorse. Secondo me senza speranza, è comunque troppo tardi, non è più realizzabile, è un sogno dei reazionari ormai siperato. Ma forse lo sanno anche loro e pensano: altri venti anni di dominio e poi noi non ci saremo più. Naturalmente hanno bisogno di pagliacci negazionisti per non spaventare i loro sudditi.
    Quanto detto nel post va benissimo, ma secondo me va integrato con queste considerazioni, qui appena abbozzate in modo certamente inadeguato.

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