La destra italiana – Fratelli d’Italia, in primis: ma anche Lega e, per certi profili, Forza Italia – è una destra di stampo fascista? Che si tratti di una destra animata da smaccate pulsioni autoritarie, sorrette da una visione politica di fondo lontanissima dalla democrazia costituzionale, è difficile negarlo. Specie dopo la brutale – e, per questo, definitivamente rilevatrice – campagna referendaria condotta contro l’indipendenza della magistratura. Ma, sebbene il fascismo sia una forma di autoritarismo, non tutti gli autoritarismi sono di per sé fascisti: almeno, se si fa riferimento al fenomeno storico che nel secolo scorso l’Italia ha offerto a modello prima alla Germania hitleriana e, poi, al mondo intero. Di qui, la domanda: la destra italiana odierna è o non è una destra fascista?
Certamente, è impossibile aspettarsi che un fenomeno storico si ripeta esattamente uguale a se stesso. Quello che però, altrettanto certamente, può accadere è che idee vecchie si ripresentino attraverso forme espressive nuove: esattamente il fenomeno che meglio coglie l’essenza dell’odierna destra italiana, secondo la tesi argomentata da Tomaso Montanari nel suo ultimo libro, La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista (Feltrinelli, Milano, 2026, pp. 192, euro 18), da oggi in libreria. Il libro è un attento lavoro di scomposizione e analisi degli elementi che formano l’ideologia della destra odierna: una calata nella mentalità dei suoi attuali dirigenti e militanti, alla ricerca delle idee-guida, dei riferimenti culturali, del significato attribuibile ai concetti maggiormente utilizzati. Ne emerge una visione ossessionata dalla sconfitta del fascismo, che non rimpiange né rinnega il passato, nel tentativo di trarre dall’esperienza storica mussoliniana gli elementi attraverso cui costruire una nuova realtà. Un lavoro sottile, di rivelazione e, nello stesso tempo, di negazione delle proprie intenzioni: «una tecnica allusiva che sorregge l’intera retorica meloniana, e che è perfettamente trasparente per la sua comunità politica ma abbastanza opaca per eludere lo sguardo di chi non sa o non vuole vedere» (p. 20).
Leggere il lavoro di Montanari significa addentrarsi nell’abisso di quel che, con la Costituzione antifascista, si voleva cancellare: la razza, il nazionalismo, l’identità, l’antisemitismo, il patriarcato, l’autoritarismo, le diseguaglianze, l’indottrinamento. A ciascun tema è dedicato un capitolo, in cui il metodo dell’analisi dei testi di ieri, posti a confronto con quelli di oggi, evidenzia ispirazioni, richiami, rielaborazioni. In ciò, le Tesi di Trieste – il manifesto ideologico di Fratelli d’Italia, risalente al 2017 – sono esplicite, a dispetto dei tanti che, forse, iniziano ad aprire gli occhi solo oggi. Una scriteriata sottovalutazione, in cui è enorme la responsabilità del sistema mediatico mainstream.
Merito di Montanari è legare in un ragionamento unitario, capace di chiarire ciò che è oggi la destra italiana, anche nelle sue contraddizioni, i tanti temi che ricorrono nel suo lessico politico. È una concatenazione vertiginosa, che parte dalla denuncia dell’immigrazione come minaccia alla purezza dell’identità italiana ed europea: un’identità da intendersi in termini etnici (la razza d’un tempo) e cultural-religiosi, sulla scorta di una storia ridotta a epica grottesca e di una religione vissuta in termini conflittuali contro il resto del mondo. La sostituzione etnica è lo spauracchio continuamente agitato, al quale occorre opporsi riaffermando la concezione della famiglia patriarcale, in cui la donna è generatrice di figli al servizio della patria e ogni deviazione dal modello tradizionale (femminismo e omosessualità) è severamente contrastata. L’obiettivo è una società coesa, in cui l’interesse nazionale – affermato dal capo scelto direttamente dal popolo, capace di silenziare il frazionismo parlamentare e il dissenso politico anche grazie a una magistratura addomesticata – nega ogni spazio al conflitto tra i contrapposti interessi di cui sono portatrici le diverse classi sociali, oltre che al pensiero critico, grazie al disciplinamento dell’istruzione e della cultura. A chiudere il cerchio è la negazione dell’uguaglianza – che pure sarebbe il cardine della Costituzione –, in nome di una visione dell’umanità che rimanda a un ordine naturale gerarchizzato, in cui i più dotati sono destinati a dominare sugli altri. Il tutto, con due modelli di riferimento: Sparta, sul piano storico, e Israele – l’Israele del genocidio, intriso di nazionalismo, razzismo, autoritarismo, confessionalismo, militarismo – su quello politico.
Diceva George Orwell che «per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo». Tomaso Montanari ci mostra che quello che abbiamo sotto il naso è una destra intrisa di fascismo.

Grazie a Tomaso Montanari! Questo è un governo fascista al di là di ogni ragionevole dubbio.
Sperando di non essere tacciato di blasfemia oserei dire che il libro del professor Montanari, come tutti i suoi interventi pubblici e non, ha il pregio di “squarciare il velo del tempio (potere meloniano)” e farci vedere cosa realmente c’è al di là della nauseante retorica di questo governo di arroganti, ignoranti e cialtroni (non sono insulti): un feroce attacco alla Costituzione antifascista! Io intanto oggi festeggio e mi immagino la Meloni al posto di questo losco individuo https://t.me/lantidiplomatico/52524
Bisogna distinguere il fascismo di FdI dal “fascismo” di FI. Berlusconi col partito-azienda e con la sua guerra contro le istituzioni dello stato democratico, magistratura in primis, costruiva un sistema politico nel quale le garanzie democratiche e la separazione dei poteri erano indebolite. In qualità di Primo Ministro, col partito-azienda si trovava ad essere il datore di lavoro dei parlamentari della sua maggioranza, una condizione incompatibile con le garanzie democratiche, che poteva ricordare il gran consiglio del fascismo, ma che almeno ne era una riedizione moderna. Eugenio Scalfari aveva chiamato questa condizione un “regime morbido”. FdI ha la stessa avversione per le istituzioni democratiche, ma ha in più un legame storico, viscerale col fascismo del ventennio del quale condivide parole d’ordine e ideologia. Giorgia Meloni sa che non è possibile riprodurre un “regime duro”, ma lei e i suoi colleghi vorrebbero avvicinarsi a questo risultato quanto più è possibile.